"Il problema è che la legge ha confuso beni collettivi e beni pubblici": una forma di proprietà comunitaria poco conosciuta ma che interessa un territorio vastissimo

L’Amministrazione separata beni di uso civico (Asuc) è prima di tutto un modello di gestione del territorio fondato sulla comunità, spesso efficace ma trascurato, e, a discapito dell’ignoranza a riguardo, interessa un’area decisamente considerevole del territorio trentino e non solo. A parlarcene è Robert Brugger, presidente dell’Associazione Provinciale delle Asuc Trentine

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Più volte, tra le pagine de L’AltraMontagna, si è fatto riferimento a realtà diverse di gestione collettiva del territorio: organi poco conosciuti, dal respiro fortemente locale, spesso dimenticati dal dibattito pubblico; i quali, tuttavia, svolgono un ruolo centrale nella vita delle comunità che ne fanno parte e nella gestione del territorio. In Italia, inoltre, sono assai numerose e diffuse lungo tutta la penisola.
In particolare, avevamo in passato sollevato il discorso di questi “domini collettivi” in relazione ad una gestione forestale sostenibile e partecipata, esigenza resa più che mai visibile - nel Nord-Est - dopo la tempesta Vaia e l’epidemia di bostrico.
Sebbene questo sia senz’altro un aspetto significativo del silenzioso operare di queste realtà, non è l’unico. Nonostante esse siano giuridicamente proprietarie di una certa porzione di territorio, infatti, molto spesso non vengono minimamente considerate (né dalla politica né dai media) per questioni che competono loro direttamente; siano - ad esempio - predazioni per opera dei grandi carnivori, siano eventi culturali, siano questioni di fruizione delle strade forestali.
Di questi domini collettivi, le “amministrazioni separate beni di uso civico” (Asuc) sono una delle forme possibili, quella più diffusa. Oggi, a raccontarci la costituzione di questi organismi, è intervenuto il presidente dell’Associazione Provinciale delle Asuc Trentine, Robert Brugger.
Le Asuc sono un tassello fondamentale tra le terre alte della penisola, specie in Trentino e Alto-Adige; sia per quanto riguarda la gestione territoriale, sia dal punto di vista sociale e comunitario. Di seguito l’intervista.

Nello specifico, quando parliamo di dominio collettivo, a cosa facciamo riferimento?
Per inquadrare questa definizione vanno considerati tre aspetti: la terminologia, la storia e l’inquadramento giuridico. Il dominio collettivo, come definizione terminologica, è dato da due elementi: una collettività residente in un territorio e una proprietà collettiva (o demanio collettivo). Quando questi due elementi sono combinati, abbiamo un dominio collettivo, che ne è la formula giuridica. I domini collettivi hanno caratteristiche diverse tra loro, che dipendono molto dalla loro storia. Ci sono proprietà collettive “piene”, dove la comunità è titolare della proprietà delle terre, e altre (specie nel Sud Italia) dove si esercitano i cosiddetti “usi civici”, ovvero comunità che non hanno la proprietà delle terre ma esercitano alcuni diritti su terre di altri. Un’altra differenza riguarda la trasmissione del diritto. Vi sono proprietà collettive “chiuse”, come la Regola Feudale di Predazzo, dove i diritti spettano per discendenza, ben definita in base al cognome; mentre in tutte le altre realtà, Asuc comprese, si è comproprietari per residenza.

A cosa si riferisce l’acronimo Asuc?
Sì tratta di un acronimo recente rispetto alla storia delle proprietà collettive. L’acronimo Asuc è stato imposto nel 1927, dopo un lungo tentativo di liquidare queste proprietà collettive. Si è imposto questo acronimo che permetteva alle comunità di gestire in proprietà collettiva quello che era rimasto, creando tutta una serie di problematiche che ancora hanno degli strascichi. L’acronimo “Amministrazione Separata Beni di Uso Civico” è stato imposto con la legge del 1927, la legge 1766, che durante il periodo fascista tendeva a voler liquidare, quindi eliminare completamente, queste forme di proprietà collettiva a favore di una gestione più industriale e agricola.
E oggi di cosa si tratta? Cos’è un’Amministrazione separata beni di uso civico?
Oggi vi sono comunità che hanno un comitato di gestione attivo, chiamato comitato Asuc. Questa è solo una delle possibili forme di amministrazione dei beni collettivi, non l’unica. In Trentino abbiamo diversi esempi di proprietà collettive gestite anche in forme diverse dai comitati Asuc.
Si parla spesso di questi perché, rispetto alle altre forme, sono i più numerosi: in Trentino sono 119 i comitati Asuc. E siamo anche l’unica realtà nazionale che ha un’associazione con più di 30 anni di storia. Anche in Alto Adige ce ne sono molti: 114 attivi. Quindi non è una peculiarità solo trentina, ma in Trentino-Alto Adige gli Asuc sono la forma di amministrazione più diffusa dei beni collettivi.

