Perché la pasta (osteggiata dal fascismo) è simbolo di libertà: dalla famiglia Cervi a Felicetti, ecco la ''pastasciuttata antifascista''
Marinetti aveva tracciato la linea: maccheroni, spaghetti e tagliatelle erano ''bocconi immangiabili, pastasciutta come cibo che appesantisce, rende bruti, lenti, pessimisti, decisamente retrogradi'' e il partito spingeva per 'disabituare' il popolo al consumo di questo alimento molto poco autarchico. Ecco perché la tagliatellata della famiglia Cervi (costata loro la vita) del 25 luglio rappresenta un simbolo ancor più forte e oggi l'Arci ricorderà quel momento

TRENTO. Al parco, mangiando un piatto di pasta come gesto di liberazione. Atto simbolico che rievoca l’incredibile quanto temeraria scelta della famiglia Cervi: festeggiare la caduta del governo Mussolini promuovendo un pranzo collettivo, completamente gratuito, da condividere con tutte le persone del loro paese, Campegine, nel cuore dell’Emilia. Oggi, giorno della Liberazione, in centinaia di piazze si distribuiscono migliaia di piatti di pasta antifascista. A Trento nel parco ex Santa Chiara.
Il 25 luglio 1943, Mussolini viene destituito e arrestato, con Badoglio nuovo capo del governo. Il fascismo pareva sconfitto, ma non la guerra nazifascista. Con ripercussioni devastanti, tra eccidi e tragedie. Compresa la drammatica fine proprio della famiglia che organizzò il pranzo liberatorio a base di tagliatelle. Un gesto simbolico, contro l’ideologia fascista, quella che riteneva solo il riso come ingrediente prioritario della ‘dieta italica’. Considerando i maccheroni, gli spaghetti, pure le tagliatelle, ‘bocconi immangiabili, pastasciutta come cibo che appesantisce, rende bruti, lenti, pessimisti, decisamente retrogradi’. Teoria futurista lanciata da Marinetti già nei primi anni ’30, per valorizzare le coltivazioni di riso. Al punto da ripudiare addirittura l’uso della forchetta: solo cucchiaio, per pasti a base di riso e pane autarchico.
Poi c'erano problemi pratici: il grano duro italiano non sarebbe mai stato sufficiente a garantire il sostentamento del Paese (ancora oggi sono fondamentali le importazioni) e quindi meglio ''disabituare'' il popolo al consumo di questo alimento (affermatosi tra gli italiani d'America e 'riportato' in Italia dai nostri immigrati, quindi ancora una volta considerato 'straniero') e spingere sul riso.
Ecco allora spiegato il gesto decisamente antifascista della famiglia Cervi.
Mobilitarono tutte le donne della loro comunità agricola, recuperando farina, per impastare tagliatelle. Il condimento? Lo presero a credito dal caseificio locale, burro e formaggio grana. Nei pentolini di casa vennero scolati chili e chili di tagliatelle, subito caricate sul carro e distribuite in piazza a Campegine. Pasta della festa, gesto liberatorio, offerta a tutta la gente del paese. Senza alcuna contrapposizione ideologica. Piatti di pasta pure a qualche camicia nera - come si legge nella documentazione custodita nel Museo Cervi, a Gattico, vicino Reggio Emilia, nella casa colonica di una famiglia contadina dichiaratamente antifascista, con i sette figli maschi fucilati per rappresaglia nel dicembre 1943.
Eccidio a neppure 6 mesi di distanza dalla festa liberatoria da loro orgogliosamente imbastita. Pasta antifascista per non dimenticare le privazioni alimentari imposte dal fascismo. Pasta per rinforzare il concetto dell’impasto, delle semplici manipolazioni, le mani che trasformano farina in qualcosa di gustoso. L’immagine stessa di pasta come companatico, da gustare insieme. Cibarsi in fraternità. Azione da condividere, da rinforzare la rappresentazione di ‘companio, con pane’ e dunque l’origine del termine socialista ‘compagno’.
A Trento l’iniziativa è stata promossa dall’Arci, coinvolgendo le tante organizzazioni socio politiche che non dimenticano i valori del 25 aprile. Mobilitazione festosa che nulla ha da spartire con concetti assurdi di sovranità alimentare. Quella continuamente osannata dal ministro Lollobrigida. Che attribuisce significato sovranista ad un concetto importante, essenziale per il futuro dell’umanità e che - per dirla con Carlin Petrini di Slow Food - ‘non deve essere confuso né con sovranismo e neppure con autarchia’. Non a caso i sovranisti di questi giorni ripudiano il 25 aprile.
Si schierano pure a fianco di quanti pensano di difendere il Made in Italy organizzando presidi al valico del Brennero. Contadini che diventano istrionici quanto scenografici (gialli) poliziotti agro-frontalieri, in spregio al buon senso, ai doverosi controlli doganali, al reciproco scambio degli alimenti europei. Dimenticando (forzatamente e con spinte ministeriali spiccatamente sovraniste, in stile che rievoca concetti alimentari dei Futuristi) che il cibo deve essere un bene salubre, condivisibile, ottenuto senza rigide barriere meramente commerciali.
Ogni comunità del cibo dovrebbe operare in sintonia con il tessuto ecologico, economico e sociale, garantendo l’accesso ad un cibo sano, nutriente e culturalmente appropriato. Questioni di gusto, tra etica ed estetica. Che oggi a Trento prendono forma in un piatto di pasta decisamente dolomitica: le penne rigate, quelle offerte a pacchi a chi oggi con l'Arci parteciperà a questa 'pastasciuttata antifascista' dal Pastificio Felicetti, azienda leader nella produzione d’alta qualità, che in val di Fiemme - pastificio più alto d’Europa - da oltre 100 anni ‘impasta il grano con il cielo delle Dolomiti’. Buon appetito e ''W il 25 aprile!''












