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"Ecco cosa fanno veramente le Ong nel Mediterraneo". Un ricercatore trentino a Londra ha pubblicato una rapporto che smonta molte accuse

Lorenzo Pezzani dal 2011 si occupa dell'immigrazione che attraversa il braccio di mare tra l'Europa e il Nord Africa, scrutando i movimenti di barche e barconi con l'occhio dell'oceanografia e della ricerca spaziale, con l'apporto di satelliti e cartografie dettagliate

Di Donatello Baldo - 18 giugno 2017 - 17:32

TRENTO. Lorenzo Pezzani è un ricercatore del Goldsmiths college dell’università di Londra dove ha avviato la sua carriera accademica dopo aver frequentato l'università svizzera di architettura. Ma è nato e cresciuto a Trento, anche se più che le montagne della nostra terra, a Lorenzo interessa il mare. Il Mediterraneo in particolare.
 

Dal 2011 si occupa dell'immigrazione che attraversa il braccio di mare tra l'Europa e il Nord Africa, scrutando i movimenti di barche e barconi con l'occhio dell'oceanografia e della ricerca spaziale, con l'apporto di satelliti e cartografie dettagliate. La domanda a cui cerca rispondere è questa: quali sono le condizioni che hanno portato migliaia di persone a perdere la vita durante la traversata del Mediterraneo?

 

Le nostre ricerche (quelle che Pezzani firma con il suo collega Charles Heller, ndr) hanno circolazione in ambiti diversi – spiega – sia in ambito legale nei processi che devono accertare responsabilità per mancati soccorsi o respingimenti, sia per altre produzioni accademiche”.

 

Insomma, non sono ricerche tutte teoriche, punti di vista soggettivi che si dividono tra i pro e i contro. Sono documenti analitici complessi che guardano la realtà con disincanto, che la descrivono per quello che è sulla base di dati, numeri, immagini, statistiche.
 

Parlare di Mediterraneo significa parlare di un tema politico molto caldo, che si presta a strumentalizzazioni. Pensiamo al dibattito sulle Ong accusate di 'facilitare' gli sbarchi, addirittura di aumentare le morti in mare. “Siamo partiti da un dato – spiega Lorenzo Pezzani – dal numero record di morti in mare del 2016 che coincideva con l'anno di maggior esplosione del fenomeno delle Ong”.
 

Un dato che deponeva non certo a favore del lavoro delle organizzazioni umanitarie, una coincidenza che i ricercatori volevano approfondire, senza tralasciare nulla. “Abbiamo raccolto tutte le informazioni, di tutte le critiche che venivano messe, delle accuse nei confronti delle operazioni umanitarie. Abbiamo scartato soltanto quelle cospirative, basate sul nulla, dichiaratamente false o già dimostrate tali”.
 

Ci siamo concentrati su tre focus in particolare, analizzandoli uno a uno: Ong come fattore di attrazione (pull factor), accusate di spingere esse stesse i migranti a prendere il mare. Ong accusate di spingere i trafficanti ad abbassarre la qualità dei mezzi, non più barconi ma gommoni, per il fatto che a poche miglia marine i migranti possono trovare subito una nave pronta a soccorrerli e non sono più costretti a fare lunghe traversate. E la più grave delle accuse, Ong responsabili di aver provocato l'aumento dei morti in mare”.

 

Le accuse verso il mondo delle organizzazioni non governative sono arrivate da più parti. Da Matteo Salvini della Lega, dal Movimento 5 Stelle che attraverso la sua punta Luigi di Maio ha definito le Ong 'Taxi del mare', ma le accuse sono state formalizzate anche da tre procure italiane ('a titolo conoscitivo', spiegano però), procure che però non hanno indagati, non hanno accuse specifiche e che sono state richiamate dal ministero di Grazia e Giustizia a 'parlare' attraverso gli atti e non con le interviste.
 

“In mare – osserva Pezzani – non ci sono solo le Ong, c'è la Guardia costiera, ci sono le imbarcazioni dell'agenzia Frontex e quelle dell’operazione Sophia e di altre missioni militari. E il contesto deve essere visto in modo più esteso: dobbiamo considerare anche la condizione che attraversa la Libia”. Ma il dato importante è questo: “Tante delle accuse indirizzate alle Ong si riferiscono a fenomeni iniziati ben prima che fossero presenti in quel tratto di mare”. E già qui il palco dei detrattori comincia a scricchiolare.

 

La qualità delle imbarcazioni usate dai mercanti di uomini, dai passatori che per soldi assicurano il 'passaggio' verso l'Europa, è sempre più bassa. Si tratta di imbarcazioni 'usa e getta', “perché dal 2015 vengono sequestrate e destinate allo smantellamento”. Responsabile di questo è l'Operazione Sophia che appunto dal 2015 ha il compito di individuare, catturare e distruggere le navi ed attrezzature utilizzate o sospettate di essere utilizzate da contrabbandieri e trafficanti di migranti. 

