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| 16 nov 2021 | 11:44

Il Sudtirolo si proclama indipendente: l’annessione italiana e gli inutili tentativi di salvare l’unità tirolese

Il 16 novembre 1918, la classe politica sudtirolese tentò la carta della proclamazione dell’indipendenza. La Repubblica del Tirolo meridionale, aderente ad una futura confederazione austrogermanica, avrebbe dovuto salvare il territorio fra il Brennero e Salorno dall’annessione all’Italia. Questo non fu che uno degli svariati tentativi di evitare l’inevitabile

di Davide Leveghi

TRENTO. Una repubblica del Tirolo meridionale. Fu questa una delle iniziative – “la più singolare, utopistica e poetica”, scrive lo storico Umberto Corsini in Alto Adige 1918-1946tentate dalla classe politica sudtirolese nell’immediato periodo seguente all’armistizio di Villa Giusti del 3 novembre 1918. Entrata in vigore solamente il giorno successivo, la pace fra Regno d’Italia ed Impero in disfacimento aveva assunto validità quando le truppe italiane già giunte nella città di Trento (QUI l’articolo), così come alla Chiusa di Salorno.

 

Il Passo del Brennero, confine stabilito nel Patto di Londra fra Italia ed Intesa, veniva invece raggiunto solamente nella giornata del 10 novembre. Le truppe della I armata, al comando del generale Guglielmo Pecori Giraldi, salirono poi fino ad Innsbruck, occupandola senza che i suoi cittadini si ribellassero. La guerra era ufficialmente finita, l’Italia, seppure ad un costo altissimo, aveva vinto lo scontro con il suo nemico storico, distrutto dalla fame e dalle spinte centrifughe delle numerose nazionalità che componevano l’Impero.

 

L’intero territorio del Tirolo meridionale, a sud dello spartiacque del Brennero, finiva così sotto il controllo di un governatore militare, ruolo svolto dallo stesso Pecori Giraldi. Il 18 novembre, sui muri di tutta la regione, compariva un manifesto contenente “l’avviso alle popolazioni”, redatto sia in lingua italiana che tedesca. All’atteggiamento liberale del generale – a cui fece seguito una pressoché analoga tendenza del governatore civile Luigi Credarosi oppose sin da subito, però, l’ansia snazionalizzatrice di Ettore Tolomei, inviato sul territorio dalla presidenza del Consiglio come “Commissario alla lingua e alla cultura italiana in Alto Adige”. Tale tensione, nondimeno, rimarrà fino al 1922, sciolta solamente dalla marcia fascista sulla Venezia Tridentina (QUI l’articolo).

 

Se l’amministrazione, eccetto i capitani distrettuali, commissariati dagli italiani, rimase in questa fase pressoché inalterata – commissario amministrativo fu nominato Enrico Conci, già deputato a Innsbruck e Vienna nelle fila dei popolari - d’altra parte a dominare nel territorio di Bolzano fu la triste sensazione del distacco (Carlo Romeo, Alto Adige/Südtirol XX Secolo. Cent’anni e più in parole e immagini). Ogni contatto personale, postale, telegrafico con il Tirolo del Nord venne interrotto, la stampa sottoposta al controllo della censura militare. Il dolore per la separazione dalla madrepatria tirolese – presentata come una vera e propria “mutilazione” – spinse la classe politica di lingua tedesca a giocarsi tutte le carte possibili.

 

Da parte italiana, nondimeno, le componenti più liberali esclusero ogni penetrazione aggressiva. Nelle sue relazioni, inviate al Comando supremo ed al governo, Pecori Giraldi suggeriva come soluzione una penetrazione pacifica con la concessione di un’autonomia amministrativa, comprendendo con lungimiranza come l’annessione nei confini nazionali di una corposa minoranza d’altre lingua e cultura avrebbe rappresentato un problema di lunga durata.

