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Alpinismo | 26 marzo 2026 | 06:00

Come realizzammo la via ferrata? "I chiodi forgiati nelle officine locali e il cavo ci fu regalato: tutta la comunità contribuì". I cinquant'anni della 'Ottorino Marangoni'

"Dopo soli tre anni era sulla copertina del libro di Messner". Quella della Marangoni è una storia che ha coinvolto tutta la borgata. Giovedì 26 marzo si terrà una serata per festeggiare chi ha realizzato la ferrata, con l'intervento dello scrittore Marco Albino Ferrari. A questo appuntamento seguiranno due incontri, l'11 e il 12 aprile, in contrada Montalbano, proprio ai piedi della ferrata

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La ferrata Ottorino Marangoni, a Mori, risale agli anni Settanta. Venne inaugurata nel 1976 e fu da subito una via rivoluzionaria, tanto da finire - appena tre anni dopo - nella copertina del volume "Alpi Orientali, le vie ferrate", a firma di Reinhold Messner per la casa editrice Athesia.

 

Con il 2026 l’itinerario compie cinquant’anni, ragion per cui la Sat locale ha previsto un calendario di eventi dedicati: per commemorarne la costruzione e leggerne il futuro, in modo che possa essere valorizzata anche tra i più giovani l’indole pionieristica della Marangoni.

 

Giovedì 26 marzo si terrà infatti una serata per festeggiare chi ha realizzato la ferrata e per ricordare chi di loro ormai non c’è più, in presenza dei familiari. Quella della Marangoni - lasciano intendere i membri della Sat - è una storia che ha coinvolto tutta la borgata.

A questo primo appuntamento, che sarà presentato dallo scrittore Marco Albino Ferrari, seguiranno due incontri, l’11 e il 12 aprile, in contrada Montalbano, proprio ai piedi della ferrata. Oltre ai vertici della Sat, saranno presenti il presidente Fugatti, l’assessore Failoni e il presidente del Cai, Antonio Montani.

Il programma poi promette di infittirsi con due convegni autunnali: un primo incontro sul valore socio-economico del turismo delle "ferrate", e un secondo più "tecnico", per capire le logiche dietro la ristrutturazione e la messa in sicurezza dell’itinerario, che ha portato ad una diminuzione degli incidenti e delle richieste di soccorso. Lo scopo, precisa la Sat di Mori, è fare divulgazione su un tema spesso considerato da addetti ai lavori, ma che è invece di interesse chiunque frequenti la montagna.

 

Oggi allora cogliamo l’occasione per tracciarne un po’ la storia, interrogando i membri della Sat locale nonché storici abitanti della zona.

 

"È un'opera - racconta l’ex presidente della Sat locale Ester Pisetta - che è stata realizzata tutta a braccia, buona volontà e entusiasmo di chi c'era allora nella Sat, col supporto dei cittadini moriani. Allora non erano così di moda le ferrate e i sentieri attrezzati, in generale non era così di moda andare in montagna sempre e ovunque".

 

Fino al 1976, le vie ferrate – pur non rarissime nelle Dolomiti - erano di stampo classico: si salivano grandi pareti rocciose e cercandone le debolezze con l'obiettivo di raggiungere la cima di un monte. Spesso, questi percorsi erano nati per scopi bellici, e mantenuti come invito alla memoria.

 

Qui, invece, l’idea fu diversa: creare un percorso attrezzato con finalità sportive e alpinistiche, capace di far vivere la montagna anche a quote più basse e accessibile a un pubblico più ampio. L’iniziativa nacque da alcuni volontari e alpinisti della Sat di Mori, che individuarono sulla parete sopra il Santuario di Montalbano una linea naturale di camini e cenge adatta a essere attrezzata. La via risaliva infatti una bastionata rocciosa, senza condurre a nessuna vetta e seguendo più le asperità della parete che non la linea meno impegnativa, come si usava fare fino ad allora.

