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| 04 apr 2023 | 17:04

I vini trentini sono alle prese con un calo della domanda ma a Vinitaly il Trentodoc mantiene il suo fascino e le bollicine Ferrari conquistano anche la premier Meloni

L’Alto Adige si dimostra pronto, compatto, con ogni azienda decisa a puntare sull’immagine e sulle potenzialità. Caratteristiche che purtroppo mancano a molte, fortunatamente non tutte, cantine del Trentino

VERONA. Una kermesse di vino che pone l’acqua all’ordine del giorno. Sembra una contraddizione, ma ogni azienda vitivinicola è alle prese con la scarsità di un bene prezioso apparentemente antagonista del buon vino per questioni di ecosostenibilità. Ogni zona enoica popone le sue peculiarità, anche se le cantine più vicine le Dolomiti esprimono differenze per certi versi imbarazzanti. Come il paragone tra la folla che anima il padiglione dell’Alto Adige – praticamente è impossibile spostarsi tra un banco d’assaggio e l’altro - con una ressa impressionante, mentre negli spazi del Trentino – tra slogan come vini bianchi, rossi e soprattutto green – l'atmosfera è molto, ma molto più rilassante.

 

Certo non manca la curiosità, con i grandi marchi del vino ad attirare un pubblico molto eterogeneo. Sorsi con selfie immancabili, i politici che ostentano brindisi gioiosi, per tranquillizzare le aziende trentine. Tralasciando imbarazzanti confronti con altre vicinissime realtà enologiche. Intendiamoci, il Trentino del vino non è certo una cenerentola. E’ avvantaggiato dal blasone delle sue bollicine, che ancora una volta in parte relegano le tipologie di vini chiamiamoli tranquilli. 

 

Vini trentini alle prese con un certo calo di domanda di varietà d’uva a bacca rossa – il Marzemino quasi non compare, il Teroldego rotaliano è vanto solo di uno sparuto quanto battagliero gruppo di TeroldegoEevolution, 9 vignaioli caparbiamente impegnati a fare squadra. Solo loro però hanno una visione collegiale, una regia operativa. Riescono a superare ritrosie cooperativistiche e spinte radicali di certi vignaioli. Categoria quest’ultima assente dallo stand istituzionale, ospitata al padiglione della Fivi – la federazione degli indipendenti – dove le proposte vinarie sono una summa di spinte tra l’etico e il folkloristico, con vini sicuramente onesti, che nulla hanno da spartire con i quantitativi e le spinte di un mercato sempre più omologante. 

 

Verona però riesce ad essere contemporaneamente pop e top. A differenza di altre fiere concilia le esigenze dei selezionatori, di quanti chiedono vino destinato a mercati internazionali, con le fasce di operatori alle prese con il calo dei consumi, i costi elevati nella gestione di enoteche e ristoranti, i turisti che scelgono vini assolutamente diversi. Pure con tendenze e proposte sicuramente insolite. Continua l’offerta del vino bio, di bottiglie volutamente con il vino ancora torbido, anche se – inutile dirlo – la magia delle bollicine – tutte – trasforma il sorso in facili sogni. Quattromila le aziende presenti al Vinitaly decisamente post pandemia, una filiera con oltre 30 miliardi di business, una festa per ogni componente della produzione vinaria. 

 

Ecco allora che anche tra le Dolomiti s’avverte l’esigenza di reinterpretare le produzioni. L’Alto Adige si dimostra pronto, compatto, con ogni azienda – le artigianali a fianco e stretto contatto con le cooperative – decisa a puntare non solo sull’immagine, ma anche sulle intrinseche potenzialità di un settore contenuto – in ettari – ma con esponenziali aspetti di appeal. Quello che purtroppo manca a molte – fortunatamente non tutte – cantine del Trentino

 

Peccato che a Verona si registri questa dicotomia. Il Trentodoc mantiene il suo indiscutibile fascino – con le bollicine di casa Ferrari che hanno ammaliato pure la premier Meloni, in una sfilata di esponenti governativi mai così ostentata – mentre il pubblico chiede anzitutto vini bianchi, aromatici, e tralascia varietà ritenute – ingiustamente – minori, Nosiola compresa. 

 

Tra le novità trentine i vini Piwi quelli da uve che non hanno bisogno di chimica. Secondo certi enologi possono incidere sul futuro, anche se ancora coltivate marginalmente. Altre curiosità: i vini tappati con capsule a vite, poi una bella selezione di grappe, qualche microvinificazione studiata dalla Fondazione Mach, le cantine alle prese con richieste di vini eticamente corretti, senza l’abuso di complicate confezioni.

 

Tutte questioni che accomunano ogni produttori, ma che - chissà perché - evidenziano ancora una volta la contrapposizione cantine sociali e vignaioli. Che fare? Difficile trovare una soluzione. Forse bisognerebbe copiare dai cugini altoatesini. Ci guadagnerebbe solo il vino. Tutto il vino, non solo quello vivace. 

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