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E se gli jihadisti non “derivassero dalla radicalizzazione dell’Islam, ma dall’islamizzazione della radicalità” nichilista e individualista (e occidentale)

Testi a confronto quelli di Furio Jesi ("Cultura di destra") e di Oliver Roy ("Le djihad et la mort") che mostrano come ci sia tanta cultura occidentale dietro la genesi del terrorismo islamico. Un culto della morte, del mito e del gesto inteso in senso estetico molto lontano dalla tradizione musulmana 

Di Tiberio Chiari - 27 agosto 2017 - 16:11

TRENTO. Il terrorismo di matrice islamica come noi oggi lo conosciamo, un terrorismo molto più islamista che islamico, un terrorismo molto più mediatico che storico, molto più nichilista che idealista, sembra in realtà aver preso in prestito dalla cultura occidentale buona parte della sua architettura irrazionale. In particolare da quella parte di cultura occidentale votata al mito, al misticismo della morte e all'estetizzazione del gesto individuale e sulla quale si fonda ciò che Furio Jesi, antichista e storico delle religioni, ha tentato di definire in un suo celebre saggio come “cultura di destra”.

 

Uscito nel 1979, “Cultura di destra” è un'analisi approfondita che indaga le ragioni psicologiche e irrazionali che concorrono a rendere valida ed effettiva quella parte di pensiero culturale e politico che fonda la propria identità sul mito. Tutte le declinazioni politiche che virano sulla mitologia per fondarsi e confortarsi scontano immediatamente il prezzo di questa scelta decadendo necessariamente in una visione della realtà ideologizzata e estetizzante, che non potendosi confrontare con il mondo sul piano razionale tende a rinchiudersi sempre più in se stessa per sopravvivere e giustificarsi, diventa quindi una forza esclusiva e violenta.

 

La politica si trasforma in culto, si fonde alla religione e nelle sue periferie più estreme questo connubio tende a dar vita a quella mitologia puramente nichilista che nasce dall'incontro con la sorgente per eccellenza di ogni mitologia, quello con la morte. Il mito della morte è sfruttato per impregnare le proprie azioni di un senso che renda del tutto evasivo ogni possibile discorso razionale e permetta di conseguire, attraverso la sua evocazione, un motivo fondante all'azione. Idealizzando la morte e sfruttandola come sublime base mistica, la vita diventa così un luogo di azione puramente estetico, la vita è svuotata di ogni valore positivo e sentimentale.

 

Oliver Roy, orientalista e politologo docente all'Istituto Universitario Europeo di Firenze, nel suo ultimo saggio pubblicato in Francia con il titolo estremamente lapidario “Le djihad et la mort”(tradotto e pubblicato da poco anche in Italia con il titolo:”Generazione Isis: Chi sono i giovani che scelgono il Califfato e perché combattono l’Occidente”, Feltrinelli, Milano 2017) vuole rendere esplicita la peculiarità ideologica sulla quale si fonda l'adesione alla jihad moderna da parte dei giovani i quali si impegnano a portare a termine attentati suicidi sul suolo Europeo o si uniscono al Califfato.

 

Il titolo dell'edizione francese, “Le djihad et la mort”, palesa subito quale possa essere il rapporto tra l'ideologia sposata dai giovani jihadisti e tutte quelle espressioni politiche estreme nate in seno alla cultura occidentale sul solco di ciò che Jesi definisce come appunto “cultura di destra”. Bisogna precisare che in realtà ciò che Jesi vuole definire come cultura di destra comprende anche moltissime espressioni culturali comunemente non legate alla destra, anzi nominalmente opposte, ma che fanno della devozione al mito, il proprio valore fondamentale. In un intervista all'”Espresso” Furio Jesi alla domanda: cosa è la cultura di destra? Rispondeva infatti: ”La cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile. La cultura in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari. La cultura in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola, innanzitutto Tradizione e Cultura ma anche Giustizia, Libertà, Rivoluzione. Una cultura insomma fatta di autorità e sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire. La maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole essere affatto di destra, è residuo culturale di destra.

