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La voce ai lavoratori dello spettacolo: “Siamo stati i primi a essere sacrificati”. Vasco Rossi a Trento? Bocciato dagli artisti locali: “Uno spot che non lascerà nulla al territorio”

Fra lockdown, restrizioni e perdite altissime i lavoratori dello spettacolo sono stati fra i più danneggiati dalla pandemia: “Viviamo nella precarietà perché nel momento in cui ci dovesse essere una terza ondata saremo i primi a chiudere”. Un reportage sullo stato di salute di un settore che solo in Trentino impiega almeno 300 professionisti e ora cerca di ripartire nel post-Covid

Da sinistra a destra, Lazzeri, Barrella, Ziliani, Tommasini, Filosi
Di Tiziano Grottolo - 31 July 2021 - 06:01

TRENTO. In Trentino si stima che siano almeno 300 i lavoratori del mondo dello spettacolo. Si tratta di attori, musicisti, sceneggiatori, tecnici e backliner a cui si aggiungono titolari e lavoratori di cinema e teatri. Durante la pandemia questa è stata una delle categorie più colpite, fin dall’inizio il settore è stato poco considerato e anche per questo è stato fra gli ultimi a ripartire. In diverse occasioni il comparto è sceso in piazza per reclamare i propri diritti e per chiedere di non essere considerati come lavoratori di serie B.

 

Le perdite? Una marea”. A parlare è Maria Vittoria Barrella attrice e direttrice artistica della compagnia teatrale ‘La Burrasca’. “Per via degli spettacoli saltati la nostra compagnia avrà perso circa 11mila euro in un solo mese, d’altra parte il primo lockdown è arrivato proprio in uno dei periodi in cui lavoriamo di più”.

 

Se alcune realtà hanno avuto la possibilità di esibirsi all’aperto e in qualche modo salvare la stagione, lo stesso non vale per i grandi eventi indoor. “Più di tutto abbiamo sentito la chiusura prolungata che ha avuto un impatto importante, nonostante tutte le attività previste per l’anno scorso siano state recuperate”, il commento di Carla Esperanza Tommasini, direttrice artistica del Pergine Festival, fra le più importanti kermesse della Provincia. “Purtroppo abbiamo assistito a un evidente calo di pubblico, non solo legato alla capienze dimezzate ma anche dovuto al fatto che la gente ha ancora paura a uscire di casa e nel frattempo si è disabituata. Diciamo che chi si era avvicinato da poco a questo mondo è stato fra i primi a rinunciarvi”.

 

Lo stop forzato ha colpito il settore in maniera trasversale, come spiega Daniele Filosi, direttore di Spazio Off e di Trento spettacoli (realtà impegnate nella produzione e nella distribuzione di spettacoli teatrali): “Lo slittamento dei vari progetti ha creato problemi economici e anche psicologici, soprattutto per via del personale impiegato”. Se salta uno spettacolo non sono solo gli attori e le realtà che li ospitano a rimetterci, i danni si ripercuotono a cascata su chi si occupa delle scenografie, tecnici e, quando sono previsti, backliner cioè quella figura che assiste i musicisti prima di un concerto.

 

“Noi – ricorda Barrella – siamo stati tutelati dal fatto che lavoriamo molto all’aperto, ma la maggior parte degli eventi in teatro sono saltati, perdendo molto e dovendo lasciare a casa anche dei tecnici. Questa è stata la parte peggiore e probabilmente sono loro ad aver subito le conseguenze maggiori”.

 

TECNICI E BACKLINER: LA CATEGORIA PIÙ COLPITA

Tecnici e backliner sono stati i più colpiti dalla pandemia. Spesso rimasti esclusi da alcuni ristori sono stati fra le prime “voci di spesa” da tagliare per ammortizzare i costi. “Le problematiche che c’erano prima sono rimaste e si sono aggravate, ma il mondo dello spettacolo è stato calpestato da tutti”, questo il pensiero di Marco Ziliani, musicista oggi in rampa di lancio ma con una lunga esperienza da backliner. “I ristori coprono solo una parte di ciò che abbiamo perso in questi mesi di inattività, per di più ora tutto quello che si muove può farlo solo in formato ridotto”. Il post-Covid è una fase molto delicata, sia per chi organizza che per chi sale sul palco: “Se trovano un positivo nel gruppo si ferma il tour ma i soldi dei concerti dove vanno? Noi non abbiamo un paracadute se non suoniamo non veniamo pagati e per noi non c’è cassa integrazione”.