 

Quindi l'abbassamento della qualità dei natanti non è imputabile alle Ong perché già da prima si era assistito a questo fenomeno: il trafficante, sapendo che l'imbarcazione sarà poi distrutta e non potrà riutilizzarla, utilizza un gommone, una barca già vecchia e destinata alla demolizione.

 

“Sull'accusa dell'aumento delle morti in mare in concomitanza con la presenza delle Ong – spiega Pezzani – abbiamo dovuto ricostruire attentamente i nessi temporali arrivando a dimostrare che le Ong non sono responsabili di questo, anzi”.

 

Anzi la loro presenza li ha fatti diminuire. “Il 2016 è stato un anno record per mortalità di chi attraversava il mediterraneo, e record per la presenza delle Ong. Un dato che preso così potrebbe far pensare ad un rapporto causa-effetto”. Ma non è proprio così, tutt'altro.
 

All'inizio dell'anno, nel periodo invernale, le Ong presenti erano molto poche, e negli stessi mesi il picco dei morti si è impennato. Nei mesi estivi di intervento delle Ong i morti sono invece calati di molto, tornando a crescere dall'autunno, nel momento che le Ong hanno ridotto le loro uscite, dimostrando che la presenza delle organizzazioni non governative in mare hanno ridotto le morti, facendo scendere il numero di vittime in modo rilevante.

 

Siamo riusciti a smontare queste accuse con dati empirici – afferma Pezzani – ma possiamo dire anche che le stesso Ong continuano a sostenere che per ridurre le morti in mare dovrebbero essere aperti corridoi umanitari legali, perché le morti continueranno ad esserci se il viaggio verso l'Europa rimarrà in mano ai trafficanti”.

 

Sul fatto poi che siano le Ong ad attirare qui i migranti, la ricerca dimostra che l'aumento del flusso migratorio è precedente all'inizio del coinvolgimento delle Ong in mare. “E poi va considerata la situazione libica – osserva Pezzani – è una situazione disperata da cui chiunque riesca si mette in mare per fuggire ad ogni costo”.

 

Il lavoro precedente, sempre a firma Pezzani- Heller, si era concentrato sulla fine del pattugliamento di “Mare Nostrum” dovuta alle pesanti critiche che erano state mosse all'operazione.

 

“Anche il quel caso c'era chi sosteneva che l'operazione di salvataggio determinava un aumento degli sbarchi. Accuse politiche che portarono alla soppressione di Mare Nostrum con un aumento altissimo di mortalità in mare”.

 

“Quel vuoto nei soccorsi – afferma Pezzani – fu riempito dai mercantili che però non sono imbarcazioni adatte a tale scopo. Quella di sospendere la missione di salvataggio Mare Nostrum fu politica, una decisione presa per sottrarsi da accuse infondate, con il risultato di aumentare i morti, non certo di fermare gli arrivi”.

 

Lo stesso presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker affermò questo: “La decisione di sospendere Mare Nostrum è costa molte vite umane”.

 

I ricercatori hanno dimostrato che bloccare i soccorsi e le ricerche di imbarcazioni non fa diminuire gli sbarchi ma, come successo con Mare Nostrum, ma fa aumentare i morti.

 

“Se è successo allora – spiega il ricercatore trentino – può succedere anche con le Ong se si continua a delegittimarle fino farle desistere dal lavoro di soccorso”. E succederebbe che un'altra volta le pressioni politiche basate su dati sbagliati, usate per strumentalizzare il dramma dei migranti, provocherebbe altri morti.
 

Ora lo stato italiano sta formando la Guardia costiera libica perché interrompa questa fuga. “E questo è preoccupante – spiega Lorenzo Pezzani – perché ci sono testimonianze di gravi violazioni dei diritti umani. Pretendere che i migranti rimangano in Libia significa giustificare in qualche modo la permanenza in carcere di queste persone, trattenute senza tutele dalle autorità libiche, con moltissimi casi di tortura, di violenza”.

 

La soluzione, per il ricercatore, sono i corridoi umanitari. “Vie di accesso legali e siicure. Invece si spendono cifre astronomiche nella difesa delle frontiere senza alcun successo, determinando spesso catastrofi umanitarie con naufragi in cui perdono la vita molte persone".

 

Perché, dopo queste informazione, sembra ovvio: le persone muoiono perché costrette ad affidarsi a 'passatori' criminali che si arricchiscono sulla pelle di chi vuole scappare verso l'Europa. Per evitare le morti in mare dovrebbe essere tolto loro il 'monopolio' dei viaggi attraverso l'apertura di corridoi umanitari"

 

"I soldi impiegati nel pattugliamento del mare nel tentativo di impedire gli sbarchi - conclude - potrebbero essere usati nell'accoglienza”

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