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Zeno Colò, tra i più grandi della storia dello sci. Vinse Olimpiadi e Mondiali, ma tra sponsor e professionismo la Fisi mise fine alla sua carriera

L'incredibile storia dello sciatore pistoiese, formatosi tra i boschi dell'Abetone e capace di conquistare la prima medaglia d'oro olimpica dell'Italia nello sci alpino. Nel 1954 e nel 1955 la Fisi lo squalificò per due volte in quanto aveva accettato sponsorizzazioni da ditte specializzate. E a Cortina '56 gli permisero solamente di fare il teodoforo

Zeno Colò, il "Falco di Oslo", durante la discesa che gli valse la medaglia d'oro alle Olimpiadi norvegesi del '52
Di Daniele Loss - 30 giugno 2021 - 21:38

TRENTO. Più forte della guerra, che ne bloccò la carriera negli anni migliori, più forte del periodo post bellico e più forte degli avversari. Ma non della Fisi che, con una decisione (anzi due) che tutt'oggi fa gridare vendetta al cielo, pose fine alla sua carriera in modo improvviso e non rendendo merito ad uno dei più grandi di tutti i tempi quando si parla di sci veloci.

 

Il 30 giugno 1920 nel Comune sparso di Abetone Cutigliano nasceva Zeno Colò, uno degli sciatori più forti di sempre. Un fuoriclasse d'altri tempi, capace di scendere a quasi 160 all'ora senza casco e su sci di legno e di vincere la prima medaglia d'oro olimpica del movimento azzurro.

 

La famiglia era di umili origini e il giovane Zeno iniziò a sciare con i rudimentali strumenti costruiti dal padre, che di professione faceva il boscaiolo. Lo sci non era un divertimento, ma un mezzo di trasporto invernale, fondamentale per aiutare il padre a 'fare legna'. In questo modo il giovane Colò cominciò a forgiare sia il coraggio, sia i muscoli e, in particolare, quelle 'gambe d’acciaio' che gli consentirono di entrare nella storia dello sci alpino.

 

Le discese dell'Abetone erano uniche: non avevano gli stessi dislivelli di quelle alpine, ma la neve era "difficile" da interpretare e i percorsi pericolosi. Che, se affrontati ad alta velocità, diventavano addirittura pericolosissimi

 

Che Zeno Colò fosse un fenomeno era chiaro sin da subito: dopo le tante affermazioni nei tornei juniores, nel 1940 entrò a far parte degli alpini alla Scuola Centrale Militare di Alpinismo di Aosta. Difendendo i colori del Nucleo pattuglie sci-veloci alpine, il fuoriclasse pistoiese ottenne i primi significativi risultati a livello nazionale: nel 1941, ai Campionati Nazionali Assoluti "di guerra", primeggiò in tutte e tre le prove previste, discesa, slalom e combinata, ma questo non gli bastò per partecipare ai Mondiali di Cortina del 1941, ai quali potevano partecipare solamente atleti provenienti da paesi legati al Tripartito o neutrali. Colò venne convocato solamente come riserva e interpretò la prova di discesa libera come apripista. Piccolo particolare: fece segnare un tempo eccezionale che, se ottenuto in gara, gli avrebbe garantito la medaglia d'argento. Le sue qualità sportive gli permisero di restare lontano dalla guerra, ma dal 1942 di sciare non se ne parlava: l'attività internazionale venne sospesa completamente e quella nazionale ridotta praticamente all'osso.

 

Dopo l'armistizio dell'8 settembre '43, Colò inforcò gli sci e partì alla volta della Svizzera (non voleva consegnarsi ai tedeschi, ma con il Nucleo non avrebbero potuto opporre resistenza), dove l'internamento fu tutto sommato accettabile e, grazie all'aiuto del nobile ungherese Hugo De Rain, riuscì a tornare alle gare. Per evitare ripercussioni sui parenti da parte dei "repubblichini" di Salò (ai loro occhi era un disertore), per due anni cambiò nome, assumendo lo pseudonimo di "Blitz".

 

Terminata la guerra tornò sull'Abetone, riprese a fare il taglialegna e tornò a fare incetta di titoli nazionali, mentre a livello internazionale l'attività era ancora molto limitata. Appena l'Italia venne riammessa in pianta stabile nelle manifestazioni continentali centrò subito un prestigioso terzo posto nell'altrettanto importante combinata del Lauberhorn, a Wengen.

 

Nel 1947 Zeno Colò fu protagonista di un risultato incredibile: il 9 maggio sulle nevi del Plateu Rosa a Cervinia stabilì il nuovo record di velocità sul chilometri lanciato con l'incredibile velocità di 159,292 chilometri l'ora. E lo fece con normali sci di legno della ditta Cambi, senza casco o altre 'bardature' usate in altri tentativi e con i postumi di un infortunio alla gamba subito una ventina di giorni prima in allenamento.

