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Alpinismo | 24 ottobre 2026 | 18:00

L'alpinista che sperava di incontrare la pioggia: Julius Kugy massima espressione delle Alpi come terra di contaminazione sovrannazionale

Julius Kugy rappresenta la concreta realizzazione fatta a persona delle Alpi, non come barriera divisiva, ma come terra di incontro, di passaggio e di contaminazione sovranazionale. Nasce a Gorizia (allora territorio dell'impero Austroungarico) nel 1858, sua madre, Giulia Vessel, era triestina di lingua slovena, suo padre, Pavel, era carinziano, ma si era trasferito a Trieste

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"A chi mi chiede quale sia stata la mia più lunga escursione in montagna devo rispondere: La Barre des Ecrins da Sud a Nord. Quale la più pericolosa ed arrischiata? Dopo le due traversate del Monte Rosa, dalla punta Doufour e della Nordend da Maccugnaga a Zermatt indubbiamente il Mont Dolent dal Glacier de la Neuvaz. Non mi consta che quei fianchi battuti dalle valanghe siano stati mai più scalati. […] E la più bella? Probabilmente la mia terza scalata al Monte Bianco dal Col du Midi, se non invece la scalata invernale del Montasio, circonfusa d'indescrivibile gioia". (Da La mia vita nel lavoro, per la musica, sui monti di Julius Kugy)

 

In questa rapida successione di domane e risposte Julius Kugy ripercorre le sue più significative ascese, è impossibile enumerarle tutte sia per l'elevato numero, sia per mancanza di tutti i dati necessari, ma infondo inquadrare la figura di Kugy a partire da dati numerici non è poi così interessante.

 

Julius Kugy rappresenta la concreta realizzazione fatta a persona delle Alpi, non come barriera divisiva, ma come terra di incontro, di passaggio e di contaminazione sovranazionale. Kugy è un alpinista, ma è soprattutto uno scrittore e già le parole sopra riportate ce ne danno un assaggio. Nasce a Gorizia (allora territorio dell'impero Austroungarico) nel 1858, sua madre, Giulia Vessel, era triestina di lingua slovena, suo padre, Pavel, era carinziano, ma si era trasferito a Trieste.

 

Kugy frequenta il ginnasio a Trieste e prosegue gli studi universitari a Vienna, tutti i suoi libri li ha scritti in tedesco, ma la sua passione e amore per le Alpi Giulie, il Carso e le Dolomiti, lo portano ad avere forti influenze Italiane, infatti parlava correntemente entrambe le lingue. Cresce e studia in quel particolarissimo contesto che è Trieste a cavallo dei due secoli, una città mitteleuropea crocevia di diverse nazionalità e culture: Joyce, Edoardo Weiss, Freud, Hector Schmitz (italo Svevo), Saba hanno tutti attraversato e vissuto le strade di Trieste, proprio in quell'arco di tempo, contaminando i loro saperi.

 

Da botanico, qual era, si avvicina alla montagna proprio per questo spiccato amore per la flora: "Ho cominciato ad amare la flora carsica per le sue rarità. Dal Carso si vedono le Giulie e le Dolomiti", la rarità della vegetazione carsica, ma pure la particolarità della botanica del Triglav lo portarono ad esplorarne le pendici per poi puntare alla verticalità, salì sul Triglav a diciassette anni e l'anno dopo sul Mangart. Il suo gusto per la ricerca e l'esplorazione non si ferma alle Alpi Orientali, ma si spinge rapidamente pure a quelle Occidentali, dove fa un incontro molto importante, la guida Joseph Croux, che divenne per lui un amico importante. In quattordici anni fece con lui più di cento ascensioni.

 

Kugy, da vero uomo borghese dell'Ottocento, praticava alpinismo solo con guida o in caso sempre accompagnato da figure esperte. Borghese era in parte anche il suo modo di andare in montagna: provava per le terre alte un forte interesse intellettuale e allo stesso tempo, non nascondeva il fastidio per le scomodità che l'andare in montagna procurava e le carenze rispetto al vivere in città. Odiava svegliarsi all'alba la mattina per iniziare un'ascensione.

