“Lungo il sentiero”: termina il progetto sul ritorno del lupo nel Bellunese. Al cinema il film sul dietro le quinte: “Animali molto intelligenti, è stato difficile avvistarli"
Lunedì 12 gennaio, al Cinema Italia di Belluno sarà proiettato il film documentario “Lungo il sentiero”. Realizzato dai fotografi naturalisti Bruno Boz, Ivan Mazzon e Roberto Sacchet, con musiche di Luca Ventimiglia, è l’epilogo dell’omonimo progetto nato a maggio 2018. Il Dolomiti ha intervistato Mazzon, che racconta cosa vedremo sullo schermo

BELLUNO. “Volevamo raccontare qualcosa di diverso e ci siamo chiesti ‘come siamo arrivati alla fine del progetto?’. Seguire i lupi in un territorio impervio e difficile è stato infatti spesso come cercare un ago nel pagliaio, perciò ci sembrava giusto raccontare queste difficoltà: nel documentario vedrete quindi un po’ il dietro le quinte”.
Nella serata di lunedì 12 gennaio, al Cinema Italia di Belluno sarà proiettato il film documentario “Lungo il sentiero”. Realizzato dai fotografi naturalisti Bruno Boz, Ivan Mazzon e Roberto Sacchet, con musiche di Luca Ventimiglia, è l’epilogo dell’omonimo progetto ideato a maggio 2018, quando fu ripresa per la prima volta nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi una coppia di lupi (qui il racconto) e andrà in onda nell’ambito della rassegna “Oltre le vette”.
Cosa vedremo sul grande schermo? “Il progetto - spiega a Il Dolomiti Mazzon - era nato per raccontare il ritorno del lupo nel Bellunese, sia dal punto di vista etologico sia nel rapporto con l’uomo. Il documentario avrebbe dovuto rappresentare tutto ciò, ma strada facendo l’idea è cambiata”. Negli anni, infatti, Mazzon e i colleghi hanno ampiamente raccontato il loro lavoro sul sito, con 100 immagini e 10 storie che ne abbracciano tutti gli aspetti. Inoltre, Boz e Mazzon hanno in parallelo realizzato il film “Lupo uno” sul monitoraggio del lupo sul Monte Grappa (qui l’articolo). “Questo film era centrato soprattutto sulla convivenza con l’uomo. È stato un progetto molto importante - prosegue l’autore - ma trattare nuovamente quei temi avrebbe significato proporre qualcosa di già visto”.
Mazzon non nega inoltre come ci siano periodi in cui avevano quasi pensato di mollare: mesi interi nei quali i lupi erano ripresi solo dalle videotrappole. “Non volevamo un progetto centrato solo su quelle, ma volevamo documentare di persona. Ci sono state tuttavia diverse difficoltà - spiega - come l’assenza di strade agevoli in quell’area del parco, per cui ogni volta dovevamo percorrere importanti dislivelli con zaini di 20 kg di peso. Qualche possibilità in più di avvistare gli esemplari c’era inoltre dormendo in bivacco o in una piccola tenda, in modo da essere già sul posto all’alba: tuttavia la maggior parte delle volte li sentivamo ululare con il buio, ma la mattina non rimanevano tracce”.
E questo è diventato il punto di forza del documentario: una serie di difficoltà che fanno però sorgere spontanea una riflessione. Stando a quanto dichiarato, sembra infatti che non ci sia l’invasione spesso annunciata con toni allarmistici. “In realtà - afferma Mazzon - il numero esatto di esemplari varia molto di stagione in stagione e di anno in anno. Piuttosto, bisogna ragionare sul numero di branchi: quello nell’area centrale del Parco è stato il primo e negli anni ha molto ridotto il suo areale, che arrivava fino in Trentino, a causa dell'arrivo di altri branchi. Ciò può dare la percezione che i lupi siano in costante aumento, però occorre considerare che all’interno di uno stesso branco si può passare da 12 esemplari a 4 l’anno successivo, come accaduto nel ‘nostro”.
Alla fine, perciò, si contano sulle dita le volte in cui li hanno visti di persona: perché allora tante segnalazioni altrove? “Il passaggio del lupo in paesi come i nostri vicini a boschi e aree naturali - risponde - è normale, e come davanti casa passano cervi e caprioli, non è così strano lo faccia anche lui. Tuttavia, se non ha avuto modo di entrare in contatto con l'uomo e soprattutto se non trova cibo lasciato in giro, tende a essere schivo. Inoltre, è un animale estremamente intelligente, si adatta molto a ogni condizione e non è vero che "deve stare in montagna": non è una specie strettamente alpina, ma si muove dove ci sono le prede”.
Nulla di allarmante, dunque, in avvistamenti e rinvenimenti di carcasse, come spiegato anche di recente nel caso (più mediatico che altro) di Ospitale di Cadore (qui): anzi, per i fotografi le carcasse erano una vincita alla lotteria, perché significava mettere videotrappole sperando nel ritorno del lupo per riprendersi gli “avanzi”. “Purtroppo - conclude Mazzon - posizionando le videotrappole lasciavamo il nostro odore. Spesso i video partono con il lupo che fissa la telecamera, indietreggia e se ne va: conoscono infatti ogni angolo del territorio e si accorgono subito se c’è qualcosa di estraneo, diventando diffidenti. Per questo è più facile che siano catturati dalle telecamere di una casa: perché lì il lupo non trova strana la presenza di elementi umani”.











