Auguri ad Arrigo Pisoni, il Patriarca dei peccati alchemici. Novant'anni di storia, tra vini e sculture, per rendere grande il Trentino
Domenica compie 90 anni il Maestro di vigna di alambicchi, domatore delle bollicine che sprigiona lo spumante classico, scultore appassionato. Arrigo è l’epopea del vino trentino. Che lui ha interpretato con devozione e con un cipiglio d’artista. Scolpendo legno per dar forma ai sogni

TRENTO. Fissa le sue visioni spiritose (così si chiamano le essenze che sprigionano le vinacce cotte nell’alambicco) intagliando con maestria tronchi di legno, mettendo in risalto la sua sincera devozione al ciclo dell’uva con sculture che hanno l’anima della ruralità. Del suo mondo contadino, custodito e messo a disposizione delle nuove generazioni. Senza troppo badare allo scorrere del tempo. Così per il suo 90esimo compleanno Arrigo Pisoni detto ‘il Patriarca dei peccati alchemici’ trasforma la ricorrenza in un momento conviviale dove tutto e tutti onorano l’indole del festeggiato, Maestro di vigna, di alambicchi, ma pure domatore - tra i primissimi in Trentino - delle bollicine suadenti che sprigiona lo spumante classico. Senza tralasciare la sua tardiva devozione alla scultura.
Non è semplice distinguere le passioni di questo Patriarca. Vite, vino e vita sono una triangolazione perfettamente intercambiabile. Probabilmente perché la dinastia di questi Pisoni enoici è un baluardo di sana evoluzione contadina. Impossibile anche sintetizzare in poche righe le incredibili vicissitudini di questa famiglia che in Valle dei Laghi non a caso è stanziale in una frazione di Madruzzo che si chiama Pergolese. Dove appunto le pergole dei vigneti segnano il fondovalle e scandiscono il ritmo del paesaggio collinare che porta verso il ripido pendio de ‘le Frate’, i filari di Nosiola piantati interpretando la consistenza del terreno e in base alle folate del vento dorato che spira dal Garda.
Pergole, come tracce sul cammino di una dinastia impegnata in ogni settore vitivinicolo, che vinifica i vini destinati al rito della Santa Messa ( hanno uno speciale editto vescovile ) e in questa sintonia esaltano il tradizionale Vino Santo, il passito dei passiti per eccellenza, nettare che sfida il tempo, doma ogni contrapposizione. Talmente pregno di valore che consente a vignaioli indomiti come i Pisoni di elaborare ogni componente dell’uva, senza sprechi e per la gioia dell’essere. Vini della tradizione, quelli fermi, ma pure sfruttando l’appassimento degli acini, senza tralasciare due altrettanto decisive trasformazioni: la grappa e lo spumante classico.
Ma torniamo al festeggiato, ai 90 anni del Patriarca. Rievoca le origini di famiglia, la casa di Lasino, il trasferimento nel fondovalle sul Sarca nel 1852, gli albori della viticoltura, poi la devastazione della Grande Guerra - partirono per il fronte in Galizia ben sette fratelli, uno purtroppo disperso tra le migliaia di soldati mandati al massacro dagli asburgici - la rinascita, l’altrettanto drammatico periodo della Seconda Guerra, per poi recuperare l’arte dell’alambicco, la realizzazione delle strutture aziendali, il potenziamento di tutte le fasi legate al ciclo dell’uva. Arrigo è l’epopea del vino trentino. Che lui ha interpretato con devozione e con un cipiglio d’artista. Scolpendo legno per dar forma ai sogni. Una passione per la scultura sopita, esplosa solo negli ultimi decenni. Frequentando corsi e lezioni d’arte, ascoltando insegnamenti di validi maestri come il professor Renato Ischia, ma mettendo in pratica l’innata manualità del suo estro contadino. Quando era lui a destreggiarsi tra alambicchi e condotti in rame da saldare per migliorare la finezza della grappa. Oppure scavare una suggestiva galleria nella roccia dove far riposare le bottiglie dello spumante.
Adesso, all’ingresso della cantina storica non si notano botti o simboli del vino: ci sono le opere di Arrigo. Tante significative sculture, bassorilievi che fissano nel legno personaggi di famiglia, poi un pannello in cirmolo la sequenza di putti che rende omaggio agli otto suoi nipotini. Non manca la statua di un Bacco, ma nemmeno l’omaggio ad una figura di donna ancestrale, l’Africa e la sua umanità, donna che regge sulla testa un’anfora, stringendo nel contempo un neonato aggrappato al suo seno nudo. Poi - proprio nella caneva storica - un portentoso altorilievo, grandezza naturale con suo padre e suo zio in divisa bellica, ma che impugnano mazzi di margherite, come risulta da una minuscola cartolina giunta a Lasino nel 1917. Tutto poi è un mix di busti in terracotta. Studi di forme e colpi di scalpello, tra bottiglie di vini pregiati e lo spazio destinato alle degustazioni. Con un talento decisamente importante.
Che non ha mai voluto esternare. Preferendo l’impegno vitivinicolo, la dedizione ai frutti della terra, olivo compreso. Omaggiando il ciclo della vite anche con la costruzione scenografica delle fasi della vendemmia, torchio e attrezzi in piena sintonia con l’affresco delle stagioni custodito nella Torre dell’Aquila del Buonconsiglio di Trento. Attento, curioso, pure studioso. Non ha mai smesso di applicare e sviluppare nozioni apprese alla Scuola Agraria di San Michele all’Adige, intensificando i rapporti con tutte le aziende vitivinicole del suo circondario. In una corale quanto appassionata sfida qualitativa. 90 anni di creatività. Auguri!












