L'idrogeno verde può essere un sostegno per le economie alpine? Come si produce e in quali settori applicarlo

L’idrogeno verde, ossia prodotto da energia rinnovabile, potrebbe essere un volano per le economie alpine e la decarbonizzazione delle aree interne, anche in contesti di alta montagna e di settori difficilmente elettrificabili. Un progetto transfrontaliero vuole aprire la strada alla realizzazione di una Hydrogen Valley alpina

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
L’idrogeno verde, ossia prodotto da energia rinnovabile, potrebbe essere un volano per le economie alpine e la decarbonizzazione delle aree interne, anche in contesti di alta montagna e di settori difficilmente elettrificabili.
Il progetto AMETHYST (A multipurpose and tran sectorial hydrogen support for decarbonized alpine territories) finanziato dai progetti Interreg, vuole aprire la strada alla realizzazione di una Hydrogen Valley alpina transnazionale per ampliare il settore dell’innovazione e ridurre le emissioni climalteranti. L’idrogeno (H2), è uno degli elementi chiave nella transizione energetica: è facilmente prodotto da fonti rinnovabili e può essere utilizzato per molti scopi, dalla mobilità all’ industria, fino al settore turistico. La produzione dell’idrogeno, che spesso ha un’efficienza complessiva inferiore al 30%, necessita una pianificazione politica ponderata per poter garantire l’uso dell’idrogeno solo nei settori dove l’elettrificazione è difficile evitando inutili sprechi energetici, finanziari e di tempo.
Gli ambienti alpini, che hanno minore disponibilità di spazio, minore irradiazione solare rispetto alle pianure e un clima rigido con geografie complesse, sono l’ambito ideale per capire come decarbonizzare le economie montante e applicare questa tecnologia a supporto delle fonti rinnovabili già disponibili in loco.
Come si produce l’idrogeno, dall'idrogeno "grigio" a quello "verde"
Attualmente la produzione di idrogeno a livello globale si attesta attorno alle 230 Mt (mega tonnellate), di cui il 95% è prodotto tramite Steam Methane Reforming (SMR), un processo che utilizza il metano sia come materia prima che come fonte energetica. In questo caso si parla di “idrogeno grigio”. Questo processo di produzione, che non si slega dai combustibili fossili, causa l’emissione di circa 920 Mt di CO2 (tra i 7,5 e i 12 kg di CO2 per kg di idrogeno prodotto). Non proprio una soluzione green come spesso si tende a pensare (o come viene venduta per la decarbonizzazione di treni e autobus).
Il restante 5% della produzione di idrogeno avviene da rinnovabili, il cosiddetto l’“idrogeno verde” che utilizza l’elettrolisi dell’acqua, alimentata da fonti rinnovabili, per produrre H2. Gli elettrolizzatori sono anch’essi energivori, si stima una richiesta di energia tra i 50 e 65 kWh per kg di idrogeno prodotto, ma le emissioni di gas climalteranti sono nulle. Le alte temperature raggiunte (600-900°C) permettono di scindere le molecole dell’acqua (H2O) per produrre idrogeno (H2) tramite una membrana ceramica a ossido solido. Per rendere competiti gli investimenti sull’idrogeno verde è necessario introdurre incentivi specifici e limitare le soluzioni ai settori dove l’abbattimento delle emissioni è ancora difficile (ipotizzando un costo dell’energia elettrica di circa 0,15 €/kWh, per produrre 1kg di idrogeno si spendono circa 8€).
Per produrre idrogeno verde in ambito alpino le soluzioni sono diverse: l’energia fotovoltaica in ambito montano è svantaggiata dalla bassa insolazione e dagli ombreggiamenti naturali ma alcune tecnologie, come le celle bifacciali, possono aumentarne la resa. L’energia eolica, sebbene ancora non molto diffusa e generalmente osteggiata in ambito montano, potrebbe rivelarsi una soluzione complementare all’energia fotovoltaica mentre l’energia da biomassa legnosa è “assolutamente sconsigliata” per via delle basse rese.
In che settori utilizzare l’idrogeno
L’idrogeno verde, prodotto in ambito alpino, potrebbe risultare cruciale per i settori in cui l’elettrificazione diretta non è ancora possibile, che sono detti in termini tecnici “hard-to-habate” (difficili da abbattere). Tra questi settori ci sono le industrie che richiedono calore ad alta temperatura, il trasporto pesante su terreni accidentati e scoscesi (tra cui anche i battipista che devono lavorare a temperature rigide) o per gli accumuli di energia in aree remote, come i rifugi alpini. Lo stoccaggio di energia sottoforma di idrogeno non è ancora considerato vantaggioso economicamente mentre è addirittura sconsigliato l’uso domestico dell’idrogeno per via della bassa competitività economica.
Nel 2020 in Alta Badia fu introdotto il primo gatto delle nevi ad idrogeno, con un’autonomia di 4 ore, la cui fonte energetica non era stata esplicitata, mentre a febbraio 2025 la rete FerrovieNord ha presentato il progetto “H2iseO”, una flotta di treni ad idrogeno che con la tecnologia attuale hanno reso questo settore, generalmente a basse emissioni, una vera “bomba di carbonio”.

Investire sulla filiera di produzione dell’idrogeno verde può portare benefici sia ambientali (viste le alte emissioni di produzione nel caso di utilizzo di combustibili fossili come input energetico) che economiche mentre investire già sugli utilizzatori finali può portare ad aumentare le emissioni in settori dove queste sono già limitate, alimentando così un problema che le soluzioni stesse vorrebbero risolvere. Come sempre, la pianificazione politica ed economica di una nuova tecnologia a basso impatto deve essere fatta su scelte e dati disponibili.












