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Ius soli, la storia di Belhassen e delle sue figlie. "Sono nate e cresciute qui. Quando sono nate abbiamo piantato un albero. A Sardagna"

Lo Ius soli è per Belhassen qualcosa di naturale, un'ovvietà dal momento stesso che un bambino ha solo quella italiana come cultura di riferimento. “Nemmeno sanno dove sia la Tunisia, ci sono state in vacanza, sanno che lì abitano alcuni parenti ma la loro casa è questa, la loro terra è quella dove sono cresciute, dove hanno le amiche, gli insegnanti”

Di Donatello Baldo - 26 June 2017 - 07:27

TRENTO. “Quando è nata una delle mie figlie abbiamo piantato un albero. A Sardagna”. E così, anche simbolicamente, le radici della figlia di Belhassen, tunisino da 23 anni in Italia, affondano nella terra trentina. “E' nata in Italia, come altre due mie figlie – spiega – mentre quella più grande che ora fa la magistrale in Scienze internazionali è arrivata in Italia a nemmeno cinque anni”.

 

Lo Ius soli è per Belhassen qualcosa di naturale, un'ovvietà dal momento stesso che un bambino ha solo quella italiana come cultura di riferimento. “Nemmeno sanno dove sia la Tunisia, ci sono state in vacanza, sanno che lì abitano alcuni parenti ma la loro casa è questa, la loro terra è quella dove sono cresciute, dove hanno le amiche, gli insegnanti”.

 

Oltre a quella grande, Belhassen ha una figlia di 11 anni, una di 17 e un'altra di appena 18 anni. “Appena diventata maggiorenne abbiamo chiesto il riconoscimento della cittadinanza italiana – spiega il padre – ma lei ha vissuto questo come un'offesa, ci è rimasta male a dover chiedere qualcosa che sente già suo”.

 

E prosegue chiedendosi questo: “Ma cos'altro dovrebbe sentirsi se non italiana, mia figlia ha fatto qui l'asilo, le elementari, il liceo, l'università. E' italiana figlia di immigrati. Punto”.

 

Belhassen fa il calzolaio. E' arrivato nel nostro paese tanti anni fa. “Ho lavorato per poco al Grand Hotel come lavapiatti ma non era il mio lavoro. Io sono calzolaio”. E come calzolaio fu assunto alla Standa. “Poi mi sono messo in proprio – spiega – e i proprietari della Standa mi aiutarono regalandomi alcuni macchinari, questi”, e li mostra con riconoscenza, quasi li accarezza. “Avevo un buon rapporto con i miei datori di lavoro, ma ora è dal 2001 che ho aperto la mia attività”.

 

Mentre racconta si apre la porta del negozio della Seconda Androna, vicino a piazza Garzetti: “Ciao, mi puoi allargare un po' questi sandali e mettere un tacchetto di gomma che altrimenti scivolo?”, chiede una signora di Trento. “Mi stanno intervistando sullo Ius soli – le spiega Belhassen – tu cosa pensi?”.

 

La signora non capisce subito, Belhassen parla un italiano un po' stentato, con una forte cadenza araba. “So solo che i tuoi figli parlano l'italiano meglio di te. E anche di me”, e ride. E spiega così il suo appoggio alla proposta in discussione al Senato che vorrebbe garantire la cittadinanza ai figli degli immigrati regolari nati in Italia.

 

Io sono straniero, io mi ricordo la mia terra – dice con un po' di nostalgia – ora sono in Italia, lavoro, pago le tasse. Ma le mie figlie hanno solo questo, questo è il loro orizzonte, qui c'è la loro comunità e anche i loro valori, le loro amicizie”. Ma sono musulmane.

 

La differenza tra religioni è un problema della politica, degli adulti che litigano tra loro: i bambini tra loro non colgono le differenze, casa mia è invasa dalle compagne di classe delle mie figlie e ti assicuro che a discussioni e divisioni sull'appartenenza religiosa non ne ho mai sentite”.

 

A me dispiace che la politica non capisca – afferma – perché nel mondo le persone si spostano, migrano, fa parte della storia delle società. In America un emigrato italiano è stato sindaco di New York, il sindaco Giuliani. E la presidente del Congresso, la signora Nancy Pelosi, è discendente di italiani”.

 

Si ferma, pensa alla figlia che studia Scienze internazionali: “Perché, lei non potrebbe dare il suo contributo all'Italia? Ha studiato, è stata attiva nel volontariato, nella circoscrizione, è crescita amando questa terra”.

 

Invece il figlio di uno straniero, anche nato e cresciuto in Italia, trova soltanto difficoltà e impedimenti. “Nello sport, a scuola”. A scuola soprattutto: “Quando le mie figlie devono andare in gita scolastica all'estero è un dramma. Se il permesso di soggiorno è in scadenza non viene riconosciuto negli altri Paesi europei, e non credete che sia facile ottenerne in tempo dalla Questura il rinnovo. Ma a studiare l'inglese a Londra non si può andare visto che il Regno Unito è fuori da Schengen”.

 

Piccoli disagi, soprattutto burocratici. “Ma fanno male, fanno male. Quando mia figlia a sette anni ha dovuto rinunciare alla gita non capiva – spiega Belhassen – non riusciva a capire perché le sue amiche potevano e lei no. Piangeva, e ho pianto anch'io”. E la voce rotta ce l'hanno sempre le sue figlie quando si parla di cittadinanza. “Sento le loro voci diverse, che si fermano in gola – dice – perché si vergognano, si sentono umiliate, diverse, escluse”.

 

Ma è la politica che decide, chissà se riuscirà la maggioranza a far passare questo provvedimento: “Sono deluso dai 5 Stelle, tanti cittadini italiani di origine straniera hanno voltato per loro, lo sanno. Ma hanno preferito rincorrere i sondaggi, fare il loro interesse elettorale. Sono proprio deluso”.

 

E torna a pensare alle sue figlie: “Vorrei che potessero essere considerate parte di questa terra che mi ha accolto, che ringrazio, che ho sempre rispettato. Vorrei che non fossero obbligate a sentirsi diverse soltanto perché la loro famiglia è arrivata in Italia dall'estero. Loro sono italiane, sono italiane al cento per cento”. 

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