 

Mentre in Italia l’agenda politica era dominata da ben altri problemi, la classe politica sudtirolese non attese un momento per dar vita a svariate iniziative tese a riportare il territorio di Bolzano in seno alla madrepatria. Sullo sfondo, nondimeno, v’era il futuro stesso delle nazioni tedesche, il cui sogno di unificazione venne specificatamente troncato dal divieto di Anschluss imposto dai trattati di Versailles.

 

Come noto, la lotta per la conservazione dell’unità tirolese fece innanzitutto leva sul principale teorico dell’autodeterminazione, il presidente statunitense Woodrow Wilson. In più occasioni, a inizio 1919, fra il Brennero e Salorno vennero raccolte migliaia di sottoscrizioni e delibere comunali affermanti la “necessità di definire i confini italiani secondo ‘linee di nazionalità ben riconoscibili’” (Romeo). Se i principi di Wilson varranno per il confine orientale, successivamente oggetto delle proteste sciovinistiche italiane, ben diversa sarà la sorte della frontiera del Brennero, mai messa seriamente in discussione durante le trattative di pace.

 

A Innsbruck e Vienna la questione sudtirolese venne seguita con grande attenzione. I rappresentanti sudtirolesi continuarono ad essere presenti nel Consiglio nazionale tirolese, sostituito nei giorni del disfacimento dell’Impero, alla Dieta. Allo stesso modo, questi parteciparono anche alla costituente regionale e alla nuova assemblea nazionale, in cui vennero cooptati i deputati sudtirolesi già facenti parte della Camera imperiale.

 

Nel gennaio 1919, l’assemblea regionale tirolese arrivò perfino a formalizzare una solenne dichiarazione d’indipendenza. D’altronde, il tentativo di non perdere il Sudtirolo era stato appena frustrato dal governo italiano, che d’imperio aveva sciolto il Consiglio nazionale sudtirolese, nato il 16 novembre 1918 nel municipio di Bolzano. Quel giorno, su suggerimento di Innsbruck, i tedesco-liberali e i popolari diedero vita all’organismo atto a proclamare la nascita della Repubblica del Tirolo meridionale, entità che si sarebbe dovuta aggregare ad una futura confederazione austrogermanica. Ad egemonizzare l’iniziativa, non poteva che esserci il borgomastro di Bolzano Julius Perathoner, deciso oppositore dell’annessione al Regno d’Italia.

 

Ogni tentativo, tuttavia, fu vano. Il 10 settembre 1919 il cancelliere della neonata Repubblica austriaca, il socialdemocratico Karl Renner, firmava il Trattato di Saint-Germain con cui si riconosceva all’Italia, tra le altre cose, il possesso del territorio a sud del Brennero. Il Tirolo, pertanto, veniva ufficialmente spaccato fra due entità statali, fra le proteste dei deputati sudtirolesi. Il giorno 6, di fronte al Parlamento riunito a Vienna per ratificare il trattato, il liberale Eduard Reut-Nicolussi dichiarò commosso: “Oggi ogni pathos è senza scopo. È impossibile descrivere i sentimenti che prova un uomo che nelle file dei Tiroler Jäger ha combattuto e ha versato il suo sangue contro l’Italia, e ora, insieme ai suoi fratelli, si avvia alla schiavitù. Di fronte a questo trattato noi abbiamo da dire con ogni fibra del nostro cuore, nello sdegno e nel dolore, solo un ‘no’, un eterno e irrevocabile ‘no’. Adesso nel Sudtirolo comincerà una lotta disperata per ogni maso, per ogni casa di città, per ogni vigneto; una lotta attraverso ogni arma dello spirito e ogni mezzo della politica. Sarà una lotta disperata perché noi, 250mila tedeschi, avremo di fronte quaranta milioni di italiani; sarà davvero una lotta impari”.

 

Di fronte alla Camera, a Roma, solo in 48 contro 170 voti favorevoli si opporranno all’annessione del Brennero. A distinguersi, nel dibattito sulla ratifica del trattato del 20 settembre 1919, Giacomo Matteotti e Filippo Turati. Quest’ultimo, con in mano la protesta inviata da Bolzano a Wilson, chiese inutilmente che venisse ascoltato quel “grido d’angoscia e di fede patriottica”.

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