 

Come se non bastasse chi prova a organizzare qualcosa deve scalare una montagna fatta di incombenze burocratiche. “Alcuni rinunciano direttamente, soprattutto i piccoli locali, sono cambiate molte dinamiche e se un’artista magari portava 10mila persone ora si possono vendere solo 5mila biglietti. Tutto ciò si ripercuote sui cachet degli artisti e su tutti quelli che ci ruotano attorno. È brutto da dire ma per certi versi è una lotta fra lavoratori, ci facciamo concorrenza sia fra tecnici che tra musicisti”. In questo contesto non tutti resistono e in molti lasciano. “Fra i tecnici tanti colleghi hanno cambiato lavoro, in particolare chi ha una famiglia da mantenere fa altro”, conclude Ziliani. “Molti scelgono di fare l’elettricista per un discorso di sicurezza economica, almeno lì chi è un dipendete può fare affidamento sulla cassa integrazione”.

 

I CINEMA, UN CAPITOLO A PARTE

Massimo Lazzeri è il titolare di Cineworld Trento, che nel capoluogo annovera i cinema Modena, Vittoria e Nuovo Roma, nel 2020 ha dovuto fare i conti sia con le chiusure che con il blocco sulle nuove uscite. Per tutto il periodo dei lockdown il lancio di moltissimi film è stato posticipato. “Probabilmente siamo stati fra le categorie che sono rimaste chiuse più a lungo, solo alle discoteche è andata peggio. A un certo punto non c’erano film e questo è problema per chi come noi e legato alla disponibilità del prodotto, la scelta di fermare tutto è arrivata direttamente dalle case di produzione così mentre alcune pellicole sono migrate su piattaforma la maggior parte sono state posticipate”.

 

Titoli come “No time to die”, dedicato all’agente segreto più famoso del mondo, o l’ultimo capitolo della saga di Fast and Furious”, la cui uscita era prevista nel 2020 arriveranno nella sale fra agosto e settembre con un anno di ritardo. “Da quando abbiamo potuto riaprire – prosegue Lazzeri – è iniziata una lenta progressione, solo in questo periodo, collegandoci all’estate americana, siamo riusciti ad avere un buon numero di film”. Una ripartenza che è stata tale anche nei numeri: nel mese di luglio 2021 le presenze hanno superato quelle registrate nello stesso periodo del 2019.

 

“Per il momento la capienza non è stata un problema, anche perché siamo ancora in estate, ma nei prossimi mesi ci aspettiamo un aumento delle presenze. Per quel periodo sarebbe auspicabile avere la piena capienza, non più al 50%”. Dal 6 agosto però entrano in vigore le nuove regole sul Green pass: “Sappiamo che è uno strumento importante – sostiene il numero uno di Cineworld – ma avremmo preferito un approccio più cadenzato, magari legato alle fasce d’età e al livello di vaccinazione. Inoltre pure l’incombenza dei controlli ricadrà sul nostro personale e questo non farà altro che allungare le procedure e aumentare le responsabilità”.

 

L’INCERTEZZA DELLE NUOVE REGOLE E L’INCOMBENZA DEL GREEN PASS

Se nel primo lockdown c’è stato lo spazio per aprire una fase di riflessione, dopo la seconda chiusura molti lavoratori dello spettacolo si sono trovati a rincorrere, vedendosi costretti ad accettare la maggior parte delle proposte. Allo stesso tempo chi organizza eventi si è trovato ad affrontare una bulimia di proposte, con il rischio di veder abbassare la qualità e saturare il mercato.

