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Attualità

"In montagna so chi sono, perché ci sono le mie radici": storia di Martina, artigiana e creativa

Martina Dondeynaz ha 25 anni ed è una giovanissima e intraprendente artigiana della Valle d'Aosta: con Armaù, il suo marchio di gioielli in bronzo ispirati alla montagna, racconta e interpreta le terre alte, unendo manualità, creatività, coraggio di fare impresa. E costruisce, giorno dopo giorno, nuove possibilità di restare laddove sente ancorate le sue radici

Di Erica Balduzzi | 20 gennaio | 18:00
Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Non ho mai voluto scappare dalla montagna. Le mie radici sono qua, e anche se mi piace molto andare e scoprire nuovi posti, non ho dubbi: quando torno in valle, torno a casa". Martina Dondeynaz ha 25 anni e in ogni parola emana l'energia contagiosa e luminosa di una persona che è consapevole del proprio posto nel mondo e della propria strada. Il posto è Brusson, in Valle d'Aosta, e la strada è quella dell'artigianato: Martina è una giovane orafa, e con la sua creatività e la sua fantasia crea gioielli in bronzo con la tecnica della cera aperta, ispirati al luogo che più la rappresenta... la montagna.

 

Fare artigianato, raccontare la montagna

 

L'avvicinamento di Martina alla dimensione artigiana, e in particolare al mestiere orafo, è stato casuale e ha trovato terreno fertile in una predisposizione innata che, da sempre, Martina si portava dentro e che si manifestava nella costante ricerca del fare, dell'esplorare, del misurarsi con un ambiente naturale che le apparteneva e che le dava significato, senso e radici. «In famiglia siamo tutti molto portati per le attività manuali» spiega infatti con un sorriso «Mia mamma è sarta, mio papà lavora il legno... Insomma, da noi la vena artigiana è di casa. Però la strada dell'oreficeria l'ho scoperta un po' per caso, quando è stato il momento di decidere cosa fare dopo le scuole superiori». È stata in quell'occasione, al termine dell'istituto agrario, che le è stato consigliato di valutare la possibilità di provare a cimentarsi con un mestiere o un'attività manuale: ma quale? «Avevo già provato nel doposcuola un laboratorio di bigiotteria, e mi era piaciuto» continua la ragazza. «Così, quando ho trovato l'opuscolo di un'accademia orafa a Roma, ho deciso di buttarmi e di provare. Mi sono iscritta dapprima a un corso di oreficeria base, e poi a uno più specifico di oreficeria con la tecnica della cera aperta. È stato lì che è emerso forte il tema della montagna, che faceva da naturale filo conduttore dei miei lavori e dei miei progetti: mi veniva naturale creare qualcosa che parlasse di ciò che sentivo come casa».

Una volta finita l'accademia, Martina non ha avuto dubbi: è tornata in Valle d'Aosta, nel suo paese natio di Brusson, e ha avviato la sua attività come giovanissima imprenditrice artigiana, con partita Iva e un marchio che desse voce e struttura al suo desiderio: creare gioielli a tema montagna; ciondoli, bracciali e orecchini che parlassero delle terre alte a 360°, e quindi delle tradizioni, del simbolismo, della montagna dell'alpinismo e di quella delle leggende, quella della quotidianità e quella delle vette.

 

 

Un armaù per celebrare un legame con il territorio

 

Quando ha aperto ufficialmente Armaù - Gioielli di Montagna, il suo marchio artigiano, Martina aveva le idee chiare: «Nel patois di Brusson, armaù significa ranuncolo. È un fiorellino piccolo, pratense, ed è il mio preferito perché è un fiore umile, semplice, senza pretese, che rappresenta bene l'idea di montagna che volevo raccontare. Ho scelto un nome in patois perché ci tenevo che ci fosse un filo conduttore tra i miei gioielli e il mio territorio».

Anche la scelta di produrre esclusivamente gioielli in bronzo – anziché in metalli preziosi come oro o argento – è legata al desiderio di Martina di creare un percorso artigiano che parlasse della montagna non soltanto nella scelta dei soggetti, ma anche nella struttura stessa dei suoi prodotti. Il bronzo, spiega, è infatti un materiale facile da gestire e poco costoso: un aspetto da non sottovalutare, soprattutto quando si è agli inizi. «Lavorare con metalli preziosi è anche molto più complicato sotto il profilo burocratico» ammette Martina. «Ma c'è dell'altro, il bronzo è un materiale molto resistente, rustico se vogliamo, che ben si adatta all'idea di gioielli che avevo in mente: gioielli da vivere, da usare anche per chi ha una vita all'aria aperta. Mi piace l'idea di creare gioielli di montagna non soltanto nell'aspetto, ma anche nella versatilità: il bronzo non si scalfisce, quindi si può indossare anche quando si va ad arrampicare, a fare trekking, e via dicendo. Insomma, gioielli a tema montanaro, fatti e pensati per i montanari».

 

 

Due lavori per restare in montagna

 

Martina fa parte di quei giovani che, in barba alle difficoltà logistiche che spesso affliggono le terre alte, scelgono di restare e fare impresa sul proprio territorio. «Non ho alcun motivo per andarmene via, qui ci sto bene. Qui so chi sono, perché ci sono le mie radici» sorride. «Anche se non sempre è facile. Come abitante della montagna che ha vissuto per diversi anni in città, riconosco i limiti soprattutto infrastrutturali di questi territori: ad esempio, per fare qualsiasi cosa devi spostarti molto e i mezzi pubblici al di fuori del capoluogo di regione sono scarsi, quando non assenti. Questo è un aspetto problematico per chi sceglie di restare in valle».

All'oreficeria, Martina nei mesi estivi affianca però anche un'altra attività, sempre legata alla montagna. Già da diversi anni, infatti, nei mesi estivi lavora come assistente rifugista presso il Rifugio Vittorio Emanuele II in Valsavarenche, attività cominciata durante l'università per pagarsi gli studi e che lei ha scelto di proseguire. «Se faccio troppo la stessa cosa mi annoio - ride - in rifugio vivo la montagna in modo diverso, anche se la vita qui è molto diversa da come la si immagina da fuori: si pensa al silenzio, alla pace, eccetera, mentre in realtà si lavora, e tanto, ogni giorno. Per fortuna, il Vittorio Emanuele II un rifugio ancora piuttosto classico ed è frequentato soprattutto da fruitori della montagna che conoscono le dinamiche dell'alta quota: ciononostante, spesso ci si trova comunque a confrontarsi con tante persone che non capiscono che quassù, a più di 2.700 metri di quota, le cose non funzionano come a valle. Che qui, ad esempio, ogni cosa va portata in spalle o con l'elicottero. Penso - conclude - che la montagna sia un ambiente che vada spiegato da un lato, e compreso dall'altro. Non necessariamente amato, ma compreso sì».

 

 

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