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| 22 ago 2021 | 20:59

Afghanistan tra passato, presente e futuro: ''I talebani? Non sono cambiati''. L'intervista a Elisa Giunchi, professoressa all’Università di Milano

Il Gruppo Fiemme e Fassa di volontari di Emergency organizza due momenti di raccolta fondi per l’ospedale di Kabul, attivo dal 2001. Domenica 29 ci sarà una giornata dedicata a letture, giochi e attività sportive, mentre mercoledì 25 alle 17.30 la biblioteca di Cavalese ospiterà l’intervento di Elisa Giunchi, docente di Storia e istituzioni dell’Asia all’Università degli Studi di Milano

Afghanistan tra passato, presente e futuro: I talebani?
di Marianna Malpaga

CAVALESE. L’Afghanistan è in bilico tra un passato e un presente travagliati e un futuro in cui i diritti delle donne e delle minoranze paiono sempre più incerti e compromessi.

 

Si parlerà di questo mercoledì 25 agosto alle 17.30 nelle sale della biblioteca di Cavalese, che organizza la conferenza “L’Afghanistan ieri, oggi… e domani? La tragedia afghana e i diritti delle donne” in collaborazione con il Gruppo Fiemme e Fassa di volontari di Emergency, che per l’occasione ha previsto anche una raccolta fondi per l’ospedale di Kabul, operativo dal 2001. Domenica 29 ci sarà un secondo momento per sostenere l’ospedale di Emergency, che in vent’anni ha effettuato 81mila interventi chirurgici e trattato 150mila pazienti in ambulatorio. Il Gruppo di volontari organizza una giornata di letture, visite guidate e attività sportive nel Parco della Pieve, il cui ricavato sarà interamente devoluto all’ospedale della capitale afgana.

 

La conferenza del 25 agosto sarà tenuta da Elisa Giunchi, docente di Storia e istituzioni dell’Asia all’Università di Milano, esperta di Pakistan e Afghanistan e autrice di numerosi saggi, tra i quali “Afghanistan. Storia e società nel cuore dell’Asia” (Carocci, 2007) e “Il Pashtun armato. La diffusione di armi da fuoco in Afghanistan e il declino dell’Impero britannico (1880-1914)” (Mondadori, 2021).

 

I talebani infatti, come racconta Elisa Giunchi nel suo ultimo libro, appartengono all’etnia maggioritaria in Afghanistan, i Pashtun.

 

Chi sono i talebani?

Come suggerisce il nome, si tratta di un movimento di studenti coranici. Sono stati chiamati così perché i vertici del movimento, apparso per la prima volta in Afghanistan tra il 1993 e il 1994, provengono dalle madrase, cioè dalle scuole coraniche del nord-ovest pachistano. Lì hanno studiato e sono stati indottrinati in ambienti imbevuti di wahhabismo saudita, un’idea di islam estremamente rigorista.

 

L’avvento del movimento è dovuto anche agli interessi regionali del Pakistan, ma il movimento ha ottenuto grande seguito nelle aree abitate dai Pashtun. I talebani, infatti, portano avanti obiettivi e istanze nazionalisti: vogliono riportare i Pashtun al centro del potere e difendere il loro codice etico, che di fatto corrisponde a un’interpretazione rigorista dell’islam. Anche per questo motivo i talebani hanno sempre avuto un forte radicamento nel sud dell’Afghanistan, e non hanno un rapporto facile con altri gruppi, come Al Qaeda e lo Stato Islamico, che portano avanti un’agenda globale.

 

Negli anni Novanta, l’avanzata dei talebani nelle aree Pashtun è stata rapidissima; dopo il 2003 i talebani hanno gradualmente occupato vaste aree abitate da questa popolazione. E anche oggi, come negli anni Novanta, la resistenza ai talebani è stata portata avanti dalle minoranze etnico-religiose, non dai Pashtun, presso i quali i talebani godono di un certo consenso.

 

Sono cambiati rispetto al periodo tra il 1996 e il 2001?

Non credo assolutamente che siano cambiati, e non vedo perché avrebbero dovuto farlo. Semplicemente, ora come ora sta prevalendo l’area più pragmatica del movimento talebano, quella che si rende conto che per ottenere un riconoscimento da parte della comunità internazionale è necessario presentare al mondo un’immagine leggermente più soft. Leggermente perché in realtà le dichiarazioni dei talebani, e i limitati segnali di apertura a Kabul, sono in contraddizione con ciò che accade invece nel resto del Paese. Anche le dichiarazioni apparentemente concilianti dei talebani in realtà sono estremamente ambigue.

 

Nella provincia di Herat è stata emanata la prima fatwa, che stabilisce che le donne dovranno studiare in classi separate rispetto agli uomini. Sul fronte dei diritti delle donne cosa ci dobbiamo aspettare?

Questo è un esempio dell’ambiguità di cui parlavo prima. I talebani hanno detto sin dall’inizio che avrebbero permesso alle donne di studiare e che avrebbero riconosciuto loro dei diritti. Però studiare cosa e come? Studiare in luoghi segregati e perlopiù materie religiose, in particolare il Corano, appreso acriticamente e in maniera mnemonica.

