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Trentodoc il nuovo presidente è Stefano Fambri. Carlo Moser (nonostante il consenso) non si ricandida alla vicepresidenza

Nel salone della Fondazione Mach l’assemblea ha rinnovato il direttivo. ''Adesso bisogna agire con unitarietà, per affrontare compatti le sfide del mercato'', ribadiscono gli eletti, con i Trentodoc che hanno raggiunto importanti - e per certi versi - incredibili posizionamenti di mercato

Di Nereo Pederzolli - 21 febbraio 2024 - 19:18

TRENTO. Una macchina da guerra. Spumeggiante. Il Trentodoc rinnova i suoi vertici, s’affida ad un manager di Rotari, aumenta a 3 le quote rosa e lascia spazio anche agli spumantisti meno poderosi (in quanto a numeri di bottiglie). Stefano Fambri, direttore di Nosio e rappresentante di Rotari e Gruppo Mezzacorona, è il nuovo presidente, subentra ad Enrico Zanoni, direttore generale Cavit e per oltre 12 anni al comando anche dall’Istituto Trentodoc, 67 aziende trentine foriere del prestigio delle ‘bollicine di montagna’.

 

Stamane nel salone della Fondazione Mach l’assemblea ha rinnovato il direttivo. Entrano i nuovi Elio Pisoni (azienda storica di Pergolese di Maruzzo) e Martina Togn, una delle tre figlie del compianto Luigi Togn, tra i patriarchi del vino e dello spumante trentino. Martina Togn rinforza la presenza come ‘donna del vino’ affiancando nel direttivo Roberta Giuriali (Maso Martis) e la roveretana Lucia Letrari, tenace ‘trentodocchista’ quanto instancabile promotrice del bere spumeggiante. Conferme per gli altri componenti, Enrico Zanoni, Matteo Lunelli di Ferrari, Andrea Buccella di Cesarini Sforza e Federico Simoni, della famiglia Casata/ Monfort Maso Cantanghel.

 

''Adesso bisogna agire con unitarietà, per affrontare compatti le sfide del mercato'', ribadiscono gli eletti, con i Trentodoc che hanno raggiunto importanti - e per certi versi - incredibili posizionamenti di mercato. Il successo - con 13 milioni di bottiglie vendute lo scorso anno - premia lo spirito di squadra e dimostra tutto il fascino legato alle bollicine Made in Trento. Trainando anche le decine di aziende spumantistiche locali che non aderiscono all’Istituto di tutela, quelle che rispettano solo il disciplinare del Trento Doc, due parole distinte, importanti e anche spesso contradditorie. Impostate da altrettante visioni, quelle di cantine che cercano visibilità smarcandosi dei cosiddetti colossi, per tentare una via molto personale di promozione e altrettanta commercializzazione. Una diatriba - inutile dirlo - che ricalca l’annoso quanto insoluto confronto tra Consorzio vini e Associazione vignaioli del Trentino.

 

Il nuovo direttivo del Trentodoc è comunque riuscito a rispettare, al suo interno, le varie dinamiche e progettualità delle sue aziende consociate. Perché vige la regola ‘un voto, una testa’, vale a dire i ‘grandi rispettano i piccoli, e viceversa’. Senza timore. In attesa della designazione del nuovo vicepresidente - Carlo Moser, rampollo del campionissimo Francesco, non si è ricandidato, né per il consiglio e dunque nemmeno per la carica di vice, nonostante il vasto consenso tra i soci, specialmente da i giovani spumantisti - dovrà affrontare nuove strategie.

 

Trovare un giusto indirizzo di promozione e tracciare line guida per consolidare il comparto vitivinicolo, nel rispetto delle zone di coltivazione per le uve ‘base spumante’, tra cambiamenti climatici e questioni di ecosostenibilità. Progetti e visioni, riconsiderare i parametri del giudizio dei vini tutelati dalla Doc Trento. E farlo senza preconcetti. Coinvolgendo pure le istituzioni, la politica provinciale, per superare assurdi campanilismi enoici. Quelli che premiano incondizionatamente - con giusto merito - gli spumanti metodo classico, a scapito del ‘vino fermo’. Che rischia di rimanere tale. Posizionato su livelli molto, ma molto sottostanti lo scalino della notorietà, fascino e ‘appeal’. Lasciando alle bollicine del Trentino - e questo è un sicuro vanto - il podio del prestigio, praticamente il gradino più alto.

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