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Il Giappone si ferma a 10 anni dal disastro di Fukushima. Tra le scosse (di grado 9) e il maremoto, morirono oltre 20mila persone

Dieci anni fa il terremoto più potente mai registrato in Giappone devasta il paese, alcuni minuti dopo l'orrore del maremoto si abbatte sulle coste nord-orientali dell'isola di Honshū, la principale nell’arcipelago. Nella prefettura di Fukushima, lo tsunami si riversa sull’omonima centrale nucleare, determinando nelle ore e nei giorni successivi il meltdown dei noccioli di tre reattori. È il secondo incidente nucleare più grave della storia dopo quello di Černobyl'. Oggi il Paese porta ancora le cicatrici del disastro naturale più costoso di sempre

Di Filippo Schwachtje - 11 marzo 2021 - 09:48

TRENTO. Sono le 14.46 in Giappone quando l'11 marzo 2011 la terra inizia a tremare. Sulla scala Richter, il sisma misura un catastrofico grado 9.0, classificandosi come il terremoto più forte mai registrato nel paese del Sol Levante ed il quarto a livello mondiale. La forza delle scosse (che proseguono per ben 6 minuti) sposta l'intera isola di Honshū – la principale dell'arcipelago – di 2.4 metri verso est, determinando a livello globale uno spostamento fra i 10 ed i 25 centimetri dell'asse terrestre.

 

Lo studio dei fondali marini al largo delle coste della regione di Tōhoku (da cui prende il nome il disastro) evidenzia come eventi di questo tipo si verifichino una volta ogni 1.000 anni circa. Secondo i calcoli di alcuni sismologi, l'energia liberata dal terremoto sarebbe sufficiente ad illuminare la città di Los Angeles per un anno intero. L'epicentro è a 32 chilometri di profondità, 72 chilometri al largo della penisola di Oshika, nella regione nord-orientale del Paese.

 

Immediatamente, l'energia liberata dal sisma viene trasmessa alla massa d'acqua sovrastante. Si sviluppa uno tsunami di portata eccezionale. Lungo le coste, il maremoto inonda un'area di circa 560 chilometri quadrati, in alcuni punti – come nella città di Miyako, nella prefettura di Iwate, dove proprio per scongiurare il rischio tsunami erano state erette lungo la costa mura di protezione di oltre 10 metri – le acque raggiungono, lasciando il loro segno sul versante di una montagna, la vertiginosa altezza di oltre 40 metri.

 

 

L'acqua che colpisce le coste del Paese contiene minuscoli frammenti del fondale oceanico, “raschiato” dalla forza della marea, che ne determinano il colore estremamente scuro. L'acqua “nera” – secondo un documentario dell'emittente nipponica Nhk – pesa un 10% in più della normale acqua oceanica, aumentando sostanzialmente la distruttività dello tsunami, che lascia esterrefatti esperti e non per la sua intensità. Il bilancio in termini di vite umane a 10 anni dal sisma è catastrofico: quasi 20mila morti, a cui vanno aggiunti circa 2.500 dispersi ed oltre 6mila feriti. Le prefetture colpite maggiormente dal maremoto sono, da nord, quelle di Iwate, Miyagi e Fukushima. Proprio in quest'ultima, nella cittadina di Sōma, le acque si sono spinte fino a 4 chilometri nell'entroterra, devastando il porto cittadino.

 

 

Nel porto di Shimoakka, a Nodamura nella prefettura di Iwate, un pescatore locale, Katsuo Sawaguchi, inizia a registrare l’arrivo dell'ondata poco dopo il sisma. Il muro d'acqua si riversa nella piccola baia con una violenza inaudita. In breve tempo tutte le navi attraccate vengono trascinate via dallo tsunami, compresa quella di Sawaguchi, che deve scappare dalla strada dalla quale sta registrando il video e rifugiarsi più in alto. Le imbarcazioni distrutte andranno a sommarsi al conteggio totale dei danni. L’astronomica cifra finale è di oltre 360 miliardi di dollari e porta il Grande terremoto del Giappone dell'est – come viene chiamato il sisma nel paese del Sol Levante – al primo posto nella lista dei disastri naturali più costosi di sempre.

