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Belluno
11 marzo | 15:33

“Cerchiamo persone disponibili ad accogliere in affido temporaneo bambini, anche piccoli. Non si tratta di adozione, ma di genitorialità sociale”

A pochi giorni dall’inizio del corso per l’affido familiare promosso dall’Ulss 1 Dolomiti a Feltre, Il Dolomiti ha intervistato tre dottoresse che operano a tutela dei minori in provincia di Belluno per capire le esigenze del territorio e perché, negli anni, è cresciuto il bisogno di famiglie disponibili ad accogliere minori in difficoltà

FELTRE. “Tutte le storie colpiscono. La cosa che ci motiva di più, però, anche nei casi più difficili, è l’instaurarsi di un legame spontaneo e duraturo tra i minori e le famiglie affidatarie: un legame che si riattiva in ogni passaggio importante nella vita di quei minori diventati ormai adulti”.

 

In vista dell’avvio del corso per l’affido familiare a Feltre (qui i dettagli), Il Dolomiti ha incontrato tre dottoresse che si occupano di tutela dei minori tra Belluno e Feltre: Cristina Micheluzzi, direttrice dell’unità di infanzia, adolescenza e famiglia dell’Ulss 1 Dolomiti, Alice Rold, assistente sociale del centro affido di Feltre dove lavora come psicologa anche Fiorenza Rossi.

 

Dottoresse a cosa serve questo corso?

 

"Anzitutto per ampliare la banca dati delle famiglie affidatarie disponibili, che sono un numero considerevole ma non sufficiente a coprire i bisogni in tutte le aree di necessità. Alcune famiglie, infatti, si offrono per l’affido residenziale, altre per quello diurno e, in particolare in questo caso, la vicinanza fisica con la famiglia di origine del bambino è essenziale, per cui c’è bisogno di persone disponibili in tutto il territorio.

 

Inoltre, la disponibilità di una stessa famiglia o persona può cambiare nel tempo, perciò la banca dati va sempre aggiornata con nuove risorse. Questi cambiamenti fisiologici sono infatti tra i motivi per cui curiamo costantemente i rapporti con famiglie anche senza un affido attivo, così da capire la disponibilità nel tempo”.

 

Di quante famiglie parliamo?

 

“Nel 2025 sono stati fatti circa 50 affidi e il numero di famiglie disponibili supera di poco questa quota. Dobbiamo però implementare soprattutto gli affidi diurni, che dipendono molto dai bisogni del territorio.

 

Negli ultimi due anni è inoltre aumentata la necessità per bambini piccoli, di 0-3 anni. Stiamo dunque cercando famiglie che possano accoglierli: si tratta sia di casi in cui la famiglia di origine si rende conto delle proprie difficoltà e accetta l’aiuto sia di contesti di tipo giudiziale, con un allontanamento deciso dal giudice. In entrambi, essendo così piccoli non possono andare nelle comunità educative ma servono contesti di tipo familiare”.

 

Perché cresce la necessità?

 

“Probabilmente per il periodo storico, un po’ come conseguenza del post pandemia che ha reso le famiglie più fragili, più in difficoltà nel gestire la vita quotidiana, spesso con genitori che faticano a svolgere in modo sufficientemente buono il loro ruolo. In passato abbiamo avuto periodi anche prolungati con pochi inserimenti in comunità del binomio mamma-bambino, invece ora sono quasi raddoppiati. Laddove invece il genitore non può seguire il bambino, serve appunto qualcuno che lo accolga per periodi più o meno lunghi”.

 

Requisiti per chi vuole aderire?

 

“Dopo il corso di gruppo, esploriamo con le coppie o le persone disponibili una parte della loro storia, per capire quali situazioni sentono di poter sostenere in base alle loro risorse e alle loro vulnerabilità. Di certo, non cerchiamo famiglie perfette.

 

Inoltre deve essere chiaro che l’affido non è l’adozione, quanto piuttosto una genitorialità sociale che riguarda il mettersi a disposizione e voler essere d'aiuto per bambini e famiglie in difficoltà. Non è insomma una scorciatoia per adottare dei bambini, ma un tipo di servizio che nasce da motivazioni diverse e nel quale l’elemento della temporaneità è centrale”.

 

Però a volte i rapporti rimangono.

 

“Sì, ed è la parte che più colpisce. L’affido riguarda storie di possibilità, incroci di vita, legami che si intrecciano, ma tutto ciò può restare e lo fa in maniera spontanea. Ad esempio, un ragazzo rientrato nella famiglia di origine che chiama l’ex affidatario per un consiglio su un lavoro o sull’accensione di un mutuo: questa per noi è la soddisfazione più grande, perché siamo riusciti a ricomporre il legame con la famiglia di origine e crearne uno con quella affidataria.

 

Le storie che affrontiamo non sono mai semplici, sono contesti di povertà non tanto economica quanto educativa, difficili da affrontare soprattutto quando i genitori non accettano l’aiuto. Tuttavia, anche quando l’affido nasce da decisioni giudiziali, nel corso del tempo i legami che si creano riescono ad allentare le tensioni”.

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