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Chiude Vinitaly: Trentino frammentato ma autorevole nella viticoltura. Il Doc delle Venezie scontenta gli artigiani. Il futuro a Milano, con la regia del Merano festival?

Proposte e lamentele (per il traffico da incubo e le ore di coda) dagli operatori della kermesse che si interroga sul futuro. Torna il progetto dei grandi produttori di spostare l'evento a Milano, magari con la regia del festival meranese. Bene i grappisti, leader indiscussi del settore. Olio d'oliva poco coinvolto

Di Nereo Pederzolli - 12 aprile 2017 - 17:38

VERONA. Il vino e non solo. In una Verona trasformata  (frastornata) da un bailamme enologico che spesso supera i limiti della decenza, non tutto è banalizzato al consumo, alla facile ebbrezza di tassi alcolici comunque discutibili. Verona s’interroga sul futuro dell’agroalimentare puntando sul ‘pianeta vino’. Tra proposte e qualche malumore. Partiamo dai secondi.

 

Molti, anzi moltissimi operatori si lamentano anzitutto dei servizi legati ai collegamenti stradali. Ore di code, impossibile salire su taxi o bus navetta se non dopo estenuanti soste, ritardi biblici – anche due ore in piedi, dopo dieci trascorse girovagando per gli stand – e una viabilità talvolta da incubo. Che certo non stimola operatori stranieri e quanti a Verona giungono per il business. Ecco perché anche quest’anno, in chiusura di un’edizione che ha ostentato la parola sostenibilità in tutte le sue declinazioni, è tornato in primo piano il progetto di spostare da Verona a Milano la grande kermesse del Vinitaly. Proposta tutta da discutere, forse impensabile, ma comunque portata avanti da alcuni grandi firme del vino italiano, piemontese in primis. Personaggi che (per ora) non si espongono apertamente, ma – assicurano i bene informati – pronti a sposare il progetto di una biennale enoica a Milano, magari coordinata dalla regia del Merano Wine Festival. Ipotesi o sogni? Di sicuro qualche accorgimento per ottimizzare ulteriormente Verona l’ente fiera dovrà farlo. In quanto anche Prowein di Düsseldorf è pronta a contendersi la ‘Gran fiera’ del vino 2.0.

 

Intanto Vinitaly chiude con le Dolomiti alle prese con le sfide su mercati lontani, lontanissimi, Cina su tutti. Magari con vini come il Pinot grigio, varietà ‘benedetta’ dall’accordo tra le regioni del Triveneto, decise a puntare sulla nuova, enorme, DOC delle Venezie. Grande operazione d’immagine, pure di forza produttiva, ma che scontenta gran parte degli ‘artigiani del vino’, quelli che ‘ci mettono la faccia’, quelli che rispettano microzone vitate, per il piacere di un vino non solo buono da bere, ma pure per conservare ricordi, paesaggi, giusti pensieri.

 

Meditare, per capire. Lo slogan è dei ‘grappisti’ trentini, indiscussi leader tra gli ‘spiriti alchemici’, con distillati di vite che profumano dei saperi di vita dei ‘mastri d’alambicco’, il Trentino con 25 aziende controllate dall’Istituto Grappa, a garanzia della bontà di queste perle, distillati appunto di saggezza. Bertagnolli, Manzardo, Pisoni i marchi di forza, senza dimenticare il valore di Pilzer (a Verona pure con il gin) o dei fratelli Zeni, solo per citare quanti espongono tra schiere di bottiglie vinose.

 

E ancora. Vinitaly che guarda oltre il vino. Con l’olio d’oliva però troppo poco coinvolto nell’esposizione, nonostante SOL, il Salone del settore oleario, venga continuamente abbinato al vino.  Olio quest’anno abbinato – chissà perché – pure alle birre artigianali e ad una serie di produzioni di ‘food’ tutte comunque discutibili. Al SOL comunque il Trentino sì è messo decisamente in mostra conquistando sperticati elogi da tutta la critica olearia. Grazie alle produzione dell’Agraria Riva, che ha conquistato massimi riconoscimenti sia da Gambero Rosso come da Flosolei, le due bibbie dell’olio extravergine d’oliva.

 

Torniamo al vino. Cantinieri e aziende trentine hanno patito la dislocazione frastagliata di molti produttori. Tra aree istituzionali, spazi per i vini bio, altri ancora per quanti puntano ‘sull’indipendenza’ dei vignaioli, pure per quei cantinieri che espongono fuori Vinitaly, a Cerea o Villa Favorita. L’auspicio è trovare momenti unitari, nel rispetto di specifiche autonome competenze.

 

A Verona, intanto, il Trentino ha dimostrato la sua assoluta autorevolezza viticola. Presentando nuove varietà di vite, scelte da una delle aziende più famose del Brunello, la Banfi di Montalcino. Come dire: la Toscana più oculata delle Dolomiti? Chissà.

 

E ancora. Ricerca scientifica in campo viticolo sempre ‘made in Trentino’ per quanto riguarda il miglioramento genetico. Partendo dall’analisi non solo del suolo, pure del cambiamento climatico. Per creare nuove varietà di vite – pure dei loro fondamentali ‘portainnesto’ – in grado di resistere allo stress idrico e quindi adattarsi meglio alle peculiarità del territorio dove hanno radici.

 

Su questo entra in campo la Fondazione Mach, l’Università di Milano e quel ‘guru’ di Attilio Scienza, professore di fama mondiale, trentino doc, da anni artefice del rinnovo varietale e vero cultore della storia della vite. Scienzato, di nome e di fatto. Che stimola confronti e studi di biomimetica, per sviluppare programmi di miglioramento genetico. Con tecniche ‘omiche’ ossia cisgenesi e genome editing, per ottenere – senza ricorrere agli Ogm – nuovi genotipi più performanti in tempi ridotti rispetto al passato. Viti che resistono alle malattie crittogamiche e quindi bandire il più possibile trattamenti di sintesi chimica. Per un vino del domani. Se sarà ospitato – ostentato – a Verona o a Milano… staremo a ‘bere’.

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