"Mio marito – continua Pisetta - arrampicava con Sergio Martini, aveva già fatto il corso di alpinismo: insomma, era quello che nella Sat allora era il più esperto, ed era amico di coloro che avevo realizzato quella di Riva, così pensò: potremmo inventare anche noi, a Mori. Gli altri sono stati subito d'accordissimo, naturalmente. Il gruppo direttivo della Sat ha voluto però darci un taglio più alpinistico, in modo che chi la provava si avvicinasse proprio anche all’arrampicata, no? Non più scale poggiate sulla roccia dunque, com’era a Riva e altrove, ma al massimo qualche fittone per poggiarvi i piedi laddove manca la roccia".

 

La costruzione fu rapidissima: i lavori iniziarono nell’ottobre 1975 e l’inaugurazione avvenne il 19 maggio 1976. "Si lavorava nei fine settimana e nei giorni festivi, spesso anche in condizioni difficili. Molti materiali vennero autoprodotti o donati dai paesani: i chiodi erano forgiati nelle officine locali, e il cavo fu fornito gratuitamente da un sostenitore. Tutta la comunità contribuì, anche con piccoli gesti".

 

Ebbe fin da subito un grande successo, senz’altro anche grazie alla sua accessibilità: si può percorrere tutto l’anno e si raggiunge facilmente, il che la rese subito molto frequentata. Già tre anni dopo, Reinhold Messner la inserì nella copertina di uno dei suoi libri, con una foto dello "Spigolo del Dubbio", dove comparivano due soci della Sat. Pur non essendo favorevole alle ferrate, Messner riconobbe l’entusiasmo della comunità e il valore di questa realizzazione in ottica "avvicinamento" all’arrampicata.

 

Erano gli anni in cui a fianco dell'alpinismo prendeva piede l'arrampicata sportiva e, a suo modo, la Ferrata di Mori rispecchia quel cambiamento in atto, modificando pionieristicamente la prospettiva con cui veniva costruita una via ferrata. Da allora, gli itinerari che seguivano questo nuovo stile si moltiplicarono nella Vallagarina e valli vicine.

Negli anni la ferrata ha attirato persone da tutto il mondo: i libri firme raccolgono migliaia di presenze, con visitatori da tutta Europa e anche da altri continenti. I commenti sono per lo più entusiasti, anche se non mancano opinioni critiche.

 

Dal 2011 la ferrata ha chiuso per permettere i lavori di ristrutturazione - la sostituzione del cavo d’acciaio e di alcune staffe - in modo da conformarla agli standard di sicurezza odierni. Secondo alcuni, questo ha snaturato il carattere e le peculiarità del tracciato; che pure non smette di ricevere visitatori. La fotocellula installata di recente – sostiene il presidente della Sat di Mori, Mattia Bertolini – conta dalle 30 alle 40mila presenze all’anno.

 

Uno degli aspetti distintivi è proprio la possibilità di percorrerla tutto l’anno, spiega Bertolini. "Negli ultimi anni, durante il periodo natalizio, il tracciato viene illuminato con luci alimentate da pannelli fotovoltaici: di notte la ferrata appare come una costellazione sulla parete, diventando un’attrazione molto suggestiva e richiamando anche escursioni serali".

Si tratta comunque di una via impegnativa: circa 300-350 metri di sviluppo e 250 metri di dislivello, sempre esposti su una parete esposta a sud, dunque nei mesi estivi è sconsigliata nelle ore centrali per il caldo. Gli interventi del soccorso alpino nella Marangoni sono relativamente pochi e, dopo il rifacimento tra il 2011 e il 2014 (con adeguamento alle normative di sicurezza), sono diminuiti ulteriormente. La maggior parte riguarda casi di affaticamento, data la difficoltà del percorso.

 

In un territorio come Mori, sebbene possa vantare la relativa vicinanza al Lago di Garda, la Ottorino Marangoni ha saputo costruire intorno a sé un’economia turistica, affermandosi come attrattiva per il pubblico nostrano e internazionale. Oggi, l’area è stata valorizzata ulteriormente con la creazione del Parco Boulder di Montalbano, sviluppato anche con il contributo della guida alpina Loris Manzana. Sono anche presenti settori di arrampicata sportiva molto frequentati da appassionati, provenienti anche dall’estero, e documentati anche su guide specializzate.

 

Ciò che più conta oggi, però, sono le memorie che in cinquant’anni di storia sono rimaste lì appese a quei cavi, che lasciano traccia della storia di una comunità sulle sue stesse pareti calcaree.

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