La forte climber iraniana Elnaz Rekabi sulla guerra: "Sono ferite inflitte a una generazione le cui vite sono state manipolate da uomini arroganti e assetati di potere"

"Qual è la colpa del popolo mediorientale, se il suo destino è così strettamente legato alla guerra? Qual è la colpa del popolo iraniano, con una ricca cultura e una storia antica, i cui cittadini vengono uccisi per le loro richieste in questo capitolo della storia?" La prima donna iraniana a vincere una medaglia ai Campionati mondiali di arrampicata ha deciso di condividere lo stato di apprensione e di rabbia che affligge il popolo iraniano, a prova del fatto che la visibilità offerta dallo sport a volte può essere utilizzata non solo per obiettivi economici, ma anche al fine di sensibilizzare la società

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nel contesto di protesta che, a metà settembre 2022, ha preso forma a seguito della morte di Mahsa Amini (la 22enne deceduta dopo essere stata arrestata dalla polizia morale per non aver indossato il velo in modo corretto), si inserisce Elnaz Rekabi, la prima donna iraniana a vincere una medaglia ai Campionati mondiali di arrampicata.
In segno di solidarietà ai manifestanti, pur consapevole di infrangere la legge della Repubblica islamica dell’Iran, il 17 ottobre 2022 ha deciso di gareggiare senza hijab ai campionati asiatici della Federazione internazionale di arrampicata sportiva a Seul: al posto del velo una fascia nera, dietro alla quale si è raccolta i capelli in una lunga coda.
Con quel gesto, all'apparenza così semplice, Rekabi ha scardinato i paradigmi culturali su cui poggia il governo del suo pese, dimostrando al mondo che la resistenza civile è forse l'arma più efficace contro chi reprime con la violenza.
Le ritorsioni contro di lei e la sua famiglia, come era facile immaginare, non si sono fatte attendere.
Ieri, la climber iraniana ha scritto un lungo post su Instagram per condividere lo stato di apprensione e di rabbia che affligge il popolo iraniano, a prova del fatto che la visibilità offerta dallo sport a volte può essere utilizzata non solo per obiettivi economici, ma anche al fine di sensibilizzare la società.
Di seguito il testo del post:
"No alla guerra.
Vivo in un mondo diviso. Da un lato, le persone sono libere di sognare, di pensare oltre i confini umani, di costruire una cultura viva, radicata nella pace, nella libertà e nel rispetto delle differenze. E dall'altro lato, è dove risiedono il mio cuore, la mia anima e le mie radici: nel cuore della guerra. Un luogo dove non c'è più spazio per i sogni, né traccia di libertà.
Siamo una generazione che ha trascorso la vita anelando alle esperienze umane più elementari. E ora, ci si aspetta che continuiamo a sopravvivere? A sopportare e a rimanere in silenzio?
Qual è la colpa del popolo mediorientale, se il suo destino è così strettamente legato alla guerra? Qual è la colpa del popolo iraniano, con una ricca cultura e una storia antica, i cui cittadini vengono uccisi per le loro richieste in questo capitolo della storia?
No alla guerra.
No alla violenza.
No all'oppressione geografica.
Sì, abbiamo bisogno di un cambiamento, ma non a costo di sangue, non attraverso la distruzione di una sola vita umana.
Tutto questo danno - alle menti, ai corpi, agli spiriti, alle città, alle fondamenta di una nazione - è irreversibile.
Queste sono le ferite inflitte a una generazione le cui vite sono state manipolate dagli uomini arroganti e assetati di potere di quest'epoca.
Spero che questa lunga storia finisca presto e che il popolo iraniano - ora più indifeso che mai, ma più unito che mai - possa finalmente assaporare la libertà, la pace e una vita dignitosa, dopo tanto tempo".
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