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Dall’orto di Ala emerge un'altra lapide: è di una donna morta nella Grande Guerra assieme ad altri 7. A ucciderli un tremendo episodio, ecco quale

L’orto di Renato Vicentini, a Pilcante di Ala, continua a regalare sorprese. Dopo i 5 cippi di soldati italiani della Grande Guerra, emerge una lapide di una giovane donna, Silva Mellarini. Ma chi era? E come è morta? Una ricerca de il Dolomiti apre un primo squarcio su un episodio che sconvolse il paese nel giugno 1918

Di Davide Leveghi - 13 April 2021 - 19:50

PILCANTE DI ALA. Scavare può portare a scoprire tesori e nel caso dell’orto di Renato Vicentini, ex carabiniere di Brescia con origini alensi, non c’è affermazione più vera. Dissodata la terra per svolgere dei lavori nel terreno della casa di famiglia, nella frazione di Pilcante, ha scoperto che quelle che per decenni gli erano parse come semplici pietre in realtà celavano con sé delle storie (QUI l'articolo).

 

Piantate come pietre di confine, interrate quasi del tutto – tanto da lasciar intravedere solo la parte levigata – altro non erano che delle lapidi di soldati della Grande Guerra. Su un lato, infatti, erano scolpiti un nome, una data e un numero. “Aiutatemi a trovare gli eredi”, era stato il suo appello lanciato attraverso il nostro giornale. Appello che su cinque soldati del Regio esercito, morti tra il giugno del 1916 e il febbraio del 1917 sul fronte trentino-tirolese, era riuscito a provocare una reazione a catena, tra appassionati e studiosi pronti a ricostruirne le identità (QUI l'articolo).

 

E proprio tra questi cinque, i parenti del caporale Domenico Guzzon, morto ad Ala il 3 giugno 1916 nell’ospedale da campo numero 029, si sono fatti vivi, aprendo uno squarcio sulla vita personale e familiare di un soldato di Rottanova di Cavarzere, in provincia di Venezia, catapultato come tanti altri in quella tremenda guerra, alla conquista della “città irredenta” di Trento. “E’ stata una grandissima emozione – ha dichiarato al nostro giornale il bisnipote Marco Capratutta la mia famiglia, i familiari prima, i nipoti e i pronipoti poi, hanno sempre cercato di capire dove fosse morto o sepolto” (QUI l'articolo).

 

La sua lapide, così come quella degli altri quattro commilitoni, era stata dismessa dopo la guerra, quando il Commissariato generale per le onoranze ai caduti riunì tutti i resti dei soldati sepolti nei piccoli cimiteri di montagna o di paese per raccoglierli nei grandi sacrari fatti erigere dal regime fascista. In molti casi, però, quei nomi più volte trascritti tra i vari registri dei reggimenti e dei cimiteri sono finiti per essere traviati, complicando le ricerche dei parenti. “Nel solo 2020 abbiamo ricevuto da parte di familiari dei caduti ben 1400 richieste di informazioni, a cui in circa 1300 casi abbiamo dato riscontro”, ha spiegato al nostro giornale il commissario generale di Onorcaduti Gualtiero Maria De Cicco (QUI l'articolo) – dopo che il Ministero della Difesa si era a noi rivolto per svelare l’identità dei cinque soldati, ricostruita in un lavoro di “archeologia archivistica” (QUI l'articolo).

 

Ma perché quelle lapidi si trovavano in un orto di Pilcante, dall’altra parte del fiume Adige? Come accennato, quei cippi altro non erano che lapidi provvisorie, utilizzate nel cimitero di Ala verso cui affluivano le salme di soldati caduti nelle vicinanze o deceduti negli ospedali da campo in Vallagarina. Dismesse, perdevano il loro carattere sacro finendo per tornare ad essere pietre utilizzate dai contadini per scopi quotidiani.

 

 

Tutte, come detto, si caratterizzavano per essere lapidi di soldati della Grande Guerra. E per questo la scoperta di un nuovo cippo, riportante il nome di una donna, infittisce il mistero. A oltre 2 mesi di distanza dal primo ritrovamento, infatti, dallo stesso orto di Pilcante un’altra lapide ha fatto capolino, sepolta sotto la terra e il letame utilizzato per concimare il terreno.“?25, Silvia Mellarini, d’anni 29, M. 26.6.1918, Rip” è ciò che si legge su una delle sue facce.

 

Ma chi era questa giovane? Come è morta? Perché, infine, la sua lapide ha condiviso la sorte di quella dei soldati italiani? A offrire la risposta (o almeno parte della risposta), questa volta non può essere l’Onorcaduti. Mellarini, cognome tra l’altro piuttosto diffuso nella zona, non figura infatti nella lista dei caduti della Grande Guerra presente al cimitero di Ala. Qualcos’altro deve aver causato la sua morte, alla giovane età di 29 anni.

 

A venirci in soccorso, questa volta, sono gli archivi parrocchiali. Ed è a quelli che ci siamo rivolti, scoprendo che sotto alla terra dell’orto di Pilcante non si celavano solo delle storie di soldati italiani inviati sul fronte trentino-tirolese e morti negli scontri con i loro dirimpettai dell’Imperial-regio esercito austro-ungarico. Silvia Mellarini, infatti, era morta sì durante la guerra ma come rappresentante di una popolazione trascinata suo malgrado nel conflitto.

 

Alle ore 19 del 26 giugno 1918, sul paese di Ala si abbattevano le bombe austriache. Sul terreno rimanevano otto persone, di cui alcune giovanissime. Tra queste, Silvia Eccheli, moglie di Carlo Mellarini e figlia di Biagio e Margherita Springhetti (?), nata il 9 novembre 1889. Con lei altre sei persone saranno sepolte nel cimitero civile alense, mentre l’ottava verrà traslata in un altro campo santo.

 

Ma chi erano le altre persone morte nel bombardamento del paese? Sempre secondo quanto riportato dal registro dei morti di Ala, in quell’episodio persero la vita anche lo stradino 27enne Giovanni Simonetti (nato il 27 novembre 1891), suo fratello Pietro Simonetti, carrettiere celibe che di lì a poco avrebbe compiuto 22 anni (nato il 29 giugno 1896), il contadino 57enne Andrea Antonio Mellarini (nato il 25 settembre 1860), l’operaio celibe Luigi Veronesi, di soli 13 anni (nato il 22 agosto 1904), il contadino celibe Fortunato Tognotti, di anni 19 (nato il 9 ottobre 1898), Giuseppe Zinelli, sacrestano di anni 14 (nato il 26 dicembre 1903), e Maria Angheben, vedova 62enne del mugnaio Francesco Leonardi (nata il 27 luglio 1855).

 

Le loro storie, così come quelle dei soldati, restituiscono un tassello di una guerra che in Trentino, così come in molte altre regioni d’Europa, sconvolse un territorio e la sua popolazione, seminandovi morte e sofferenza. Per questo, così come avvenuto per gli altri cippi, rilanciamo un appello affinché gli eredi si mettano in contatto con il nostro giornale, così da dare un volto a storie che per ora rimangono solo un nome scolpito su una pietra, riportata alla luce dopo oltre un secolo.

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