I due record dell'ora nel giro di quattro giorni, il 51,151 iconico: 40 anni fa a Città del Messico Francesco Moser riscrisse la storia del ciclismo. Una vera rivoluzione
Il 23 gennaio partì un nuovo assalto al record, dopo quello stabilito qualche a sorpresa qualche giorno prima. Nei primi chilometri la sua media è irreale (più di 54 all'ora), poi arriva la stanchezza, ma è sempre in vantaggio e, alla fine, ecco il nuovo primato, quel 51,151 diventato poi anche uno degli spumanti iconici della sua azienda agricola e del panorama italiano

TRENTO. Gennaio 1984. Da qualche mese Bettino Craxi è, per la prima volta, alla guida del Governo italiano, il cosiddetto "Pentapartito", appoggiato da Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli - quasi una filastrocca -, al cinema spopola ancora Scarface, uscito all'inizio di dicembre, con un clamoroso Al Pacino nei panni di Tony Montana e tutti aspettano trepidanti il capolavoro di Sergio Leone, C'era una volta in America, che vivrà la sua premiere a metà febbraio a New York. Nelle radio italiane spopolano Say Say Say di Paul McCartney in duetto con Michael Jackson, ma anche All Night Long di Lionel Richie e La donna cannone di Francesco De Gregori.
Il 24 gennaio 1984 è una data iconica per l'evoluzione tecnologica dell'umanità: Steve Jobs e Wendell Brown, fondatori di quella che allora si chiamava semplicemente Apple Computer, misero in vendita il primo "Mac" della storia, un Macintosh 128K. Costo: 2.495 dollari.
Piano, con ordine, perché ventiquattr'ore prima, esattamente il 23 gennaio di 40 anni fa, un altro uomo aveva però scritto un'altra pagina di storia. Dello sport. E, all'epoca quel ciclista 32enne era senza dubbio assai più famoso di Jobs in tutto il pianeta.
Francesco Moser, da Palù di Giovo, aveva già vinto un titolo mondiale, a San Cristobal nel 1977, un oro iridato su pista nell'inseguimento, tre Parigi - Roubaix, una Freccia Vallone, una Gand - Wevelgem e due Giri di Lombardia e, nel 1983, aveva messo nel mirino il record dell'ora, detenuto da uno dei più grandi ciclisti della storia, il "Cannibale" Eddy Merckx che, dopo averlo stabilito nel 1972 (49,431 km), aveva dichiarato "mai più record dell'ora" per quanto erano sfinenti la preparazione e il tentativo stesso.
Moser iniziò a lavorare sulla bicicletta tre mesi prima del tentativo, nell'ottobre del 1983 e le novità introdotte furono rivoluzionarie: il fuoriclasse della val di Cembra era (e lo è tutt'ora) un perfezionista, un pignolo, non lasciava nemmeno una virgola al caso e, grazie alla collaborazione con Antonio Dal Monte, nacquero le ruote lenticolari, che sostituirono quelle a raggi, agganciate al mozzo da una struttura solida, a forma di lente.
Poi il manubrio "a corna", il casco affusolato (adesso si direbbe da "cronoman", ma allora...), il body in microfibra super attillato, l'utilizzo del cardiofrequenzimetro, che mai nessuno aveva usato prima e di un computer Olivetti di primissima generazione, con il quale i suoi tecnici stilavano le tabelle d'allenamento ed conteggiavano le proiezioni sui tempi. E, aspetto non trascurabile, un'alimentazione completamente diversa rispetto a quella adottata dai ciclisti dell'epoca.
La preparazione in Italia venne svolta al "fu" palazzo dello sport di Milano, conosciuto come il "Palazzone", a fianco dello stadio di San Siro, che crollerà l'anno successivo sotto una clamorosa nevicata. Curiosità: Moser provava la bici girando lungo il perimetro dal campo da basket dove, in contemporanea, si allenava l'Olimpia Milano di Dan Peterson che ringraziò il ciclista trentino: da quando c'era anche lui all'interno della struttura l'amministrazione comunale aveva deciso di riscaldare l'impianto con ovvi benefici anche per Meneghin e compagni.
In Trentino, invece, sotto la guida del professor Francesco Conconi, Moser sudava sulle rampe che da Mezzolombardo portano a Fai della Paganella: su e giù spingendo al massimo, per tantissime volte al giorno.
