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Cos'è la Resistenza? Fra 25 aprile e Ucraina, la necessità di guardare al passato in forma problematica

Usare il passato per spiegare il presente è un'operazione tutt'altro che priva di implicazioni. In queste settimane, si è ad esempio tirata per la giacchetta la Resistenza per giustificare la lotta degli ucraini contro gli invasori russi. Ma quanto è calzante il paragone? Ed è davvero necessario? Una riflessione per il 25 aprile, Festa della Liberazione

Di Davide Leveghi - 25 April 2022 - 10:57

- Come sarà il mondo nuovo?

- Sarà un mondo senza odio.

- Occorrerà ammazzare parecchia gente, allora…

- Occorrerà ammazzare parecchia gente, sì.

- Ma l’odio ci sarà sempre… ce ne sarà ancora di più…

- Allora non li ammazzeranno. Li guariranno. Daranno loro da mangiare. Costruiranno delle case per loro. Daranno loro musica e libri. Gli insegneranno a essere buoni. Hanno imparato l’odio, potranno imparare la bontà.

- L’odio non si disimpara. È come l’amore.

- Io lo conosco l’odio. I tedeschi me lo hanno insegnato. L’ho imparato quando ho perso i miei genitori, e poi con la fame e con il freddo, e vivendo sottoterra, e sapendo che se un tedesco mi incontrasse sulla sua strada, non mi offrirebbe la sua gavetta, non mi farebbe posto accanto al suo fuoco, tutto quello che potrebbe fare per me sarebbe ficcarmi una pallottola in corpo. Perché i tedeschi hanno una pallottola per ogni cosa. Una pallottola per il petto e una pallottola per la speranza, una pallottola per la bellezza e una per l’amore… Io li odio!

- Non bisogna. Quando avremo dei bambini, insegneremo loro ad amare e non a odiare.

- Insegneremo loro anche a odiare. Insegneremo loro a odiare la bruttura, l’invidia, la forza, il fascismo…

- Che cos’è il fascismo?

- Non lo so esattamente. È una maniera di odiare.

(da Educazione europea di Romain Gary, 1956)

 

TRENTO. Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia proclamava l’insurrezione generale contro i nazifascisti nei territori ancora occupati. Con questa decisione, le forze raccolte attorno all’antifascismo non attendevano l’arrivo degli Alleati per celebrare la liberazione dall’occupazione tedesca e da vent’anni di regime fascista, ma lanciavano al mondo un segnale: esiste un’altra Italia, la vera Italia, libera, democratica, antifascista.

 

Al di là della semplificazione, questa decisione finirà per avere una conseguenza decisiva. In quella giornata, infatti, si scolpì un tassello fondamentale per la nascita della Costituzione repubblicana, entrata in vigore il primo gennaio del 1948. Cristallizzato in una giornata di festa nazionale, il 25 aprile diveniva così la principale festività laica del Paese, in cui celebrare il sacrificio degli oppositori al fascismo e rinfocolare lo spirito che tiene assieme la comunità: l’antifascismo.

 

Non è certo una novità, nondimeno, sostenere che da tempo l’antifascismo sia entrato in crisi. Già nel 2004, nel suo lucidissimo pamphlet La crisi dell’antifascismo lo storico Sergio Luzzatto individuava in alcuni cruciali passaggi, coma la bancarotta identitaria della sinistra, l’erronea equiparazione delle vittime e la pericolosa ricerca di una memoria condivisa, la trasformazione dell’antifascismo – e di conseguenza della Resistenza, che ne incarnò un momento centrale – in un “reperto archeologico”.