 

Oliver Roy dimostra poi come alla base della volontà che spinge i giovani terroristi a morire uccidendo non ci sia in realtà alcuna rivendicazione storica e politica concreta, ma appunto una visione del mondo totalmente offuscata dal mito, infatti dice “Il Califfato è un miraggio: è il mito di un’entità ideologica in continua espansione territoriale. La sua impossibilità strategica spiega perché coloro che con esso si identificano, anziché orientarsi verso gli interessi delle comunità musulmane locali, si identifichino in un patto di morte. Non esiste alcuna prospettiva politica, alcun avvenire radioso”. Va aggiunto come quasi mai nella biografia di questi giovani ci sia una storia di violenza e prevaricazione dalla quale possa nascere in risposta una sensata volontà di lotta e vendetta.

 

I giovani che si votano alla Jihad sono nel 60% dei casi immigrati di seconda generazione integrati e cresciuti nella cultura occidentale e nel 25% dei casi addirittura dei convertiti. I giovani nati in famiglie di fede islamica tradizionale argomenta Roy, dopo una prima ribellione generazionale che li porta a rifiutare l'Islam “quotidiano” dei propri genitori per abbracciare la cultura occidentale, la quale sfortunatamente è già di per sé fondamentalmente nichilista, si ritrovano spesso perduti in una ricerca di senso che diventa disperata. Così fa seguito una riconversione verso una forma di Islam lontano da quello condiviso dalle comunità di origine e che viene abbracciato come ultima risorsa “ideologica” per poter dare un valore alla propria esistenza. Un valore che comunque rimane chiuso nel culto dell’ individualità e slegato dalla comunità e dall’impegno che la vita al suo interno implicherebbe.

 

La morte diventa dunque l'ultima riserva di senso. Per Roy la morte viene resa un puro valore estetico e la fascinazione per la morte e la violenza diventano primarie rispetto anche a certi assunti religiosi Islamici tradizionali che, estrapolati da ogni contesto politico, sono utilizzati come puri pretesti per azioni dal forte carattere individualistico.

 

“L'art pour l'art” diventa dunque “La mort pour la mort”. Un terrorismo non dominato da finalità politiche, ma dal mito della morte e dalla sua estrema possibilità di diventare puro materiale estetico, immagine, grazie alla diffusione globale dei social media. Non a caso le autorità spagnole hanno invano invitato a non diffondere immagini dell'attentato dopo l'accaduto, per non dare notorietà all'azione, notorietà che è poi intrinsecamente lo scopo postumo che queste azioni vogliono raggiungere.

 

“La morte per la morte” è il grido di battaglia nichilista di questi giovani, devoti al mito della morte e ideologizzati dalla sua fascinazione. E torna allora utile il pensiero di Furio Jesi per riconoscere come la radice di queste azioni apparentemente insensate risieda molto di più nel lato “oscuro” della cultura occidentale, tesi sostenuta anche da Roy, che nella matrice musulmana attribuitagli con grossolana semplicità.

 

Allo stesso modo “Viva la Muerte!” è stato un grido di amore verso la morte la base della professione di fede fascista dei falangisti spagnoli, identico riassunto di una mistica della morte legata al martirio. Stesso discorso può essere fatto secondo Jesi anche per il culto sacerdotale della morte coltivato dalla Legione dell'Arcangelo Gabriele, formazione fascista rumena, dove fede cristiana e fascismo si univano passando poi in secondo piano rispetto al dominante culto della violenza e della morte. Un discorso che non può prescindere dal ricordare le celebrazioni liturgiche degli anarchici a inizio secolo le quali prevedevano tamburi, bandiere nere, e canti, una liturgia funebre che ancora si ritrova in un altro movimento volto alla violenza e di matrice essenzialmente nichilista, che è quello dei Black Block.

 

La jihad è dunque per questi giovani una mera finzione politica, dà loro solo un'immaginario attraverso il quale dare senso alla propria determinazione nichilista. La matrice culturale sulla quale impostano poi la propria azione ha un'ascendenza prettamente occidentale. Una strada quella che intraprendono i jihadisti che la cultura occidentale ha creato e ha già percorso diverse volte e con esiti differenti (nel recente passato non ci si può dimenticare di Columbine e Utoja) e che oggi viene sfruttata da un terrorismo il quale “deriva non dalla radicalizzazione dell’Islam, ma dall’islamizzazione della radicalità”, come Roy lo definisce. 

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