 

Come fa notare, la direttrice artistica del Pergine Festival, Tommasini, durante le chiusure la cultura è stata dimenticata: “Non si è capito che per molte persone è un valore importante, non solo per chi ci lavora”. Esempio emblematico l’ordinanza emanata dal presidente della Pat Fugatti (poi ritirata) che senza alcun preavviso rendeva obbligatorio il Green pass per quasi tutti gli eventi. “Se siamo vaccinati siamo tutti più al sicuro ma ancora una volta i problemi logistici ricadranno sul nostro settore, siamo sempre l’ultimo interesse da salvaguardare, il fatto è che manca una prospettiva a lungo termine e si naviga a vista”.

 

Un senso di precarietà che accomuna tutte le realtà. “Ci si trova costretti a dire di sì a qualsiasi progetto perché non si sa cosa accadrà a ottobre – aggiunge Barrella de ‘La Burrasca’ – non sappiamo se avremmo un reddito garantito e quindi abbiamo la necessità di produrre e stare in scena quasi tutti i giorni. Viviamo nella precarietà perché nel momento in cui ci dovesse essere una terza ondata saremo i primi a chiudere”. Dello stesso avviso anche Filosi il direttore di Spazio Off e Trento spettacoli:Il problema è capire cosa accadrà da autunno in avanti, ci sono ancora tante produzioni da recuperare e si rischia un ingolfamento, con il rischio di perderci in termini di pubblico. Insomma la voglia di ripartire c’è ma ci sono anche tante preoccupazioni”.

 

I SEGNALI DI RIPRESA NONOSTANTE LE DIFFICOLTÀ

Grazie ai ristori in molti sono riusciti almeno ad ammortizzare le perdite. Fra imprese e professionisti poco più di 200 realtà sono hanno potuto accedere al fondo dedicato al mondo dello spettacolo trentino. Inoltre, nonostante le mille difficoltà, la categoria ha saputo reinventarsi, anche grazie alla solidarietà.

 

“Durante il secondo lockdown le realtà che in genere ci ospitavano ci hanno permesso di lavorare online. Ciò non vuol dire tonare a fare spettacoli – evidenzia Barrella – ma significa garantirci quel minimo di continuità sia con il pubblico che a livello economico. È stata una cosa che non mi sarei aspetta, perché non era scontata”. Le chiusure sono state anche l’occasione per promuovere forme di aggregazione tra artisti, come Il palco verticale”, una piattaforma nata proprio da un’idea della direttrice artistica della compagnia ‘La Burrasca’ che ha coinvolto la maggior parte degli attori professionisti di Trento. “Inizialmente era nata come una chat su Whatsapp per confrontarsi sulle problematiche del settore ma poi si è arrivati a promuovere istanze comuni verso le istituzioni. Un modo per sentirci un po’ meno soli”.

 

Paradossalmente la pandemia è stata anche uno stimolo per sperimentare nuove proposte. “Abbiamo provato a rispondere in maniera creativa al lockdown – sottolinea Filosi – con ‘Viaggio a Spoon River’, basato su cinque monologhi, abbiamo voluto mettere lo spettatore di fronte all’attore, dopo tanti mesi in cui è mancata proprio al relazione fisica della compresenza. Quindi, non partire dal palco ma da una relazione diretta”. Fra l’altro gli ultimi tre monologhi si terranno nello spazio archeologico di Trento fra settembre e novembre. Per comprendere l’importanza di simili iniziative, anche dal punto di vista economico, basti pensare che con un’unica kermesse è stata data la possibilità a 5 registi, 5 attori, oltre a tecnici, scenografi e costumisti di tornare al lavoro.

 

“L’ex officina di Spazio Off invece è rimasta chiusa agli spettacoli ma il tutto è stato allestito come se fosse un piccolo teatro, portando in scena materiali, costumi, fotografie, ma senza gli attori e quindi senza la presenza fisica che poi è quella che conta”. Un modo per generare una riflessione su cosa è la relazione fra esseri umani. “In fondo – ribadisce Filosi – la pandemia ci ha portato via proprio questo: la presenza, la relazione”.

