"Ho dovuto fare un controllo antidoping a casa, nella stanza accanto c'era mia madre, morta da poche ore. Siamo atleti, ma anche persone: servono umanità e rispetto"
La testimonianza di Valentina Cavallar, giovane ciclista professionista austriaca: "Dover affrontare un controllo antidoping in quelle circostanze mi è sembrato profondamente doloroso, del tutto fuori luogo e irrispettoso nei confronti della mia famiglia. È stato un momento che mi ha fatto riflettere su quanto facilmente si possa dimenticare che dietro ogni atleta c’è un essere umano con una vita, una famiglia ed emozioni che non scompaiono semplicemente quando iniziano le responsabilità dello sport professionistico"

TRENTO. "Di solito preferisco tenere la mia vita privata lontana dai riflettori, ma questa è una cosa che credo sia importante raccontare e condividere. La perdita di mia madre, avvenuta a settembre, ha cambiato per sempre il mio modo di vedere la vita".
Le parole di Valentina Cavallar, ciclista professionista ed ex canottiera austriaca classe 2001, sono quelle di non di un'atleta, ma di una persona di 25 anni che negli ultimi mesi si è trovata ad affrontare momenti di grande difficoltà e dolore che l'hanno convinta a concludere in anticipo la sua stagione sportiva dopo il Tour de France.
"Si può trascorrere gran parte della propria vita inseguendo obiettivi - spiega Cavallar in un emozionante post sui propri canali social -, spingendosi oltre i propri limiti, misurando il successo in termini di risultati, vittorie e traguardi raggiunti. Ma perdere una persona cara ti fa capire quanto poco di tutto ciò conti davvero, alla fine".
"La vita non riguarda quanto riesci a realizzare, quanto successo ottieni o quante persone conoscono il tuo nome. Riguarda le persone che ami, i momenti che condividi e i ricordi che crei. Ho sempre saputo quanto fosse importante per me la mia famiglia, ma non credo di averne mai compreso appieno il valore finché non ho dovuto affrontare la vita senza mia madre".
"Ciò che ha reso questa esperienza ancora più difficile è stato il fatto che, poche ore dopo la morte di mia madre, ho dovuto sottopormi a un controllo antidoping a casa, nella stanza accanto a quella in cui giaceva. Comprendo l’importanza di uno sport pulito e ho sempre rispettato la responsabilità che deriva dall’essere un’atleta professionista. Ma in quel momento, chiaramente, non stavo pensando al ciclismo, alla competizione o alle mie responsabilità di atleta. Ero una figlia che aveva appena perso la mamma".
"Dover affrontare un controllo antidoping in quelle circostanze mi è sembrato profondamente doloroso, del tutto fuori luogo e irrispettoso nei confronti della mia famiglia. È stato un momento che mi ha fatto riflettere su quanto facilmente si possa dimenticare che dietro ogni atleta c’è un essere umano con una vita, una famiglia ed emozioni che non scompaiono semplicemente quando iniziano le responsabilità dello sport professionistico".
"Credo nello sport pulito. Ma credo anche che l’umanità, la compassione e il rispetto non debbano mai essere dimenticati", conclude Cavallar.














