L’Isis è stato oscurato dalla pandemia ma è ancora attivo e pronto a colpire. L’esperta: “Esistono profonde fratture sociali all’interno delle quali Daesh può riorganizzarsi”
Attentati all’ordine del giorno, la violenza nei campi profughi e la riorganizzazione in mano alle donne: anche se l’Isis è stato oscurato dalla pandemia non significa che non possa tornare a colpire, anche in Europa. Montinaro, ospite del Centro sociale Bruno presenta il suo libro “Daeş-Viaggio nella banalità del male”: “La ‘guerra al terrorismo’ o la ‘democrazia da esportare’ non hanno funzionato è il momento di pensare a nuove strategie”

TRENTO. Era il 29 giugno 2014 quando il califfo Abu Bakr al-Baghdadi annunciava la nascita dello Stato Islamico. Da allora, sotto vari nomi e sigle, Daesh, Isis, Is, le bandiere nere del califfo sono state issate su un territorio che andava dal nord della Siria all’Iraq. Un regno fondato sul jihad globale che ha terrorizzato le popolazioni locali accanendosi con particolare violenza verso la minoranza yazida. Una violenza che ha raggiunto anche il cuore dell’Europa. Solo dopo anni di guerra e soprattutto grazie all’intervento delle Forze Democratiche Siriane, che in Rojava hanno dato vita a una milizia composta principalmente da curdi ma anche da truppe arabe e assiro-siriache, è stato possibile frenare l’avanzata di Daesh. Dopo la conquista da parte dei curdi della capitale Raqqua, nel 2018 è stata proclamata la fine dello Stato Islamico ma la verità è che le braci dell’Isis continuano ad ardere e potrebbero incendiare nuovamente la regione.
Per affrontare questo tema ne abbiamo parlato con Sara Montinaro, ex procuratrice a Parigi nel Tribunale Permanente dei Popoli sulla Turchia e il popolo curdo nonché autrice del libro “Daeş-Viaggio nella banalità del male” (Meltemi Editore, 2020). Grazie alle preziose interviste raccolte direttamente sul campo, sia attraverso le parole di chi Daesh lo ha combattuto che quelle di chi invece ne ha abbracciato i principi, Montinaro cerca di far luce sulle ragioni e sulle motivazioni, non solo religiose, che hanno permesso la nascita dello Stato Islamico. Il libro “Daeş-Viaggio nella banalità del male” sarà presentato in compagnia dell’autrice giovedì 15 luglio, alle 20e30, negli spazi del Centro sociale Bruno.
La sconfitta di Daesh è stata annunciata nel 2018, da allora, complice la pandemia, l’argomento è uscito dalle agende politiche e sui media se ne parla poco, eppure l’organizzazione è ancora attiva...
“Ciò che è successo in realtà è che c’è stata una sconfitta geografica. In qualche modo Daesh non controlla più vasti territori, ma gli attentati e le azioni sono continuate anche per via delle molte cellule dormienti presenti sia nel territorio siriano che in quello iracheno. Anche quando mi trovavo sul posto (da febbraio 2020 al febbraio 2021 ndr) gli attentati erano all’ordine del giorno”.
In che modo vengono compiuti questi attentati?
“Vengono utilizzate modalità differenti per questo tipo di azioni. In genere vengono prese di mira persone specifiche, appartenenti alle forze siriane democratiche o persone di riferimento per la società civile e politica, ma anche membri dell’amministrazione autonoma curda, arabi e capi tribù che collaborano. Questi attacchi non si sono mai fermati e anzi dal 2021 sono in aumento, di recente poi sono ripresi gli attentati contro le forze del governo siriano di Assad. Certo le azioni di contenimento proseguono e il problema è presente dal punto di vista militare ma non vanno tralasciati gli aspetti sociali e culturali”.
Alla luce di questi elementi non c’è il timore che Daesh possa tornare?
“Sì, la preoccupazione che possa tornare esiste. Il problema però non è solo in Siria ma anche in Iraq, uno Stato che in questo momento è attraversato da forti destabilizzazioni e dove tra l’altro si terranno le elezioni. Esistono ancora profonde fratture sociali all’interno delle quali Daesh può riorganizzarsi”.
E in questo possibile ritorno che ruolo hanno le donne, con molti combattenti morti o imprigionati in un certo senso sono loro che sono diventate le custodi dei principi del califfato...
“Le donne hanno ricoperto e ricoprono diversi ruoli all’interno della struttura sociale di Daesh. C’è chi si occupa di accudire figli e mariti e quindi di procreare affinché ci sia una nuova generazione pronta a combattere il jihad. Poi ci sono le donne che si occupano dell’educazione e dell’indottrinamento dei locali ma anche degli stranieri. Non manca nemmeno chi ha un ruolo nell’ambito medico e infermieristico o nella sicurezza. È molto importante sottolineare però, che le donne sono riuscite a ritagliarsi degli spazi di protagonismo ma sempre in un’ottica di subordinazione, cioè le donne fanno quelle cose che per la dottrina di Daesh gli uomini non possono fare”.
