Nelle montagne del Veneto il centro destra ha stravinto (Foza e Livinallongo sfiorano il 90%). Perché?

Spostandosi dai centri storici ai territori provinciali nella loro interezza e, in modo particolare, alle comunità montane, il peso della bilancia è andato tutto nettamente a favore di Alberto Stefani. Una dinamica che, sommata a quella sul calo dell'affluenza degli elettori, si presta ad alcuni interessanti spunti di riflessione

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
I risultati delle elezioni regionali in Veneto parlano chiaro: la coalizione di centro destra ha vinto in pianura e ha stravinto nei territori montani. Non è riuscita a spuntarla, invece, in tutte le città: Venezia e Padova hanno ad esempio premiato il candidato della coalizione di centro sinistra Giovanni Manildo (seppur con uno scarto contenuto) e negli altri poli urbani il divario non ha assunto i contorni della sproporzione.
Ma spostandosi dai centri storici ai territori provinciali nella loro interezza e, in modo particolare, alle comunità montane, lo sbilanciamento va appunto tutto a favore di Alberto Stefani, con percentuali che in alcuni comuni (come, ad esempio, a Foza sull’Altopiano dei Sette Comuni, e a Livinallongo nell'alto bellunese) si avvicinano al 90%. Dati che, sommati a quello sul calo dell'affluenza degli elettori, si prestano ad alcuni interessanti spunti di riflessione.

Innanzitutto, in questa occasione risulta difficile affermare che la coalizione di centro sinistra abbia trascurato le terre alte. Anzi: a supporto di queste era stato annunciato che, in caso di vittoria, l’assessorato per le aree montane, interne e periferiche sarebbe stato affidato a Mauro Varotto, uno dei massimi esperti italiani delle dinamiche che interessano i rilievi e, soprattutto, chi li abita. Per le comunità montane avrebbe effettivamente rappresentato un importante cambio di passo; un’opportunità che, tuttavia, non sembra essere stata colta, forse anche perché non raccontata a dovere.
Una divulgazione sicuramente più capillare hanno avuto gli slogan utilizzati dalla coalizione di centro destra. "Se sei montanaro vota Calligaro", recitava un volantino di Fratelli d’Italia, mettendo in evidenza una strategia diametralmente opposta, che all’esperienza antepone il senso di appartenenza. Si è cavalcata (a quanto pare in modo vincente) la logica della tifoseria: se sei di Vicenza tifi il Lanerossi, se sei di Verona l’Hellas e se sei montanaro voti Calligaro. Tuttavia, le arene politiche, riflesso della pluralità, dovrebbero avere un carattere diverso dagli stadi, dove si affrontano schieramenti ben distinti: non per questo, le tifoserie spesso occupano settori contrapposti.

Il senso di appartenenza, però, quando si trasforma in un legame di cura del territorio e in una profonda attenzione per la comunità, riflette una propensione sociale positiva. Per riuscire a intercettarla servono tuttavia politici abili a parlare del territorio stesso con cognizione: quando le forze progressiste sono riuscite a schierarli, i risultati sono stati evidenti (si pensi ad esempio ad Alessandro Del Bianco, del Partito Democratico, che in questa tornata elettorale ha raccolto oltre 4.800 mila preferenze, meritandosi così uno dei due seggi del consiglio regionale assegnati alla provincia di Belluno). Ma i risultati delle recenti elezioni rivelano che, da questo punto di vista, la sinistra ha ancora molto da lavorare.
Più che i programmi, sembra essere la narrazione il vero ago della bilancia; sono le parole a convincere, a incidere sugli equilibri, a coinvolgere gli elettori. Se la destra in montagna ha stravinto – ottenendo un'importante riconferma nonostante anni di politiche che hanno in parte trascurato le necessità delle popolazioni montane (che, difatti, non di rado lamentano l’assenza di servizi) – probabilmente è anche perché si sa raccontare meglio. E lo fa utilizzando parole accattivanti, che non è detto coincidano sempre con iniziative efficaci e aderenti alle reali esigenze del territorio.