 

Nel '48 vinse a Wengen e, alle successive olimpiadi di St. Moritz era uno dei favoriti in tutte le prove: in discesa si trovò in testa a metà gara, ma poi cadde rovinosamente, rompendo anche gli sci e nello speciale raggiunse un "misero" 14esimo posto. La stagione finì però con il sorriso: ai Campionati Italiani assoluti Colò vinse tutte le gare in programma e conquistò il gradino più alto del podio in tutte le competizioni nazionali a cui prese parte.

 

Il 1949 certificò che lo sciatore dell'Abetone era un vero campione con successi, tantissimi, ottenuti in ambito internazionale, trionfando anche nella sedicesima edizione dell'Arlberg-Kandahar, la gara più importante della stagione: vinse, anzi stravinse, realizzando il record della pista e rifilando 5 secondi al secondo classificato.

 

Mancavano, a questo punto, solamente le consacrazioni mondiali e olimpiche. Detto e fatto: nel 1950 ai Mondiali di Aspen in Colorado vinse due ori e un argento. La Gazzetta titolò: "Tutti battuti: il più grande campione di tutti i tempi conquista all’Italia un secondo titolo mondiale"

 

Al ritorno i compaesani gli regalarono una Fiat 500 per celebrare le sue vittorie e ringraziarlo delle emozioni che aveva regalato loro e Colò aveva già messo nel mirino le Olimpiadi di Oslo del 1952. Vinse ancora l'Arlberg-Kandahar e, alla soglia dei 32 anni, si presentò in Norvegia con l'obiettivo di conquistare l'unico trofeo che ancora mancava nella sua straordinaria bacheca. Nel gigante dovette accontentarsi del quarto posto, ma il 16 febbraio trionfò nella gara più amata: la discesa libera. L'oro di Oslo fu il suo capolavoro più grande, ma anche la sua ultima gara di grande livello: gli stimoli iniziavano a mancare e, per un atleta dilettante, era il momento di pensare a ciò che sarebbe arrivato "dopo".

 

 

Nel 1953 decise di non gareggiare, ma l'anno successivo i Campionati Italiani si svolgevano all'Abetone e il richiamo della neve di casa fu fortissimo: vinse tre titoli, dimostrando di essere ancora il miglior discesista italiano. Ma la carriera di Colò terminò di fatto qui, perché la Fisi lo squalificò, in quanto aveva stretto accordi commerciali con due ditte - la Nordica e la Colmar - che, in cambio di un compenso intorno ai tre milioni di lire, avevano commercializzato scarponi e giacche a vento firmate con il suo nome.

 

Quale era il problema? Lo sci era considerata una disciplina dilettantistica e, dunque, nessuna forma di professionismo veniva accettata dai rigidi (e poco lungimiranti) dirigenti internazionali. Altri sciatori europei avevano scelto quella strada, ma erano stati "protetti" dalle rispettive Federazioni. In Italia, invece, Colò non venne tutelato, perché Fisi e Coni, alla vigilia delle Olimpiadi di Cortina del '56 e in previsione della candidatura di Roma per le Olimpiadi del 1960, volevano dimostrare di essere ligi alle regole.

 

Ad Are, in Svezia, gli organizzatori delle gare di Coppa del Mondo lo vollero comunque lì, come apripista. E lui, in perfetto stile Colò, scese a tutta: se avesse gareggiato sarebbe finito, ancora una volta, sul podio.

 

Nel 1955 ci fu un riavvicinamento con la Fisi e, allora, decise di tornare a gareggiare ai Campionati Italiani, conquistando il titolo in libera e il secondo posto in gigante. Si trattò di un fuoco di paglia: arrivò un'altra impietosa squalifica per professionismo e, allora, Colò decise di dire "basta" in via definitiva. Con amarezza, perché a Cortina avrebbe voluto andare eccome.

Venne nominato Cavaliere della Repubblica per meriti sportivi dal presidente Luigi Einaudi e il 26 gennaio 1956, il giorno d’apertura delle prime Olimpiadi disputate in Italia, Colò non era nello stadio con gli atleti azzurri, ma in cima alla pista delle Tofane, dalla quale scese sciando per portare la fiamma olimpica allo stadio dove la cedette agli altri tedofori.

 

Fu quella l'ultima apparizione ufficiale sulla neve per Colò, che decise di chiudere con il mondo delle gare, ma non con lo sci. Divenne maestro all'Abetone e s'impegnò attivamente per la promozione e lo sviluppo della stazione sciistica piemontese, attivandosi per la valorizzazione della Società Funivie Abetone e per la costruzione della prima ovovia. Nel 1973 disegnò tre piste che scendono dal Monte Gomito, che da lui prendono anche il nome: la "Zeno 1" è la cosiddetta "nera", la "Zeno 2" e la "Zeno 3" sono "rosse". Fu anche direttore della scuola di sci di Madesimo, in provincia di Sondrio.

 

Pochi anni prima della sua scomparsa, avvenuto nel 1993 a causa di un tumore, la Fisi revocò la squalifica che gli era stata inflitta a metà degli anni '50. Troppo tardi: avrebbe meritato ben altro trattamento, lui che è stato uno dei più grandi sugli sci di tutti i tempi.

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