E questo come si è tradotto nel contesto attuale?
“Per esempio nel campo profughi di Al-Hol, al confine fra Siria e Iraq, sono ospitate oltre 60mila persone il 65% sono bambini, il 30% donne e il 5% uomini. Fra questi persone ci sono anche le famiglie dei combattenti dello Stato Islamico, qui le donne di Daesh sono riuscite a ricreare quella che era la vita sotto il califfato. Passano tenda per tenda indottrinano i bambini, dopo essersi impossessate illegalmente di alcuni cellulari sono persino riuscite a organizzare dei crowdfunding tramite i quali si sono pagate la fuga. Solo dal 2021 ci sono state 35 o 40 esecuzioni all’interno del campo. Nonostante la sicurezza il livello di pericolosità è molto alto. Una sezione denominata Annex ospita invece le famiglie dei foreign fighters che hanno combattuto per Daesh. Da tempo sia le Forze siriane democratiche che le Nazioni Unite chiedono che gli Stati di origine si attivino per riprendersi queste persone ma si muove poco o nulla. Dalle mie interviste sono emerse molte posizioni diverse, tra i foreign fighters c’è anche chi si è pentito e vorrebbe iniziare un percorso di recupero ma non può farlo e non ha nemmeno modo di ottenere supporto psicologico, sociale o per quanto riguarda la sicurezza”.
Cosa possiamo aspettarci da questa situazione, sentiremo ancora parlare di Daesh?
“Ci ritroveremo ad avere a che fare con questo problema nel momento in cui esploderà nuovamente. L’Isis ha radici molto più profonde. Se noi europei lo abbiamo conosciuto nel 2014 per poi assistere a una rapida crescita dal punto di vista ideologico e religioso le radici restano molto profonde. Ora da noi non se ne parla ma si sta assistendo a un allargamento di questo tipo di fenomeni. Molti jihadisti ora vanno in Africa, soprattutto nella zona del Sahel dove si stanno sviluppando una serie di guerriglie jihadiste. Magari riesploderà fra qualche anno, forse con un nome diverso ma pensare di lavarsene le mani ignorando il problema produrrà solo effetti peggiori”.
Ecco, a tal proposito in Afghanistan dopo vent’anni di guerra i talebani hanno riconquistato buona parte delle aree da dove erano stati scacciati e non è detto che il governo di Kabul possa reggere alla pressione, c’è una lezione che possiamo apprendere?
“La lezione che possiamo imparare è che questo tipo di operazioni fatte in questo modo, come la ‘guerra al terrorismo’ o la ‘democrazia da esportare’ non hanno funzionato. Dopo vent’anni di guerra ci siamo trovati con un Afghanistan alle porte dell’Europa, in Siria. L’occupazione di Iraq e Afghanistan da parte di Stati Uniti e Regno Unito rappresenta un fallimento a 360 gradi. Se possibile il fenomeno che si era dichiarato di voler combattere ora è diventato persino più influente, creando un’attrazione verso le generazioni occidentali. L’Europol stima che i foreign fighters siano stati oltre 40mila. Sono numeri elevati”.
E la politica ha delle responsabilità?
“In questo momento stiamo assistendo a uno svelamento di una modalità di fare politica in termini strumentali che si è rivelata dannosa sia per le popolazioni locali sia per quello che era il motivo per cui si era partiti e cioè ‘combattere il terrorismo’. Dall’altro lato quando dicevo che l’Isis ha radici profonde intendevo sottolineare come al-Baghdadi e una serie di jihadisti si siano radicalizzati fra Afghanistan e Pakistan per poi unirsi con l’ex entourage Saddam Hussein e creare assieme le basi dello Stato Islamico. Forse a vent’anni di distanza è arrivato il momento di mettere in discussione certe modalità di azione e approfondire la complessità di certe questioni che riguardano il Medio Oriente e non solo. Bisogna comprendere meglio le radici del fenomeno e cercare di contrastarlo con modalità culturali e supportare, quando serve, le forze del posto che già si oppongono a questa ideologia dell’odio. Credo sia arrivato il momento per l’occidente di ascoltare i suggerimenti di chi in quegli Stati ci vive piuttosto che avere la presunzione di risolvere la faccenda con un’azione militare. Il punto è che il problema del fondamentalismo jihadista non solo è aumentato ma ora rischia di dilagare”.


_0.jpg?itok=WxExhVnC)










