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Alpinismo | 27 giugno 2024 | 13:00

I ghiacciai arretrano e affiorano corpi di alpinisti morti: "Se continuiamo a lasciarli lì, le nostre montagne diventeranno un cimitero"

Con l'aumento delle temperature, la fusione dei ghiacciai e la diminuzione della copertura nevosa sulla montagna più alta del pianeta stanno facendo riemergere i corpi congelati degli alpinisti che hanno perso la vita tentandone la vetta. Una spedizione di arrampicatori e personale militare sta portando avanti il recupero delle salme e una vasta operazione di "clean-up"

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Anche (e soprattutto) i pendii della montagna più alta del mondo stanno subendo gli effetti del cambiamento climatico in atto: la copertura nevosa diminuisce, i ghiacci fondono e nel ritrarsi fanno emergere i corpi delle centinaia di alpinisti che, nei decenni, hanno perso la vita nel loro tentativo di raggiungere la vetta.

 

Il fenomeno, raccontato da India Times, è di tale entità che quest'anno un gruppo di arrampicatori e di personale militare stanno portando avanti una missione sull'Everest non per raggiungerne la cima, ma per recuperare alcuni dei corpi riemersi.

 

L'attività di recupero, che rientra in una campagna nazionale di "clean-up" dei giganti della terra, Everest, Lhotse e Nuptse, ha già permesso il rimpatrio di cinque cadaveri congelati, uno dei quali ridotto a sole ossa.

I membri del team di recupero hanno descritto la missione come "ardua, pericolosa ed emotivamente complessa". I soccorritori, infatti, hanno passato ore a rimuovere il ghiaccio con le piccozze, servendosi dell'aiuto di acqua bollente, per rimuovere i corpi dalla morsa del ghiaccio. 

 

I corpi, una volta recuperati, vengono trasportati a Kathmandu, dove vengono identificati e/o cremati.

 

Aditya Karki, alla guida del team, ha spiegato che: "A causa degli effetti del cambiamento climatico, i corpi e i rifiuti stanno diventando sempre più visibili, man mano che la copertura nevosa si riduce".

 

Più di 300 persone sono morte sull'Everest dagli anni '20 (quando sono iniziate le prime spedizioni) ad oggi: i loro corpi, spesso, sono rimasti sulla montagna, venendo coperti dalla neve delle valanghe o finendo all'interno di profondi crepacci, mentre altri sono diventati dei veri e propri punti di riferimento lungo il percorso, guadagnando dei soprannomi come "stivali verdi" o "la bella addormentata".

Il recupero dei corpi dalla famosa "death zone", dove l'aria sottile e i livelli di ossigeno molto bassi aumentano notevolmente il rischio del mal di montagna, è un compito controverso e pericoloso. Infatti, richiede delle risorse economiche sostanziose, dato che ogni corpo richiede il lavoro di fino a otto persone. Proprio per questo Karki ha voluto sottolineare l'importanza di portare avanti questa operazione: "Dobbiamo portarne indietro il più possibile, perchè se continuiamo a lasciarli lì, le nostre montagne diventeranno un cimitero".

 

In aggiunta alla missione di recupero dei cadaveri, la campagna di clean-up, con un budget di 600.000 dollari, ha impiegato 171 guide nepalesi e portatori per rimuovere ben 11 tonnellate di immondizia dalla montagna.  Come ormai tristemente noto, infatti, il percorso per la cima dell'Everest è sporcato dalla presenza di tende dai colori accesi, attrezzatura da arrampicata abbandonata, bombole di gas vuote ed escrementi umani. E così, se anche adesso le regole e la pressione a non lasciare rifiuti sono sempre più forti da parte del governo nepalese, i resti delle spedizioni del passato rimangono invece una sfida.

 

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