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Nel Primiero c'è chi torna a sfalciare a mano e il suo fieno "pregiato" è venduto a peso d'oro negli Emirati

Si chiama Diego d’Incau, vive a Sovramonte, comunità incastonata tra il Feltrino e le Pale di San Martino ed è tornato alle vecchi tecniche di taglio dell'erba. Le sue "balle" di fieno sono vendute a mille e più dollari il quintale. E sempre nella zona c'è chi converte le falegnamerie per fare bare per cani e gatti 

Di Nereo Pederzolli - 02 marzo 2017 - 10:31

TRENTO. La neve ora li protegge, ma già sono alla base di un progetto che ha la forza dell’incredibile: sfalciare, a mano, il fieno dei prati delle zone montane più disagiate, per coltivare il paesaggio e garantire reddito ai caparbi (capaci) artefici di queste pratiche di agroeconomia dolomitica. Sfalcio estremo, una danza tra l’erba, ritualità e solidarietà. Un progetto ambizioso quanto affascinante. Scaturito dall’ingegno di Diego d’Incau, istrionico personaggio di Sovramonte, comunità incastonata tra il Feltrino e le Pale di San Martino, nel Primiero.

 

Lui, montanaro, alle spalle consulenze per vendite esclusive di blasonati vini francesi – selezioni rare, costosissime e ambite dai migliori ristoranti del nord Italia – ha lanciato in sordina la sua sfida imprenditoriale recuperando antiche pratiche contadine. E lo ha fatto partendo dal rispetto dell’habitat. Coinvolgendo alcune decine di contadini esperti, in grado di affilare le falci ‘battendole’ solo con il martello. Ritmo e maestria, sonorità rurale. Sfalciando prati dimenticati, per curare zone marginali, riscoprendo valori contadini, rilanciando il bello del paesaggio.

 

L’ancestrale rito della fienagione così diventa opportunità. I primi raccolti, dell’estate 2016, stanno dando riscontri a dir poco entusiasti. Perché? Con il fieno recuperato dalla cooperativa ‘la luna bona’, fondata da Diego d’Incau, sono state confezionati tutta una serie di prodotti destinati non solo agli animali – il cosiddetto ‘pet food’ – ma anche fieno per scopi terapeutici, per prodotti di bellezza. Poi – e questo è davvero singolare – diversi quintali sono finiti negli Emirati arabi. Proprio così, fieno delle Dolomiti per i cavalli dei facoltosi petrolieri del Golfo. Balle d’erba, e non sono …balle. Fieno pagato a peso d’oro, visto che si spuntano prezzi attorno ai mille e più dollari il quintale.

 

Ma non è tutto. Per sviluppare questa singolare imprenditoria montanara, sono state coinvolte alcune segherie e un gruppo di falegnami decisi a costruire – udite udite - speciali bare: per cani e gatti. Centrando pienamente gli obiettivi commerciali. Un modo davvero incredibile per sfruttare le risorse del bosco, diversificando estremamente la produzione. Per estremi saluti. Adesso scendono in pista anche alcuni comuni trentini. Canal San Bovo e Caoria, ad esempio, hanno già convocato alcune riunioni. Incontri per coinvolgere i censiti in precise pratiche contadine. Per il ripristino a prato dei terrazzamenti in quota, per coltivare appunto il bello del paesaggio. Progetti supportati dall’Ecomuseo del Vanoi e dalle Guardie Forestali.

 

Dal Primiero alla Valle dei Mocheni. Alcuni sindaci del bacino del Fersina avevano dato la loro adesione al progetto già l’estate scorsa. E predisposto alcune delibere. Pronti, nei prossimi mesi, dopo il disgelo, a tagliare l’erba predestinata ai mercati più esclusivi. Sfalcio dunque come rinascita della montagna. Al punto che Slow Food, tramite l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ha impostato un micro corso di studio economico, chiamando tra i banchi universitari, alcuni ‘segatini’, i contadini che falciano l’erba come ancestrale rito rurale.

 

A dar supporto culturale a questa scommessa s’è impegnato pure Luca Mercalli, il metereologo più critico e militante ambientalista. Stessa presa di posizione di Marco Paolini, il drammaturgo bellunese da sempre partecipe alle iniziative che difendono l’integrità del territorio alpino. Infine, è notizia dell’ultima ora, il progetto de ‘la luna bona’ è al vaglio di Trentino Sviluppo. Si valuta la possibilità di recuperare alcuni capannoni dismessi della Valsugana, trasformandoli in opifici per la trasformazione del fieno. Altro che balle…

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