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Al festival spazio alle magie di Ibra: "Scudetti Juve? Sono 38. Inter-Barça? Se c'era il var... Lo scudetto con il Milan la soddisfazione più grande"

Bagno di folla per lo svedese che ripercorre la sua carriera tra aneddoti e polemiche passate: dall'esperienza all Ajax, passando per il rapporto con Capello e l'esperienza a Barcellona, fino al suo Milan e al trasferimento non voluto a Parigi, per poi togliersi la più grande soddisfazione della sua carriera, ossia quella di vincere lo scudetto con un Milan dato per sfavorito

Foto di Federica Galeazzo
di Federico Holneider

TRENTO. È stato Zlatan Ibrahimovic l’uomo più atteso dell'ultimo giorno di Festival dello Sport. L’ormai ex stella del club rossonero ha esordito con una battuta sulla sua nuova vita: “Ora ho un’altra libertà, non ho programmi e sto facendo cose per me stesso. Non ho nessun che mi dice cosa fare, sto prendendo tempo per capire cosa voglio in futuro, voglio fare la differenza. Ho avuto qualche meeting con il Milan e stiamo parlando, vediamo che succede…”.

 

 

Sul suo passato all’Ajax spiega: “All’inizio era molto difficile perché tutti si aspettavano che fossi il nuovo Marco Van Basten, ma non ero a quel livello. Era la prima volta fuori dalla Svezia, ero solo e c’era tanta pressione per i risultati. Ero anche l’acquisto record dell’Ajax e quel paragone mi pesava molto, ma non ho mollato, ho sempre lavorato e anche se avevo fiducia in me stesso non sempre dipende da te. Poi è andata sempre meglio e ad Amsterdam ho incontrato Mino Raiola, lì è iniziata la mia carriera. Mi sono affezionato a lui, è stato come un padre. Siamo cresciuti insieme, siamo diventati forti insieme: lui è diventato il più forte di tutti nella sua categoria, io nella mia. Nel suo ultimo periodo ero con lui quasi tutti i giorni, non era facile: quando vedi una persona in difficoltà è una questione di emozioni. Io volevo portare positività ed energia, non volevo parlare della sua malattia. Per com’è fatto lui, pensava sempre per gli altri. È stato forte fino alla fine".

 

 

Sulla sua esperienza alla Juve con Capello commenta: “Voleva che fossi più concreto, tutti i giorni lavoravamo davanti alla porta. Mi nascondevo dietro Thuram e Cannavaro ma mi trovava sempre. Mi ha detto che avrei dovuto essere un killer, mi diceva che la mia tecnica era migliore di quella di Van Basten ma i miei movimenti no, per cui dovevo guardare come si muoveva. Gli scudetti della Juventus? Sono 38, non 36, perché abbiamo lottato ogni giorno dimostrando che eravamo i più forti in Italia.

 

E si passa così all’esperienza nerazzurra: "Quell'estate ero più vicino al Milan, loro avevano il playoff Champions e mi hanno chiesto di aspettare. Lì però l’Inter si è inserita e hanno chiuso l’accordo. Balotelli? Ha avuto tante occasioni senza sfruttarle, non lo si può paragonare con Leao. All’Inter mi sentivo più forte di quando ero alla Juve e all’Ajax, ero più completo, aiutavo la squadra. Mai pensato che non fosse una squadra alla mia altezza, ma prima di me non avevano vinto per 17 anni pur avendo grandi campioni. Per cui mi son detto che se fossi andato all’Inter e avessi vinto sarei rimasto nella storia".

 

Poi viene ceduto al Barcellona nella celebre operazione che coinvolse il camerunense Eto’o: "È stata un'eperienza positiva, ho vinto cinque trofei in un anno. Era un sogno andare lì perché a quell’epoca tutti parlavano di quel club e mi dicevo di essere nella squadra più forte del mondo. Quando mi hanno chiamato ero carico, all’Inter avevo fatto tutto ciò che potevo e volevo crescere ancora per provare altre sfide con me stesso. Semifinale con l’Inter? Mi piacerebbe riuscire a ricordare cos’ha detto Mourinho a Guardiola…all’andata abbiamo perso 3-1, se ci fosse stato il var… niente scuse però, abbiamo perso". 

