Disturbi alimentari, a Belluno oltre 190 nuovi casi in un anno: “Non si arriva a pesare 30 chili in pochi giorni, è importante sapere quando chiedere aiuto”
In queste settimane ci siamo occupati di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione da più prospettive, ma qual è la situazione in provincia di Belluno? Il Dolomiti ha incontrato Mariangela Spano, direttrice del Centro di salute mentale di Feltre, che ci spiega in che modo le caratteristiche del territorio possono favorire il disagio giovanile e le iniziative dell’Ulss per aiutare pazienti e familiari

BELLUNO. “Quando da noi arriva un paziente, arriva la famiglia. La ragazza con un problema alimentare è infatti il sintomo di una famiglia che va presa in carico, perché qualcosa in essa è successo”.
In queste settimane ci siamo occupati di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (Dna) da più prospettive, tra cui la crescita dell’ortoressia nervosa (qui) e l’abbassamento dell’età di insorgenza ai bambini (qui). Qual è la situazione in provincia di Belluno? Il Dolomiti ha incontrato Mariangela Spano, direttrice del Centro di salute mentale (Csm) di Feltre.
A dicembre 2025, i nuovi pazienti in carico presso l’ambulatorio di Feltre erano 82, di cui 20 minori, mentre a Belluno 109, di cui 39 minori. “Tali disturbi - spiega - sono un problema che riguarda prevalentemente i giovani, ma sono soprattutto sintomo di un disagio, un disturbo della personalità o uno stato depressivo. Dietro ci sono cioè una persona che soffre e una famiglia che non sa come aiutarla”.
“Inoltre sono più frequenti nelle donne - prosegue - ma si presentano anche negli uomini, con caratteristiche diverse. Se restrizione alimentare, paura di ingrassare o abbuffate sono aspetti comuni, solitamente le ragazze cercano la magrezza mentre nei ragazzi il disagio si esprime nella ricerca del perfezionismo estetico. E devono oltretutto affrontare uno stereotipo di genere, a causa del quale fanno più fatica a chiedere aiuto”.
Dunque è fondamentale veicolare corrette informazioni. “Certamente, così come rispondere a una domanda che sento spesso: come so se quello che sto vivendo, o che vive un mio familiare, può essere un disturbo alimentare e come chiedere aiuto? A giugno, ad esempio, è arrivata una ragazza di 40 anni di 30 chilogrammi, ai quali non si arriva in poche settimane. L’abbiamo ricoverata d’urgenza e la sorella mi chiese come avrebbe potuto saperlo. Per rispondere, è importante che chiunque voglia porre domande o essere ascoltato senza pregiudizi sappia che può farlo agli open days dell’Ulss, il secondo sabato di ogni mese al Csm di Feltre (dalle 9 alle 12). Purtroppo c’è ancora poca consapevolezza perché la cultura odierna tende a confondere uno stile di vita sano con quello che può sottendere un Dna: il limite è sottile, la malattia può iniziare con scelte di vita salutari che, dentro una rigidità cognitiva o una difficoltà psicologica, portano al disturbo. Sapere perciò quando fermarsi o chiedere aiuto è fondamentale”.
Qual è la parte più difficile? “Sicuramente il pasto. Nella prima fase può essere un problema mascherato, ad esempio la persona mangia al volo con la scusa dello studio o del lavoro, mentre in realtà nasconde una difficoltà. Anche per il familiare è un momento di massima sofferenza, perché entra in contatto con il vero disturbo, con rituali e ossessività. Per questo il momento terapeutico più importante è il pasto assistito: in uno spazio protetto le ragazze si siedono e il pasto può durare anche quattro ore. Chi soffre ha tempi lunghi durante i quali mette in atto le sue ossessioni e l’operatore li rispetta e fornisce le risposte di cui necessita”.
Una sua collega ha sottolineato come “dobbiamo riabituarci a mangiare con i nostri figli” (qui). Quanto è importante e quanto l’isolamento sociale dei nostri territori influisce?
“Stare a tavola insieme, senza televisione e distrazioni, è sia fare prevenzione sia riconoscere il disturbo. Dovrebbe essere un rituale dove si parla e ci si confronta, perché il disturbo alimentare parte anche da un problema di comunicazione in famiglia. Anni fa ho seguito due gemelle, entrambe soffrivano di anoressia: una storia alimentare che nasceva da una gravidanza difficile per vari motivi e da genitori che, senza averne colpa, portavano con sé una storia dolorosa che incise sulle figlie. Lo racconto per far capire che va preso in carico tutto il nucleo, perché è lì che si interrompe la comunicazione, e una delle modalità comunicative principali è proprio il pasto.
"L’isolamento sociale cui spesso ci costringe il nostro territorio è poi un terreno fertile per il disagio giovanile. Viviamo in luoghi bellissimi ma isolati, che creano difficoltà di aggregazione e possono anche favorire la nascita di piccoli gruppi omogenei per disturbo, nei quali è favorita l’emulazione di condotte come la restrizione alimentare. Si tratta di un limite di cui dobbiamo prendere atto come comunità, perché ha a che fare con il creare reti sociali".
"Dobbiamo perciò trovare chiavi e linguaggi per arrivare ai giovani. Come Csm, ad esempio, abbiamo pensato a un laboratorio podcast: proprio ora alcune ragazze stanno costruendo un episodio sui Dna, affermando di volersi raccontare per sentirsi meno sole e, al contempo, aiutare altre nella loro situazione”.


