 

È in questo scenario che il mondo dello spettacolo trentino sta cercando di ripartire, fra speranze e incertezze che espongono tanti professionisti la cui assenza durante i lockdown ha pesato più di quel che si potrebbe pensare. “In questa ripartenza – dice Tommasini – ci sarà bisogno di un maggiore confronto fra le realtà, anche per capire cosa avrà senso fare in futuro, è necessario puntare sulla qualità più che sulla quantità”. Perché ciò avvenga il mondo dello spettacolo dovrà essere messo nella condizione di poter lavorare. “Ormai abbiamo capito che siamo il primo anello da sacrificare sull’altare della sicurezza – taglia corto Barrella – ma in realtà siamo tra i momenti sociali e aggregativi più sicuri che si possono proporre alla cittadinanza. La qualità della vita delle persone è legata anche alla possibilità di ritrovarsi in un rito collettivo come quello degli spettacoli, sarebbe bello che chi è chiamato a tutelare il benessere dei cittadini si rendesse conto anche di questo valore”.

 

IL CONCERTO DI VASCO ROSSI SPONSORIZZATO DALLA PROVINCIA

Mentre gli artisti locali si barcamenano fra mille difficoltà la Provincia si è lanciata in una spericolata (come canta lo stesso Vasco Rossi) operazione di marketing. Il maxi-concerto da “almeno 120mila persone” nella narrazione della Giunta leghista servirà a rilanciare il Trentino nell’era post-Covid, ma cosa ne pensa chi di cultura ci vive?

 

“Se mi chiedi se Vasco mi piace posso dire di essere un grande fan – scherza Filosi – penso sia bello e significativo che un evento di questa portata arrivi in una città come Trento. Ciò che mi lascia perplesso è che un’operazione di questo tipo sia tenuta in piedi con denaro pubblico. Sarebbe meglio lavorare per costruire un tessuto privato che, con il sostegno pubblico, possa arrivare a portare un evento del genere, altrimenti il rischio è fare le cose a spot, bruciare moltissime risorse e non lasciare nulla al territorio”.

 

Una preoccupazione condivisa anche da Tommasini: “Mi pare un’operazione miope fatta senza prospettiva. Si spenderanno un sacco di risorse ma poi resterà il deserto, una trovata di cattivo gusto e uno schiaffo per tutte le realtà. Ovviamente non ho nulla contro Vasco il punto è che non dovrebbe essere l’ente pubblico a trasformarsi in organizzatore di eventi”.

 

Decisamente contrariato anche Ziliani che come qualsiasi musicista il palco lo vive da dietro il microfono. “Per caso ci sono le elezioni? Francamente è una mossa di marketing che non condivido”. Il cantante e backliner si dice fermamente contrario a queste soluzioni: “Si spendono i milioni quando con meno investimenti si potrebbe sostenere la scena trentina, se i soldi ci sono meglio investirli sul territorio. Al Trentino fanno meglio 50 piccoli concerti che un maxi-evento che una volta finito non lascia nulla”.

 

Di “uno specchietto per le allodole” parla anche Barrella. “Si tratta di una scelta ridicola che va contro gli interessi della cultura trentina. Soprattutto in un momento emergenziale come quello che stiamo vivendo, non dovrebbe essere la Provincia a occuparsi di eventi di questo tipo”. L’indotto? “Non si può usare ogni volta questa scusa, avere un indotto economico non significa per forza portare una miglioria e un percorso di crescita duraturo. Mi domando che continuità possa portare al territorio e a chi in Trentino di cultura ci vive e si impegna ogni giorno per far fare un salto in avanti alla qualità artistica della Provincia”.

 

In altre parole quella degli artisti trentini non è un’opposizione al concerto in sé, ma una critica al metodo perché in uno scenario dominato dall’incertezza, con lo spauracchio della pandemia e della risalita dei contagi, la nuova Trentino Music Arena rischia di diventare l’ennesima cattedrale costruita nel deserto. Un deserto dove però si troveranno a vivere gli artisti locali. 

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