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“Chi è diverso da chi?”: Eurac Research pubblica il “Rapporto sulle migrazioni Alto Adige 2020”

Studiare le migrazioni in Alto Adige per mostrare le diversità e dare consigli pratici alle politiche pubbliche che devono gestire i fenomeni migratori. Il direttore di Eurac Research Stephan Ortner: "Cerchiamo di contribuire al futuro del nostro territorio"

Di Marianna Malpaga - 15 settembre 2020 - 19:15

BOLZANO. Chi è migrante e chi no in Alto Adige? “Dipende dalla distanza dello spostamento? O dalla durata? Dalle caratteristiche economiche e sociali di chi si sposta? O da quelle del luogo d’arrivo?”. Questa la domanda che si sono posti 30 studiosi e studiose di sociologia, geografia, diritto, storia, biologia, antropologia, scienze politiche e linguistica di Eurac Research, che hanno provato poi a rispondere al quesito con una pubblicazione, “Rapporto sulle migrazioni Alto Adige 2020”.

 

Siamo abituati a pensare al “migrante” come a qualcuno che proviene da Paesi extraeuropei, ma l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) è molto chiara quando sostiene che “migrante” è qualsiasi persona che varchi (o abbia varcato) un confine internazionale, o che si sposti (o si sia spostata) all’interno di uno stesso Paese. Ciò vuol dire che il termine “migrante” è molto più ampio di quanto comunemente siamo abituati a pensare.

 

Fino alla metà degli anni Novanta – spiegano gli studiosi e le studiose di Eurac Reserach – parlare di diversità in Alto Adige voleva dire riferirsi ai tre gruppi linguistici storici. Da allora però il numero di persone con cittadinanza straniera che ha scelto la provincia di Bolzano come nuova casa è in aumento costante, e non c’è ragione di credere che il trend si fermerà, nemmeno di fronte alla pandemia”. Si parla di una presenza di 50 mila stranieri nel 2017, più del triplo rispetto al 2002, quando si registravano 16 mila presenze. La popolazione con cittadinanza straniera residente in provincia di Bolzano proviene soprattutto da Albania, Germania e Pakistan.

 

 

Il rapporto di Eurac Research vuole raccontare la crescente diversità della società altoatesina attraverso alcune interviste a immigrati ed emigrati, ma anche dare consigli pratici alle politiche pubbliche che devono gestire i fenomeni migratori. Forse, suggerisce Eurac Research, è proprio dall’Alto Adige, terra di migrazioni per eccellenza, che può partire la spinta per una convivenza reale. “È proprio qui – afferma Andrea Membretti nell’introduzione al Rapporto - dove è stata raggiunto a fatica un equilibrio di convivenza tra diversi gruppi linguistici, che il tema delle nuove migrazioni lancia nuove sfide, a partire dal ruolo che le nuove comunità potranno avere, insieme a quelle storicamente presenti, nello sviluppo di questo territorio”.

 

Il Rapporto parte quindi dalla storia dell’Alto Adige, e in particolare di Curon Venosta, i cui abitanti a metà del Novecento furono chiamati a scegliere se rimanere in un paese d’origine completamente stravolto o andarsene. Gertrud Baldauf racconta la sua storia attraverso un’intervista: al tempo aveva sei anni, e con la sua famiglia scelse di non restare in quel che rimaneva di Curon e di trasferirsi nel Tirolo tedesco.

 

Nel Rapporto vengono poi analizzati altri temi fortemente connessi alla migrazione: società, lingua e cultura; educazione, edilizia abitativa e salute; mercato del lavoro; e politiche sull’integrazione.

 

“Con questo Rapporto – sottolinea Stephan Ortner, direttore di Eurac Research – vogliamo ancora una volta contribuire concretamente alla costruzione del futuro del nostro territorio, mettendo a disposizione analisi e raccomandazioni a decisori politici, amministratori pubblici, soggetti privati e operatori del terzo settore che sono chiamati a gestire i flussi migratori”.

 

Tra i punti critici nella gestione dell’immigrazione in Alto Adige emerge la misura promossa nel 2018 dalla Giunta provinciale, la quale ha stabilito che il godimento di alcune prestazioni non essenziali di natura economica, come il “sussidio casa”, sarebbe da quel momento stata subordinata alla conoscenza di tedesco e italiano e della cultura locale.

 

Infine, non sono poche le preoccupazioni che il Covid-19 pone anche sul “fronte immigrazione”. “Per molte di queste persone – sottolinea la ricerca – alcune regole imposte per contenere la pandemia, ad esempio il distanziamento sociale, non sono solo difficili da rispettare, ma sono addirittura impossibili: basti pensare alle situazioni di sovraffollamento nei campi profughi in Grecia o agli insediamenti precari dei migranti nelle periferie di grandi città italiane, come Roma”.

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