La partenza per Città del Messico avvenne il 26 dicembre 1983 assieme ad uno staff di 40 (sì, avete letto bene) persone, tutte dedicate all'impresa. La partenza molto anticipata venne decisa per permettere a Moser di acclimatarsi alla perfezione ai 2.300 metri della capitale messicana e per testare il velodromo - realizzato per le Olimpiadi del 1968 - che, per l'occasione, era oggetto di lavori di rifacimento della fascia più interna, quella effettivamente percorsa.
Moser si ambienta alla perfezione e il 19 gennaio scende in pista sul velodromo per un test, utile per sgranchirsi le gambe, testare la pista e consentire ai giudici di verificare che il sistema di cronometraggio funzioni alla perfezione. Altrimenti il rischio è che il primato non venga omologato. L'idea è quella di fare 5, 10, 20 chilometri e "prendere" i tempi. Peccato, però, che al ventesimo chilometro il 32enne cembrano si ritrovi con un chilometro di vantaggio rispetto al parziale di Merckx e, allora, clamorosamente, decide di proseguire.
Il "muro" dei 50 chilometri viene abbattuto e Moser surclassa il primato del belga: 50,808 in 60 minuti, quasi un chilometro e mezzo in più rispetto al primato stabilito dal "Cannibale" 12 anni prima. In Italia è un giovedì qualunque: la notizia arriva e coglie di tutti di sorpresa, perché non era previsto che il record venisse attaccato quel giorno.
Ma non c'è problema, perché il 23 si torna in pista. Ma come? Merckx aveva detto "mai più record dell'ora" e Moser ci prova per la seconda volta in quattro giorni? Una follia. E, invece, non è così. Ma perché tornare in pista se l'obiettivo era già stato raggiunto.
Semplice, perché nella testa dello Sceriffo, a quel punto, c'era la voglia di fare ancora di più e, aspetto non trascurabile, il 20 gennaio è arrivato a Città del Messico un charter di tifosi trentini, tra i quali anche il futuro presidente della provincia di Trento Carlo Andreotti (con Moser che sarà assessore al turismo e sport per un paio d'anni), che era partito dall'Italia appositamente per sostenerlo nell'impresa. Come avrebbe potuto deludere i suoi fans?
Il 23 gennaio parte allora il nuovo assalto al record: nei primi chilometri la sua media è irreale (più di 54 all'ora), poi arriva la stanchezza, ma è sempre in vantaggio e, alla fine, ecco il nuovo primato, quel 51,151 diventato poi anche uno degli spumanti iconici della sua azienda agricola e del panorama italiano.
Il 1984 sarà un anno pazzesco per Moser, che successivamente vincerà la Milano - Sanremo e il Giro d'Italia, schiantando nella cronometro finale, da Soave a Verona, il francese Lauren Fignon. Il suo record dell'ora durerà per 9 anni, sino a quando, nel 1993, lo sconosciuto scozzese Graeme Obree, lo supererà, fissando il nuovo limite a 51,596.
Nel 2000 l'Uci decise di annullare tutti i record ottenuti grazie a biciclette speciali, quindi anche quelli stabiliti dallo Sceriffo, derubricandoli a "miglior prestazione umana sull'ora".
Poco male, perché quello stabilito a Città del Messico è, a tutt'oggi, per tutti quanti, il "vero" record dell'ora, quello che ha segnato l'inizio di una nuova era, quasi esistesse un "avanti Moser" e "dopo Moser" visto che, da allora, le ruote lenticolari, i caschi aerodinamici, i body specifici e il manubrio "a corna" sono utilizzati da tutti i cronoman su strada, anche se sono state vietati nelle competizioni su pista.
La frase più azzeccata per raccontare gli incredibili giorni di Città del Messico, i due record in quattro giorni, la rivoluzione portata nel ciclismo da Moser e quel 51,151 che tutti sanno non essere una semplice misura arriva da Pier Bergonzi, vicedirettore de La Gazzetta dello Sport e cantore delle più grandi imprese ciclistiche degli ultimi 40 anni.
"Il record dell'ora di Francesco Moser è un'opera d'arte. E le opere d'arte non scadono mai". Sipario.












