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Il 14 maggio 2000 la Juventus "annega" a Perugia. L'intervista a Calori che stense i bianconeri e consegnò lo scudetto alla Lazio: ''Quel giorno sembrava di essere in un film''

Ventuno anni dopo il ricordo di uno dei due grandi protagonisti di quella partita. Calori, difensore con oltre 600 partite alle spalle e poi allenatore di Triestina, Sambenedettese, Avellino, Portogruaro (con cui vinse il campionato di serie C1), Padova, Brescia (per due volte), Novara, Trapani e Ternana, decise la sfida contro i bianconeri a favore del suo Perugia, che nulla aveva da chiedere al torneo

A sinistra l'arbitro Collina controlla le condizioni del terreno di gioco, a destra il gol partita di Calori (foto Fanpage)
Di Daniele Loss - 14 May 2021 - 20:15

TRENTO. Se il 5 maggio 2002 è la data in cui i tifosi juventini scatenano i ricordi e riempiono di sfottò i "colleghi" nerazzurri, il 14 maggio 2000 è il giorno che tutto il popolo bianconero vorrebbe dimenticare.

Sì, perché 21 anni fa la Juventus perse il più incredibile degli scudetti: storia di un trionfo annunciato e poi svanito in un pomeriggio che definire incredibile è puro eufemismo ancora tutt'oggi.

 

Dopo la penultima giornata - la 33esima perché allora il campionato era a 18 squadre - la Juve di Ancelotti, Conte, Inzaghi, Del Piero, Zidane, Zambrotta, Davids e Ferrara è prima in classifica con due punti di margine sulla Lazio. La clamorosa sconfitta patita a Verona aveva visto assottigliarsi il margine sui capitolini e il successo (contestato a causa dell'annullamento di una rete a Cannavaro) con il Parma aveva permesso ai bianconeri di presentarsi in testa all'ultimo turno. La Juve vincendo avrebbe conquistato il 26esimo scudetto e il pronostico era tutto dalla sua parte, visto che l'avversario era il Perugia, che nulla più aveva da chiedere al campionato.

 

Gli umbri erano salvi da tempo e non avevano più nulla da chiedere al torneo, ma Il Grifo a recitare il ruolo di vittima sacrificale proprio non ci stava. E, oltre all'atteggiamento combattivo del Perugia, ci mise lo zampino anche Giove Pluvio che, a partire dal 35' del primo tempo e per l'ora successiva, scaricò sul "Renato Curi" una quantità incredibile di pioggia.

 

E, dopo lo zero a zero del primo tempo, nella ripresa cambiò: Alessandro Calori, di professione difensore, scaricò alle spalle di Van Der Sar un destro potente e preciso nell'angolino e poi il Perugia difese strenuamente il vantaggio sino al triplice fischio, nonostante Ancelotti gettò nella mischia tutti gli attaccanti di cui disponesse, ma nemmeno gli ingressi di Kovacevic e della "meteora" Esnaider cambiarono le sorti del match. A Roma la Lazio battè per 3 a 0 la Reggina e, dopo un'attesa infinita sul prato dell'Olimpico, potè festeggiare il titolo. Si, perché il match di Perugia si chiuse un'ora e un quarto più tardi rispetto al previsto. E come andò quell'incredibile pomeriggio l'abbiamo chiesto proprio a lui, uno dei grandi protagonisti di quella giornata.

 

Calori, quante telefonate ha ricevuto oggi da giornalisti per raccontare e ricordare cosa accadde quel giorno?

"Infinite. Ho le orecchie che ormai mi fischiano, perché da stamani sono stato subissato d'interviste da parte dei giornalisti di tutta Italia. Soprattutto da Roma - se la ride - con le radio e i quotidiani che si sono sbizzarriti. E tutti gli anni è un po' la stessa storia".

 

Dica la verità: non le dà fastidio essere ricordato praticamente solo per quell'episodio?

"Moltissimo, se devo essere sincero. Sono stato un calciatore che ha giocato più di 600 gare da professionista, ho disputato 11 campionati di serie A, giocando con e affrontando fior fior di campioni. E i migliori del mondo, a quel tempo, giocavano praticamente tutti nel nostro campionato, e poi ho combinato qualcosina anche da allenatore. Penso alla vittoria del campionato di serie C1 con il Portogruaro o i playoff raggiunti con il Brescia in serie B".

 

Comprensibile. Però ammetterà che quel pomeriggio di 21 anni fa è successo un qualcosa destinato a restare unico nella storia del calcio italiano.

Senza dubbio: sembrava di essere in un film. Per 35 minuti giornata bellissima, sole e poi... il diluvio universale. Venne giù tanta, ma tanta di quell'acqua che sembrò tutto irreale. L'intervallo non durò un quarto d'ora bensì un'ora e un quarto, durante la quale restammo nello spogliatoio perché anche il tunnel era allagato. Collina (l'altro grande protagonista della giornata, ndr) continuava a consultarsi con i suoi superiori e, dopo aver "provato e riprovato", una volta smesso, decise di riprendere la partita. Il fondo del "Curi" tenne bene, ma chiaramente eravamo rimasti fermi per 75 minuti. Il resto lo sapete: segnai io e poi difendemmo con le unghie e con i denti il risultato. La Juve rimase in dieci per l'espulsione di Zambrotta, loro buttarono nella mischia tutti gli attaccanti che avevano e, nonostante le tantissime occasioni create, non riuscirono a pareggiare.

 

Calori diventò l'idolo di una parte di Roma: sui muri della capitale si trovano ancora le scritte "Grazie Calori".

Al di là dell'ovvia delusione per i tifosi juventini, credo che quello del Perugia sia stato un esempio di sportività, moralità e professionalità. Io ero un calciatore professionista e tale mi sono comportato. Poi il tutto va inserito in un pomeriggio incredibile, ma io e i miei compagni ci siamo comportati come tutti dovrebbero fare sempre.

 

Ha mai pensato di scrivere un libro?
Qualcosa bolle in pentola, ma sarà una cosa particolare. Sono scaramatico e lo saprete a cose fatte.

 

Ma è vero che lei è tifoso juventino, cresciuto con il mito di Gaetano Scirea?
Confermo. Ho sempre ammirato Scirea sia per la straordinaria persona che, ovviamente, per il campione che è stato in campo. Era un esempio, un mito, un uomo discreto, riservato e sempre in secondo piano, ma poi quando entrava sul terreno di gioco era il leader assoluto e un giocatore pazzesco, moderno che sapeva fare tutto e benissimo.

 

Questo aggiunge ulteriore professionalità al suo comportamento di quel giorno.

Grazie, ma per me è stato normalissimo giocare al massimo e cercare di vincere quella partita. Ho fatto il mio dovere di professionista.

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