 

Si tratta di indottrinamento, non di istruzione. Per quanto riguarda i diritti delle donne più in generale, invece, in realtà i talebani sin dall’inizio hanno affermato che li riconosceranno così come affermati nella sharia, non tout court. E l’islam, così come è interpretato dai talebani, riconosce pochissimi diritti alle donne. Quindi, dire “Riconosciamo i diritti delle donne in base alla sharia” equivale a dire “Riconosciamo loro pochissimi diritti”.

 

Tra il 2001 e il 2021 le donne avevano acquisito più diritti?

Sicuramente ci sono stati dei progressi notevoli, soprattutto nel campo dell’istruzione, della formazione femminile e della sanità rivolta alle donne. Però sono vantaggi che hanno coinvolto soprattutto le donne che vivevano nelle aree urbane. Le possibilità di impiego come interpreti, nelle organizzazioni non governative (ong) e negli uffici governativi hanno beneficiato soprattutto le donne dei ceti medio-alti delle aree urbane che erano in grado di poter svolgere queste funzioni.

 

Certo, con il tempo si può presupporre che questi vantaggi si sarebbero potuti espandere al resto della popolazione. Sicuramente nelle aree rurali controllate dai Pashtun la vita non era cambiata molto in questi vent’anni, e quindi le donne non vedranno grandi differenze.

 

Nelle aree controllate dai Pashtun, hanno sempre messo il burka e non andavano a scuola: non è che l’arrivo dei talebani a Kabul abbia cambiato qualcosa. Perciò, se da una parte è vero che per alcune donne ciò che sta accadendo è uno sconvolgimento, altre invece noteranno a malapena la differenza.

 

Quali sono le minoranze etniche maggiormente minacciate dall’ascesa dei talebani?

Quelli che hanno più da temere sono gli Hazara, un gruppo etnico di origine mongola, quindi facilmente riconoscibile. Sono di fede sciita, a differenza dei talebani, che sono sunniti e sostenuti dai sauditi. Negli anni Novanta gli Hazara sono stati oggetto di diversi massacri e anche in questo caso non vedo alcun motivo per immaginare che i talebani, soprattutto se possono farlo fuori dai riflettori dei media internazionali, non debbano tornare a massacrare gli Hazara sciiti.

 

Dopo i Pashtun, il gruppo etnico più nutrito è quello dei Tagiki, che sono perlopiù sunniti – come i talebani – e hanno il sostegno di altre minoranze etniche.

 

Anche in questo caso lo scenario che si prospetta è simile a quanto avvenuto negli anni Novanta: le minoranze etnico-religiose si difendono, almeno in parte, dai talebani, che quindi non riescono a conquistare la totalità del territorio. Però è troppo presto per dirlo, e non si può neanche affermare che ci troviamo di fronte a una fotocopia degli anni Novanta. Non credo che i talebani siano cambiati, ma il contesto internazionale lo è.

 

Quali fattori internazionali incideranno sulla situazione in Afghanistan?

Dovremo stare a vedere come si comporteranno le potenze regionali. Non solo Russia e Cina, di cui si parla sempre, ma anche India e Iran. Invece sappiamo già cosa pensano Arabia Saudita e Pakistan dell’ascesa dei talebani: per loro è una vittoria.

 

Le azioni di queste potenze però determineranno ciò che succederà. C’è un chiaro disimpegno dell’Occidente in quella parte di mondo: a questo punto saranno altri a poter far pressione, forse, sui talebani e ad avere un effetto di moderazione. Non perché i talebani siano diventati più moderati, ma perché potrebbe apparire loro più conveniente sembrare tali, proprio per relazionarsi con altri Paesi. Negli anni Novanta, infatti, erano riconosciuti solamente da tre Stati, e hanno scoperto che una situazione del genere è difficilmente sostenibile.

 

Oggi ci si sta muovendo con i corridoi umanitari. Quali sono i rischi?

Si tratta senz’altro di un modo per aiutare un gruppo di persone che ha collaborato con gli occidentali. Sono assolutamente favorevole ai corridoi umanitari. Sicuramente, però, non risolvono il problema che sta a monte. Anzitutto lasciano indietro proprio i più disperati, che non hanno la possibilità di ricollocarsi e di lasciare il Paese: i più deboli, i più vulnerabili sono quindi lasciati alla mercé dei talebani. Vi è poi il rischio che siano un modo per mettersi la coscienza a posto dopo il disastro e rinnegare le nostre responsabilità. E lo dico pur essendo favorevole a questo strumento. 

 

Cosa può fare la comunità internazionale per agire in maniera più efficace?

Purtroppo bisognerà relazionarsi con i talebani, il che non vuol dire che bisogna accettarli o riconoscerli da un punto di vista diplomatico. Però bisogna trovare un modo di fare pressione su di loro e di cercare di esaurire le loro entrate economiche, come il narcotraffico, che ha ramificazioni anche in Occidente, e il sostegno che i sauditi, nostri alleati, continuano a dare loro.

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