 

 

Il numero di edifici completamente rasi al suolo è di 121.778, quasi 1 milione sono quelli danneggiati. Tra questi, anche la centrale nucleare di Fukushima Daiichi, 239 chilometri a nord di Tokyo. Dopo il sisma infatti, i reattori all'interno della centrale sono automaticamente andati in shut down, interrompendo – anche a causa di ulteriori problemi alla rete elettrica in tutto il paese – il flusso di energia destinato alla struttura. Per continuare a raffreddare i nuclei, e quindi evitare il meltdown, nel giro di pochi minuti entrano quindi in funzione i generatori d’emergenza, alimentati a diesel. Dopo circa un'ora però, un muro d'acqua di 14 metri s’abbatte sulla centrale, supera le dighe marine e mette fuori uso i generatori.

 

Il disastro nucleare che ne consegue, nel quale si verifica la fusione di tre noccioli, viene classificato dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica al livello di gravità 7 – il più alto, sia da un punto di vista di rilascio di radiazioni che di impatto sull'ambiente e sulla salute pubblica – lo stesso assegnato all’incidente di Černobyl'. Oltre 150mila persone vengono evacuate, parti di diverse città rimangono tutt'oggi inabitabili. Grandi quantitativi di materiale radioattivo vengono liberati nell'acqua del Pacifico e nel terreno che circonda la centrale. “È la crisi più grave dal Dopoguerra”, dichiara pochi giorni dopo il disastro il primo ministro giapponese Naoto Kan, che si dimetterà nel giro di qualche mese – ad agosto 2011 – a seguito delle critiche in merito alla sua gestione dell’emergenza.

 

In 10 anni dal disastro, il governo giapponese ha investito quasi 290 miliardi di dollari per la ricostruzione delle aree del paese più colpite: con le Olimpiadi di Tokyo (rimandate a causa della pandemia) in arrivo, il nuovo premier Yoshihide Suga punta a dimostrare al Giappone – ed al mondo intero – quanto è stato fatto per riportare la normalità. In particolare nei dintorni della centrale però, nonostante la riduzione della zona di rischio ad un'area di poco meno di 350 chilometri intorno alla struttura, solo una minima percentuale della popolazione evacuata – meno del 10% – ha fatto ritorno.

 

Come racconta il New York Times infatti, nonostante livelli di radiazioni estremamente bassi e controlli regolari, l'intera prefettura rimane vittima di un pregiudizio diffuso in tutto il paese, venendo spesso percepita come un luogo contaminato e pericoloso da cui tenersi alla larga. Il disastro e le sue conseguenze – sia economiche che sociali – hanno portato a cambiamenti profondi in tutto il Paese, in primo luogo nelle politiche di prevenzione per futuri eventi catastrofici. Nel giro di pochi anni a Miyako e nelle altre città devastate dallo tsunami sono stati costruiti oltre 390 chilometri di dighe marine (alcune alte oltre 16 metri), progettate per resistere a maremoti di straordinaria intensità.  Il disastro di Fukushima ha poi rimesso in discussione la strategia energetica del paese, nel quale oggi il movimento anti-nucleare – capitanato tra gli altri proprio dall'ex premier Naoto Kan – esercita un ruolo sempre più importante dopo i maxi raduni seguiti all'incidente, in cui oltre 150mila persone hanno manifestato a Tokyo per dire sayonara all'energia nucleare.

 

Oggi le autorità prenderanno parte, all’interno del Teatro nazionale della capitale, ad un momento in onore delle vittime del disastro, a cui parteciperanno anche l'imperatore Naruhito e l’imperatrice Masako. Alle 14.46 esatte è previsto un minuto di silenzio. Per la maggior parte delle migliaia di sopravvissuti invece, il decimo anniversario del Grande terremoto sarà speso in famiglia, nel ricordo dei cari defunti. 

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