 

"Visto da lì Col du Mont Dolent fa un'impressione paurosa. […] Quella è la via. Da quel canalone è sceso Whymper. La traversata del ghiacciaio è lunga. Stabilemmo di alzarci alle due. Ogni alpinista che abbia un po' di sentimento mi capirà, se confesso apertamente che non mi è mai piaciuto alzarmi presto. Dirò, anzi, tutta la verità: mi è odioso. Tutte le volte che si stabiliva un'ora molto mattutina, mi mettevo a dormir col segreto desiderio che il giorno dopo piovesse. Così feci anche quella sera. Dal mio sonno inquieto mi riscossi poco prima dell'ora fissata e, tenendo l'orecchio nella notte, udii una cosa che mi pareva un canto angelico: uno scroscio. Era uno scrosciare di acqua considerevole. Non c'era dubbio: pioveva! […]

Sento dei passi pesanti e cupi che si avvicinano lentamente. Salgono verso la scala e si fermano davanti alla mia porta. Ah, deve essere Croux! Verrà a dirmi che piove. E io gli dirò che mi dispiace molto. Sento bussare: […]

 

- Grazie, caro Croux; che tempo fa? – domando con malizia –

- Temps magnifique, moniseur. Tout clair, tout ètoilè, levez-vouz.

Resto interdetto. - Ma Croux - osservo con un fil di voce - mi par che piova, sento l'acqua che scroscia!

- C'est la fontaine, monsieur, levez-vous! – risponde con voce aspra. "

 

Con dispiacere di Kugy era solamente la fontana quel gioioso scrosciare, niente pioggia, inizia così di primo mattino la loro ascesa al Col du Mont Dolent: "Passo passo si sale. Sempre più affonda il magnifico torrente d'argento nel ghiacciaio d'Argentière. È sorto il sole e intesse attorno a ogni vetta e a ogni cresta nevosa la raggiera della sua grazia. Roseo risplende il cielo. Dalla Verte all'Argentière e allo Chardonnet si estende l'incomparabile semicerchio delle montagne vestite delle corazze sfavillanti. Dalla loro possente falange emergono i pinnacoli neri e le torri delle creste come file di lance sopra scudi di neve corruschi. Questa si è una gioia. Dalla notte ci siamo sollevati a fatica e montiamo con giubilo verso la luce".

 

Raggiungono la cima attorno a mezzogiorno dopo una salita intensa e faticosa: "Era una di quelle arrampicate, nelle quali si perde la misura del tempo impiegato e, per la grandiosità dell'impresa e la responsabilità di ogni movimento, si dimenticano i particolari che diventano secondari", ma è la vista che si gode dalla cima che accende la meraviglia dell'autore, gli ritorna in mente un'illustrazione di un'affascinate salita di Whymper, essere sulle sue tracce lo entusiasma: "Nel libro di Whymper c'è un'illustrazione che rappresenta in modo impressionante la cornice sporgente verso sud. Avevo sempre creduto fosse un'illustrazione fantastica; mi era parso impossibile che di lì si potesse salire o scendere. Credetti di sognare quando quella visione che mi era familiare fin dall'infanzia apparve improvvisamente davanti a me in tutto l'orrore selvaggio di una realtà a mala pena concepibile e nelle dimensioni enormi che può permettersi soltanto la Catena del Monte Bianco".

 

La giornata si conclude con una discesa potenzialmente pericolosa, ma tutto procede per il meglio. Il racconto di questa giornata è un piccolo assaggio, del suo aver vissuto e amato il territorio montano oltre la concezione rigida di confine e di divisione. La sua è una scrittura che mescola e combina diversi saperi e diverse lingue, ed è in grado di condensare la ricchezza dei territori da lui esplorati, ibridandone le caratteristiche di ognuno e restituendoci un mosaico particolareggiato.

 

 

I testi sono stati tratti da: Dalla vita di un alpinista di Julius Kugy

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