 

Fino ad arrivare al Milan: "Era un momento non facile, c’è stato il Trofeo Gamper e so che il Milan parlava con Mino per capire se potevo andare via da Barcellona. Mi ricordo bene che eravamo nel tunnel del Camp Nou e tutti i giocatori rossoneri mi dicevano che sarei andato con loro. Nello spogliatoio è venuto Ronaldinho, mi ha preso per mano e mi ha detto ‘dai, andiamo a casa’. Poi è venuto anche Galliani a casa nostra, mia moglie non sapeva chi fosse e mi ha chiesto perché fosse qui, quando le ho risposto che voleva portarmi al Milan lei mi ha chiesto “che cosa stessimo aspettando. Berlusconi? Era molto buono, ha un’aura particolare. Mi stimava tanto e aveva un carisma che ti prendeva. Lui era il calcio, era il Milan. Mi ha portato in rossonero dandomi la possibilità di sorridere ancora, è stato grazie a lui che sono arrivato. Mi diceva anche come giocare, come muovermi. Mi stimolava come uomo e come calciatore". 

 

Poi le difficoltà ad accettare l’esperienza parigina: “Non volevo muovermi da Milano visto che lì ero tornato ad essere felice. Prima delle vacanze dopo il campionato ho detto a Galliani che non volevo essere venduto strappando questa promessa. Dopo tre settimane arriva una chiamata da Mino e dice che è già fatta e che sarei andato al Psg ma io non volevo assolutamente muovermi. Avevano venduto me e Thiago Silva, io ho provato a immaginarmi come sarebbe stato giocare la Ligue1. Alla fine sono andato mettendo dei punti assurdi nel contratto pensando che sarebbero stati loro a rifiutare e invece hanno accettato in venti minuti. Comunque sono un uomo di parola e da lì è andato tutto bene…". Diametralmente opposta la questione Manchester United: "Avevo 35 anni, volevo provare e mi aveva chiamato Mourinho. Come club lo United è tra i top 5 al mondo, ma non ero sicuro e ho chiesto tanti consigli, tutti mi dicevano di non andare perché se fossi andato male lì nessuno si sarebbe ricordato di ciò che avevo fatto prima. Questi no mi hanno dato la carica e allora ho deciso di andare: solo io posso camminare sul fuoco…".

 

E ancora sul suo ritorno in rossonero: "Ho avuto più soddisfazione con questo scudetto che di tutti gli altri. Non eravamo favoriti, nessun giocatore era ancora una superstar e non erano abituati a certi palcoscenici. Poi c’era anche la situazione societaria: non si capiva se vendevano o meno, se restava l’allenatore o meno, è arrivato il Covid…ma noi siamo rimasti uniti passo dopo passo, ci siamo sacrificati l’uno per l’altro e piano piano si è formato questo gruppo e mai avevo avuto un collettivo e un’atmosfera così uniti. Non c’erano fenomeni, solo io…ma tutti sono cresciuti grazie al compagno accanto. Giocare negli stadi vuoti ci ha anche aiutato, ma quando siamo arrivati al top ed è tornato il pubblico ci hanno dato la spinta extra e diventavamo più forti giorno dopo giorno. La partita scudetto contro il Sassuolo? Ho visto nello spogliatoio alcuni giocatori e membri dello staff che piangevano: lì ho capito cosa avevamo fatto e che ero riuscito a fare ciò che avevo promesso il giorno in cui sono tornato. Per questo la soddisfazione è stata totalmente differente. Ho detto a Tomori che vincere a Milano non era come vincere a Londra, questo rimane nella storia per sempre. Poi ho avuto un infortunio pesante ma sono rimasto vicino alla squadra". 

 

E sull’ex compagno di squadra coinvolto nella bufera scommesse aggiunge: “Tonali? Quando è arrivato dal Brescia era troppo tifoso del Milan e gli ho detto di smetterla e fare un passo avanti per fare felici i tifosi e da lì nel secondo anno volava. Sul caso scommesse so poco perché non l’ho mai visto in difficoltà o che stava male. Non si giudica se non si sa, se poi è ludopatico bisogna aiutarlo perché è come una droga, ma io non conosco la situazione. Bisogna capire se è andato al casinò, quello l’ho fatto anch’io. Se ha fatto scommesse sul calcio è un’altra storia, ma se ha giocato al blackjack è un’altra storia ancora, ognuno fa ciò che vuole con i suoi soldi".

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