 

Come può resistere l’antifascismo, si chiedeva Luzzatto, se le generazioni che hanno combattuto la Resistenza stanno scomparendo, se le nuove generazioni guardano a quel passato in forma stanca, perché lontano, superato, divisivo? Una risposta lo storico genovese la dava negli approcci con cui ormai gran parte della storiografia guarda alla Resistenza: come un fenomeno minoritario, isolato, guardato con sospetto. “Il significato epocale della Resistenza risiede esattamente in questo – scriveva – nel segnare una discontinuità unica nella storia d’Italia; nel suggellare il tentativo di pochi di promuovere a beneficio di molti un mutamento nella forma e nella sostanza delle istituzioni, il passaggio a uno stato democratico, la creazione di nuovi rapporti sociali”.

 

Fuga dal conformismo, dall’indistinzione del passato e dei suoi conflitti, dall’oppressione e dalla gerarchia come principi regolatori della vita comunitaria. Sono questi i terreni su cui si misurano delle frontiere fra fascismo e antifascismo, a 77 anni dalla sua caduta. Anche allontanandosene nel tempo, la Resistenza al di là dello scadere nella retorica rimane pertanto la stella polare da cui non togliere mai lo sguardo. La scelta, in definitiva, che ci deve ricordare da dove veniamo e dove non dobbiamo ritornare.

 

In questa fase storica, mentre l’Europa torna a fare i conti con la guerra, le polemiche sorte attorno alla comparazione fra Resistenza e resistenza ucraina appaiono quantomai capziose. Se la Storia può rappresentare un incredibile repertorio di vicende ed episodi esemplari, credo sia altrettanto importante usarla con grande cautela – e senza cadere nell’anacronismo - nel tirare le fila con il presente. L’uso politico di quanto avvenuto nei secoli o nei decenni passati, infatti, può non solo rappresentare un pericolo – specie quando alla storia, intesa come conoscenza critica e problematica del passato, si sostituisce la memoria, lacunosa e parziale per definizione – ma anche una lente distorsiva che impedisce una comprensione calata nella complessità – e nella peculiarità – di un contesto presente.

 

Se in questa comparazione convivono tensioni differenti, dal rendere la resistenza degli ucraini più vicina al nostro immaginario al tirare per la giacchetta la principale custode della memoria resistenziale in Italia, quell’Anpi al centro in queste settimane di aspre polemiche sulle ambigue posizioni espresse dal suo segretario, ciò non scalfisce la sua dubbia utilità. Un’aggressione resta un’aggressione e non serve guardare alla Seconda guerra mondiale per capirlo. Quanto detto sopra rispetto alle forme assunte dalla Resistenza al nazifascismo in Italia durante la guerra, inoltre, credo sia sufficiente per capire quanto tale parallelo poggi su fondamenta labili.

 

Nondimeno, la storia più recente forse potrebbe dare qualche spunto in più per leggere ciò che sta accadendo. L’esempio più chiamato in causa, sotto questo profilo, è la guerra in Bosnia, quando di fronte a una palese aggressione di una repubblica multiculturale da parte di Serbia e Croazia, l’Europa rispose con un netto rifiuto a intervenire in nome di un generico sentimento pacifista e antinazionalista, assecondando l’embargo sull’invio di armi deciso dalle Nazioni Unite e che finì, tuttavia e con gli esiti che sappiamo, per svantaggiare il solo aggredito, la Bosnia.

 

Come vediamo, dunque, la storia è un repertorio in cui abbiamo beneficio d’inventario. Più ci allontaniamo, chiaramente, più ciò che rimane sono i grandi principi, i valori, gli ideali. E in questo possiamo ritrovare lo spirito della difesa da un oppressore, che attraversa la lotta degli ucraini – e della loro seppur fragile democrazia - contro uno Stato invasore e imperialista. Il pacifismo astratto e sradicato dalla realtà che sentiamo rimbalzare da più parti in questo periodo nell’opinione pubblica italiana intossica pertanto un assioma ineludibile, ancora più per una democrazia come la nostra che affonda le sue radici nell’atto della Resistenza: la resistenza armata - come giustamente ricordato da Luigi Manconi su Repubblicaè etica. 

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