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| 09 dic 2021 | 12:46

Dal disastro in Nord Africa alla perdita dell’Impero: un anno di sconfitte militari italiane in Africa

Il 9 dicembre 1940, le truppe britanniche al comando del generale Richard O’Connor lanciarono un’offensiva per ricacciare gli italiani al di là del confine libico-egiziano. Fu l’avvio di una pesantissima sconfitta in Nord Africa, tamponata solo dall’arrivo dei tedeschi. Nel novembre del 1941, intanto, l’Impero proclamato nel maggio ’36 tramontava definitivamente sotto i colpi degli alleati

di Davide Leveghi

TRENTO. Nel giro di un anno, dal dicembre 1940 al novembre 1941, l’Italia non solo fu privata del suo impero – proclamato trionfalmente da Benito Mussolini il 9 maggio del 1936 – ma rischiò perfino di essere travolta sulla costa mediterranea della Libia. Tra gli stati maggiori dell’esercito, d’altronde, già si sapeva che la guerra avrebbe messo seriamente a rischio i territori d’oltremare: lo strapotere inglese nel Mediterraneo, infatti, rendeva tutt’altro che facile il rifornimento via nave.

 

Scoppiato il conflitto, con l’invasione tedesca della Polonia (settembre 1939), il blitzkrieg alla Francia (maggio-giugno 1940) e la battaglia d’Inghilterra (luglio-ottobre 1940), dal canto suo Mussolini credette di poter impostare un’azione parallela. I presupposti – come racconta lo storico militare Giorgio Rochat ne Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta – erano fondamentalmente due: da una parte l’imminente vittoria tedesca avrebbe permesso all’Italia di conseguire una predominanza in mare, dall’altra piccoli successi su vari teatri avrebbero offerto le basi necessarie per rivendicare una serie di annessioni al tavolo della pace. “Mancavano piani precisi e priorità definite – spiega Rochat – l’obiettivo essenziale era la sopravvivenza del regime, poi l’accaparramento di un bottino mai precisato”.

 

Come noto, nessuno di questi due presupposti trovò però compimento. Non solo la Gran Bretagna resistette tenacemente ai tedeschi, ma l’Italia incassò anche una serie di cocenti sconfitte, che ne diminuirono ancor di più il prestigio di fronte all’alleato nazista. Nel giugno del ’40, dopo oltre nove mesi dall’aggressione tedesca alla Polonia, dal balcone di Palazzo Venezia Mussolini poneva ufficialmente fine alla non belligeranza, proclamando l’ingresso dell’Italia fascista in guerra. Un primo intervento fu a quel punto condotto contro la Francia, già avviata al collasso di fronte all’offensiva tedesca. Nel giro di 15 giorni, a un prezzo di perdite umane decisamente spropositato, l’Italia occupava una striscia limitata di territorio nella Francia meridionale.

 

La prima catastrofe bellica italiana, in cui si evidenziò l’assoluta impreparazione delle truppe regie, fu tuttavia la campagna di Grecia. Lanciata il 28 ottobre del ’40 dai possedimenti albanesi, l’offensiva si spense dopo poco, finendo per trasformarsi in una ingloriosa ritirata dall’esercito greco (QUI l’articolo). Solo l’intervento tedesco, a quel punto, avrebbe risolto la questione, imponendo il controllo nazi-fascista sulla penisola ellenica.

 

Dalla “guerra parallela”, dunque, nel giro di un anno l’Italia passò alla “guerra subalterna”. La partecipazione all’Operazione Barbarossa, lanciata da Hitler nel giugno del 1941, già si inseriva in una logica ben diversa da quella inizialmente pensata dai vertici del regime. Informato a cose fatte, Mussolini pretese che anche delle truppe italiana partecipassero all’invasione del nemico mortale del nazifascismo, l’Unione sovietica di Stalin. Ciò avvenne, effettivamente, ma sancì ancora una volta la subalternità dell’alleato italiano al ben più preparato esercito tedesco (QUI l’articolo).