E fuori dal Trentino-Alto Adige?
Fuori dal Trentino-Alto Adige, nel Veneto abbiamo le Regole come forma maggioritaria, ma anche Asuc. Molto importanti sono le proprietà collettive in Umbria, dove ci sono soprattutto le Università Agrarie, ma anche le Asuc. Le forme di proprietà collettiva a livello nazionale sono tante. Fortunatamente, la legge 168 del 2017 è stata capace di mettere ordine e ci ha catalogati tutti come “domini collettivi”. Quindi, se vogliamo usare un termine che comprenda tutte le diverse forme, parliamo di domini collettivi: in Trentino la Magnifica Comunità di Fiemme, le consortele, la Regola Feudale di Predazzo, le vicinie, la comunità delle Regole… tutte ricadono sotto il termine di domini collettivi.
Che tipo di territorio gestiscono le amministrazioni Asuc in Trentino?
Gestiscono soprattutto boschi e pascoli, quindi territori di montagna e alta montagna. In Trentino la superficie boschiva pianificata è di circa 350.000 ettari: di questi, 98.000 (27-28%) sono gestiti da proprietà collettive; se parliamo solo di Asuc, arriviamo circa al 16%. Sono esclusi quasi sempre i fondovalle, destinati per lo più all’agricoltura privata dopo la legge del 1927.
Come viene eletto il comitato di un’Asuc?
Viene eletto dai “vicini”, cioè dai residenti di quella frazione. Normalmente l’elezione avviene ogni 5 anni, il comitato può essere formato da 3 o 5 persone. È una forma di democrazia molto diretta: non funziona necessariamente per liste politiche, chiunque può candidarsi. Il comitato funziona tutto per volontariato, salvo qualche caso con patrimoni rilevanti dove il presidente riceve un compenso simbolico. Chi viene eletto deve rappresentare tutta la comunità e le diverse linee di pensiero che la compongono, senza distinzioni politiche, di genere o di religione.

Quali responsabilità ha il comitato?
Ad essere rimasti bene collettivo è soprattutto il patrimonio forestale e boschivo, dunque il comitato gestisce soprattutto sentieri, pascoli e malghe. Parliamo di montagna e alta montagna, come dicevo il fondovalle è escluso. Si occupa di manutenzione di strade forestali, sentieri, piste da sci, malghe, pascoli.
Come si finanziano le Asuc?
Da un’analisi del 2021 abbiamo visto che ci sono due tipologie di comitati Asuc: quelli “boschivi” (legate in misura prevalente al legname) e quelle “a concessioni”. Su 119 Asuc, sessantasei hanno un bilancio che dipende per oltre il 50% dalla vendita del legname, il resto è condizionato dalle concessioni. Per quanto riguarda i ricavi, il principio è che non si possono distribuire dividendi: tutti i proventi devono essere reinvestiti nel territorio. Essendo le proprietà indivisibili, non cedibili e dovendo essere trasmesse tra generazioni in maniera uguale o migliore a come le si ha ricevute, la stragrande maggioranza dei fondi è dedicata alla gestione forestale sostenibile.
E il diritto di legnatico?
A questo proposito tende ad esserci una falsa interpretazione storica. Spesso si crede che le amministrazioni Asuc siano adibite esclusivamente a garantire il diritto al legnatico. In realtà non possiamo neanche parlare di un vero e proprio diritto, ma semmai di un’antica consuetudine. Queste comunità hanno sviluppato consuetudini come legnatico, pascolo, uso delle malghe per garantire a tutti la sopravvivenza in montagna. Cito uno studio di Mauro Nequirito, uno dei maggiori storici che si sono occupati della zona, che intitola una sua opera: “Non abbiasi a vedere alcuno ridotto in estrema miseria e povertà”: lo spirito comunitario voleva che nessuno dovesse soffrire per le difficoltà della vita in quota. Ancora oggi si esercita: io stesso raccolgo la legna per l’inverno. È un vantaggio ma anche una responsabilità, perché contribuisco a tenere pulito il bosco, per interesse mio e della comunità.
Qual è il ruolo dell’Associazione delle Asuc Trentine? Quali sono i limiti principali di quest’organo?
L’associazione nasce per garantire la difesa e tutela delle istanze che le varie comunità affrontano vivendo questo territorio. Oggi il problema più grande è che la legge ha confuso beni collettivi e beni pubblici: i comitati Asuc devono comportarsi come comuni, soggetti agli stessi adempimenti burocratici ma senza avere una struttura altrettanto solida, né tantomeno pari risorse. Questo non ha senso; perché il comune ha tutta una serie di impegni, legati a servizi ed altro, mentre i comitati Asuc gestiscono un patrimonio di natura agrosilvopastorale, con scopi e difficoltà completamente differenti. È un ostacolo enorme all’efficienza e la capacità di intervento delle Asuc.
Tutto si regge sul volontariato e sulla resilienza dei comitati. Intanto le comunità garantiscono gratuitamente servizi ecosistemici e non solo (protezione dei versanti, stoccaggio CO2, sistemazione dei sentieri, eventi culturali, ecc.), senza riconoscimento né capacità economica.













