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Suicidi, oltre 4.000 chiamate l'anno all'Ama che in Trentino è operativa dal 2006

L'associazione organizza gruppi di auto mutuo aiuto in tutta la provincia da quando un'"epidemia" di suicidi aveva travolto Val di Non e Sole. Il telefono “Aiuto alla vita” è attivo 24 ore su 24

Di Carmine Ragozzino - 11 settembre 2016 - 23:07

TRENTO. Silenzi. Minuti eterni di angoscianti silenzi che parlano la lingua muta della più cupa disperazione. Oppure, al contrario, lacrime e singhiozzi: tante e tanto forti da far incespicare ogni tentativo di comprensione, ogni sforzo di decodifica del garbuglio di sentimenti. E poi racconti pacati o sfoghi agitati. E isterie, e logorree o balbettii. Appelli. O maledizioni. Sussurri. E urla. E’ la casistica - appena un po’ ma tuttavia rende evidenza alla complessità - di quel che ogni giorno accade

nelle conversazioni e forse soprattutto nelle non-conversazioni del telefono “Invito alla vita”. E’ la linea d’ascolto – di aiuto – per chi rischia di soccombere di fronte all’infinita gamma delle solitudini che virano verso depressioni, patologie e perfino stinti terribili. A volte definitivi. 

 

E’ un’occasione il telefono nato nell’ormai lontano 2006 sull’onda tragica di una quasi epidemia di suicidi nelle valli di Non e di Sole. L’iniziativa, la linea, fu voluta dalla Salute Mentale dell’Azienda sanitaria provinciale. Oggi è gestita dall’Ama – l’associazione che da Trento, (via Taramelli), organizza gruppi di auto mutuo aiuto in tutta la provincia sulla casistica purtroppo ampia del disagio. Il telefono “Aiuto alla vita” oggi conta su una quarantina di volontari che mettono a disposizione il loro tempo 24 ore al giorno dividendosi i turni di presenza alla cornetta. La sensibilità dà frutto quando non giudica, non dà consigli e non suggerisce terapie o rimedi. Quando crea le condizioni di una ritrovata fiducia. La dote dei volontari è l’ascolto. Ma per chi ha pudore, paura, terrore a farsi ascoltare in famiglia, in coppia, negli ambienti di lavoro o in quelli amicali, trovare un punto di riferimento anonimo e disponibile a non commentare la tua sofferenza può diventare salvezza.

 

E’ un numero verde – l’800-061650 – attraverso il quale si può provare – almeno provare – a mettere all’angolo la vergogna delle proprie debolezze e delle proprie lacerazioni interiori. Anche la vergogna delle intenzioni suicide. E questo numero – l’Aiuto alla vita – ha numeri che insieme spaventano e confortano. Quattromila telefonate l’anno. Quattromila persone che si sforzano di non parlare solo a se stessi in un labirinto di sprofondamenti. Migliaia di telefonate l’anno: il 7 per cento “mute”, il 24 per cento fatte solo solo di accenni confusi prima di riagganciare, il 69 per cento di dialogo. Ma il contatto permette a volte di attivare i servizi specialistici. Alla Salute Mentale dell’Azienda il lavoro della linea è considerato un riferimento imprescindibile. I volontari, i centralinisti della solidarietà, se richiesti possono dare indicazioni, possono orientare verso chi ha gli strumenti per affrontare casi che non sono mai uguali l’uno all’altro anche se la nebbia del disagio di vivere sembra avvolgere allo stesso modo ogni “utente” della lineaì telefonica. Alcuni volontari “ci sono passati”.

 

Ne sono usciti sconfiggendo la loro solitudine. E oggi, al telefono e nei gruppi, fanno la loro – preziosa – parte. “Chiamano più gli uomini – spiega una delle volontarie di più lungo corso - sono adulti, spesso anziani. I giovani chiamano poco. Noi impariamo a gestire anche i silenzi, o i pianti. Non ci può e non ci deve essere un taglio politico o religioso nel nostro agire. Ci deve essere – e c’è – la consapevolezza che quei minuti al telefono, tanti o pochi che siano, servono certamente a chi trova la forza di chiamarci ma servono anche a noi. Cresciamo insieme. E cresce di chiamata in chiamata la considerazione di quali e quante ossessioni pesano sul quotidiano di persone d’ogni categoria sociale: il lavoro, gli affetti, i guai economici, la mancanza di socialità che aggrava le fragilità”. Fragilità diffuse, agiografiche, purtroppo in crescita. Fragilità che pongono il Trentino-Alto Adige al secondo posto nazionale nella statistica dei suicidi.

 

“Ma il suicidio – dicono gli psichiatri - non è una malattia, è un comportamento. Ed è con questa consapevolezza che occorre agire, rafforzando in ogni modo le reti di conoscenza e di sostegno territoriali, coinvolgendo ogni soggetto – dalle forze dell’ordine ai comuni, dalle associazioni alla scuola – in una formazione continua”. Insomma occorrono “sensori” capaci di prevenire, di creare e ricreare senso e appartenenza. E il lavoro è immenso. E’ un lavoro oscuro. Indispensabile.

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