 

Snodo centrale di questo “cambio di ruolo” degli italiani nella Seconda guerra mondiale – posto che l’impreparazione dell’esercito era cosa ben nota ai comandi, superabile illusoriamente secondo Mussolini – fu pertanto l’inverno del ’40-’41. Il 9 dicembre, infatti, i britannici scatenavano in Egitto l’offensiva Compass, con lo scopo di cancellare gli avanzamenti italiani e penetrare nella colonia libica.

 

Affidato il comando superiore in Africa settentrionale a Rodolfo Graziani, dopo la morte del predecessore Italo Balbo – colpito dalla contraerea italiana il 28 giugno a Tobruk – le truppe del Regio esercito avanzarono su espressa volontà di Mussolini attraverso il territorio egiziano. Un telegramma inviato dal "duce" a Graziani il 18 agosto stabiliva gli obiettivi: “L’invasione della Gran Bretagna è decisa, è in corso di ultimazione ed avverrà. Circa l’epoca può essere tra una settimana o un mese. Ebbene il giorno in cui il primo plotone di soldati germanici toccherà il suolo inglese, voi simultaneamente attaccherete. Ancora una volta vi ripeto che non vi fisso obiettivi territoriali, non si tratta di puntare su Alessandria e neppure su Sollum. Vi chiedo soltanto di attaccare le forze inglesi che avete di fronte. Mi assumo la piena responsabilità di questa mia decisione”.

 

Da parte sua, Graziani decise allora di inviare sette divisioni a piedi fino a Sidi el Barrani, avanzando 80 chilometri nel deserto fino a una meta sostanzialmente senza valore militare. Condotta senza incontrare alcuna resistenza inglese, l’offensiva fu seguita da roboanti proclami di vittoria. Le truppe, a quel punto, si trincerarono in diversi campi, in attesa di una eventuale controffensiva britannica. Questa effettivamente venne scatenata il 9 dicembre 1940, travolgendo ogni difesa italiana e penetrando a fondo nella colonia libica.

 

Al comando della Western Desert Force, composta da circa 30mila uomini autocarrati, 270 carri armati e un buon appoggio aereo e navale, il generale O’Connor riuscì in due mesi a sbaragliare i campi trincerati predisposti da Graziani. Uno dopo l’altro i presidi di Sidi el Barrani, Bardia, Tobruk, vennero travolti, producendo una disordinata ritirata verso Ovest. Il 5-6 febbraio 1941, le esauste truppe britanniche si fermarono ad Agedabia ed El Agheila, di fronte alla costa della Sirte. La Cirenaica era caduta in mano inglese, così come 130mila prigionieri, 1300 cannoni, 400 carri armati e migliaia di automezzi. Scrive ancora Rochat: “Fu la peggiore delle sconfitte italiane, per di più ampiamente mediatizzata: i filmati delle interminabili colonne di prigionieri, cenciosi e disorientati come tutti i prigionieri, fecero il giro del mondo, consolidando lo stereotipo dell’italiano che non si batte”.

 

Scarsa efficienza delle truppe in campo, impreparazione, inferiorità tecnologica e incapacità dei comandi furono condizioni che si ripeterono anche in Africa orientale italiana. Nonostante delle forze numericamente consistenti, pari a circa 91mila nazionali e 200mila ascari, i britannici imposero una serie di sconfitte, culminate con la fine della resistenza italiana a Gondar, nel Nord dell’Etiopia, il 27 novembre 1941.

 

Dopo le effimere vittorie in Somalia britannica, le truppe italiane furono rapidamente battute. Il 21 gennaio del ’41 partiva dal Kenya l’offensiva diretta a Mogadiscio, conquistata il 25 febbraio. A fine marzo cadeva Harar, Addis Abeba il 6 aprile. Dal Sudan, invece, le truppe inglesi raggiunsero Massaua il giorno 8 di aprile, incontrando delle serie difficoltà solamente a Cheren. La liquidazione delle forze italiane rimaste in AOI venne affidata alle truppe abissine: il 5 maggio 1941, rientrato in patria, il negus Hailè Salassiè proclamò la liberazione.

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