Dopo la devastazione di Vaia e il dramma del Covid gli antropologi al lavoro per salvare le testimonianze da lasciare alle future generazioni
Antropologi in azione per raccogliere le interviste di chi ha vissuto sulla propria pelle la distruzione di Vaia e del Covid: “Il progetto ha lo scopo primario di raccogliere delle testimonianze da conservare per le nuove generazioni”

BELLUNO. Proprio in queste settimane un team molto speciale è al lavoro nelle zone del Bellunese colpite nel 2018 dalla tempesta Vaia. Si tratta di una squadra di antropologi che sta battendo in particolare le zone del Feltrino, nell’alto Agordino e in Comelico, a caccia di testimonianze.
La ricerca si basa principalmente sulla raccolta di un numero significativo di interviste, in un’ottica antropologica, a varie categorie di persone e sulla documentazione visiva di alcuni contesti toccati dalla devastazione della tempesta. “Il progetto ha lo scopo primario di raccogliere delle testimonianze da conservare per le nuove generazioni – sottolinea Simone Deola, consigliere provinciale delegato alla cultura – sollecitando riflessioni su cosa significhi abitare e vivere la montagna, sulle difficoltà e sugli aspetti invece positivi, anche alla luce della ancor più subdola minaccia che viviamo quotidianamente, del contagio da Covid 19”.
L’ambizioso progetto di ricerca coordinato dal Museo etnografico di Seravella e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, finanziato nell’ambito dell’Accordo tra Presidenza del Consiglio dei Ministri e Regione del Veneto per la valorizzazione dei territori colpiti dall’Evento Vaia in memoria della Grande Guerra e cofinanziato dalla Provincia di Belluno. Fra gli altri obiettivi anche la realizzazione di un filmato antropologico. Tutte le interviste raccolte andranno a costituire un’apposita sezione dell’archivio delle fonti orali del Museo mentre i risultati della ricerca e il filmato o meglio, i due filmati in via di realizzazione, saranno presentati al pubblico entro la fine di ottobre nella sala conferenze della villa di Seravella.
“Mentre Vaia, per molti aspetti, ha manifestato la fragilità della montagna, accentuando se possibile le dinamiche di abbandono, il Covid sembra al contrario aver aperto, anche se cautamente, alcuni scenari favorevoli al vivere in luoghi a bassa pressione antropica, in ambienti naturali salubri – prosegue Deola – Vaia prima e la pandemia che ancora stiamo vivendo, hanno profondamente toccato chi abita in montagna e al contempo aperto nuovi sguardi, nuovo interesse e nuovi interessi sulla montagna, sugli svantaggi e sulle opportunità di vivere in luoghi considerati ai margini, sulla necessità di pensare a diversi modelli di residenzialità e di economia”. Non a caso il titolo del progetto è “Scappare, rimanere, andare, ritornare, resistere. Grande Guerra e Vaia: accadimenti del passato e del presente sollecitano riflessioni sull'abitare e vivere la montagna e sul suo significato più profondo”.














