"La Provincia sacrifica il diritto allo studio per le Olimpiadi", Casanova (Cgil): "Non chiediamoci poi perché i giovani del Comelico vanno a studiare in Alto Adige"
“Sembra che nessuno si stia rendendo conto che sempre più famiglie rivolgono all’Alto Adige per garantire un futuro ai loro figli, togliendoli dalle scuole della nostra ingrata Provincia e iscrivendoli dove i servizi sono efficienti e attenti alle esigenze delle persone”: con queste parole Denise Casanova, segretaria Cgil Belluno, ha recentemente commentato la possibile chiusura delle scuole bellunesi durante le Olimpiadi, per la quale i sindacati hanno chiesto un confronto con la Provincia. L’abbiamo quindi intervistata per raccogliere la sua testimonianza su questo fenomeno che interessa gli studenti del Comelico

COMELICO. “Sembra che nessuno si stia rendendo conto che sempre più famiglie si stanno rivolgendo al vicino Alto Adige per garantire un futuro ai loro figli, togliendoli dalle scuole della nostra ingrata Provincia e iscrivendoli dove i servizi sono efficienti e attenti alle esigenze delle persone. Chiudere gli occhi di fronte a questa realtà, continuando a piangere per lo spopolamento del Bellunese senza fare nulla di concreto, costerà caro a coloro che si ostinano, nonostante tutto, a credere nel futuro delle nostre terre. Costerà caro, tuttavia, anche a chi dimostrerà di non saper rappresentare i loro legittimi interessi”. Così Denise Casanova, segretaria della Cgil Belluno, nell'ambito della richiesta da parte dei sindacati di un confronto con la Provincia sul tema Olimpiadi e scuole.
Abbiamo allora chiesto a Casanova una testimonianza sull’esodo scolastico dalle terre alte bellunesi verso il territorio altoatesino, sintomo di una carenza di servizi e opportunità che non è certamente utile per contrastare lo spopolamento della Provincia bellunese. “Io vivo in Comelico - spiega a Il Dolomiti - e ho studiato in collegio a Belluno assieme alla mia generazione, e non solo, perché alla fine anni Ottanta era un’opportunità che tutti sfruttavano. Negli ultimi anni, invece, gli studenti del Comelico vanno a studiare in Alto Adige perché qui trovano studentati, quindi strutture laiche, che offrono oltre la scuola anche una residenza, hanno libri in comodato d’uso e, in quanto studenti, hanno la possibilità di avere una carta per spostarsi, con 25 euro, in tutto l’Alto Adige. Da noi, all’opposto, l’abbonamento vale per singole tratte: da Comelico ad Auronzo, ad esempio, costava circa 300 euro annui, se però da Pieve dovevi andare a Calalzo pagavi il biglietto.
Certamente l’Alto Adige gode di un regime fiscale diverso e altre condizioni, cosa che personalmente ho trovato sempre intollerabile perché per noi lassù significa concorrenza sleale, ma non voglio paragonare le due realtà. Tuttavia resta il fatto che da noi il problema dei trasporti è presente da tempo immemore e non lo si risolve con una campagna straordinaria di ricerca autisti. Sono state infatti le paghe e gli orari a far sì che quelli presenti se ne andassero e a questo va posto rimedio, anziché cercare palliativi nel momento in cui un'azienda di trasporti ti pone di fronte all’alternativa tra i turisti sulle piste e gli studenti a scuola: non è degno di un Paese civile.
Si tratta quindi di un problema per tutto il territorio, indipendentemente da quale soluzione si troverà adesso, perché da queste mancanze deriva lo spopolamento. Invece la Provincia di Belluno ritiene che gli studenti possano saltare la scuola o fare didattica a distanza, che vincola anche i genitori e le aziende, sacrificando il diritto allo studio per la fruizione delle gare: e se ho una famiglia, evito di stare in un posto che tratta i miei figli così.
La cosa più semplice sembra quindi continuare a non interessarsi seriamente della questione mobilità che, assieme all’abitare, è uno dei principali fattori che non invogliano le famiglie a venire. E dispiace essere così negativi su quella che poteva essere un’occasione di sviluppo come i Giochi, se solo fossero stati fatti come aveva detto il Comitato olimpico internazionale cioè in maniera sostenibile a livello ambientale ed economico e lasciando un’eredità al territorio: che eredità potrà invece rimanere con queste premesse?”
Questa abitudine degli studenti è stata portata all’attenzione delle istituzioni o è un fenomeno che esiste senza che nessuno se ne preoccupi?
“Che io sappia no. Diversi ragazzi dell’area del Comelico frequentano le scuole lì e qualcuno aveva iniziato a farlo in provincia di Belluno ma, durante il percorso, ha cambiato. Penso riguardi anche una parte del Cadore, ma personalmente conosco le situazioni del Comelico. Si tratta di un fenomeno preoccupante: e non è solo una questione di risorse economiche, perché in Alto Adige c’è anche un’attenzione diversa per le situazioni di disagio, ad esempio i piccoli paesi sono rimessi in sesto. È quindi una visione diversa della montagna come un’opportunità, e non come una statistica da divulgare ogni volta che si parla di spopolamento senza poi fare qualcosa di concreto.
Come nulla di concreto ha fatto la legge sulla montagna tanto decantata, perché nel momento in cui non sono stanziate risorse in più sono solo chiacchiere. I servizi non si costruiscono con le parole: se la legge non dispone di soldi per diventare operativa, non si può realizzare nulla. Non dimentichiamo che le uniche risorse di cui qualche Comune dispone per calmierare questa “concorrenza sleale” con le Regioni a statuto speciale è il Fondo comuni confinanti, ma rischiamo di doverli spendere per la pista da bob, perché c’è già un accordo in tal senso. Ora alcuni Comuni si sono opposti, ma ancora non ho visto una presa di posizione ufficiale.
E certamente al tavolo di confronto che abbiamo richiesto alla Provincia per discutere dei Giochi verranno fuori anche tutte queste cose”.












