Contenuto sponsorizzato
Attualità | 17 febbraio 2026 | 12:00

"Non pensavamo che avremmo versato lacrime sui telecomandi dei droni per 10 giorni guardando le immagini durante il volo". Una squadra di professionisti niscemesi al servizio della comunità

Ingegnere e ricercatore in Valutazione dei rischi territoriali, Gianfranco Di Pietro, dopo la frana del 25 gennaio si è subito mobilitato per prestare le proprie competenze al Centro Operativo Comunale della città colpita. È nata una piccola squadra locale di "volontari dei droni", le cui immagini hanno fatto il giro del mondo e dato vita ad un archivio essenziale per le stime future sull'entità del crollo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

"‘Gianfranco, per favore puoi venire? non riusciamo a capire quanto è vasto’.

Non pensavamo di certo al fatto che avremmo versato lacrime sui telecomandi dei nostri droni ogni giorno per 10 giorni guardando le immagini durante il volo.

Non pensavamo al fatto che appena decollati dal bordo, lunedì all’alba, avremmo visto il baratro da 50 metri (la sera prima era alto 5) e terrorizzati, abbiamo dato i primi allarmi.

Non pensavamo al fatto che grazie alle prime immagini da noi diffuse i media hanno subito focalizzato l’attenzione sul disastro geologico in corso".

 

Sono le parole che Gianfranco Di Pietro ha affidato alla sua pagina Facebook, in memoria di quei primi drammatici momenti. Gianfranco è un ingegnere niscemese e dottorando all'Università di Catania in Valutazione dei rischi territoriali. Dopo la frana del 25 gennaio, si è subito mobilitato per prestare le proprie competenze al Centro Operativo Comunale della città colpita.

 

"Le nostre vite ci sembrano sempre molto piene. Ma in momenti come questi ci rendiamo conto che non lo erano affatto rispetto ad ora. Credo che questo tipo di ‘volontariato tecnico’ sarà sempre più importante in futuro per affrontare i disastri naturali".

Più che ‘volontari’ (termine che in Italia è spesso associato a chi è inquadrato in un'organizzazione), ci spiega Gianfranco, il termine corretto è ‘tecnici a disposizione del Centro Operativo Comunale’. "Siamo professionisti - architetti, ingegneri, geologi, agronomi - che operano sul territorio come liberi professionisti e che, dalla domenica della frana, si sono messi a disposizione della Protezione Civile".

 

Essendo quasi tutti niscemesi, i tecnici volontari come Gianfranco si sono sentiti toccati nel profondo. Molte delle case ora a rischio sono edifici di cui si sono occupati come professionisti negli anni per manutenzioni e cure. "Mio nonno era muratore nei palazzi storici, mio padre è architetto: conosciamo profondamente la vulnerabilità di questi immobili. Spinti da questo istinto, siamo andati subito in Comune per aiutare i colleghi tecnici che, nelle prime ore di panico, dovevano decidere in fretta quali ricognizioni fare e quali soluzioni adottare".

 

In quei giorni è nata una piccola squadra locale di "volontari dei droni", della quale Gianfranco è membro dalla prima ora. Sin da quella domenica (25 gennaio) è emersa la necessità di avere una prospettiva a volo d’uccello della situazione: "L'evento era talmente vasto che i sopralluoghi in macchina erano dispendiosi e insufficienti".

Ecco allora che il giovane ingegnere ha subito messo a disposizione i mezzi e le competenze che utilizza nella libera professione per i rilievi fotogrammetrici. "Le prime immagini di domenica e lunedì scorso, che hanno fatto il giro del mondo - ci racconta - sono nate proprio così. In quei primi dieci giorni infernali i dati satellitari erano scarsi a causa del maltempo, e la Protezione Civile non poteva far volare i propri droni senza finestre di bel tempo di almeno 2-3 ore. Le nostre fotoricognizioni, seppur brevi, sono state preziosissime per le prime stime sulla velocità del movimento franoso".

 

Quindi i dati vengono utilizzati per questo? "All'inizio sì. Adesso abbiamo costruito un deposito di dati per la Protezione Civile e per i comitati tecnico-scientifici. Questi dati serviranno per ricostruzioni 3D dei primi istanti del fronte di frana. L’Ordine degli Ingegneri di Caltanissetta, ad esempio, li ha usati per stime speditive sull’arretramento del ciglio, validando le decisioni sull'incolumità delle persone".

 

I dati raccolti nelle prime ore sono i più preziosi per la geodinamica: stimare velocità e direzioni dei movimenti iniziali serve a validare gli studi che si stanno facendo ora. Facendo il ricercatore, Gianfranco sa bene che importanza abbiano queste informazioni. Per questo si è speso fin da subito per catalogarle e organizzarle.

"Io sono di Niscemi. Personalmente non ho avuto danni perché abito in un altro quartiere, ma molti amici stretti hanno perso la casa; è crollata quasi sotto i loro piedi. È un lutto cittadino che viene vissuto interiormente, non c’è tempo ora per il dolore. Quando ci incontriamo per strada ci guardiamo in faccia con le lacrime agli occhi, perché stiamo vivendo una trasformazione profonda del territorio".

 

La dimensione della frana, ad oggi, è complessa: ci sono movimenti geologici profondi, erosioni e infiltrazioni. I tecnici niscemesi sembrano però fiduciosi: hanno visto scendere in campo i massimi esperti nazionali e internazionali. Stamattina l’Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) stava piazzando sistemi gps di monitoraggio; c'è il Genio Militare per la viabilità e i massimi esponenti dell'accademia. Speriamo si comprendano presto le cause per ragionare sulle soluzioni".

 

C'è già una linea per il futuro? Si parla di ricostruzione o delocalizzazione? "È ancora prematuro. Urbanisticamente parlando, le "new town" o le delocalizzazioni raramente funzionano. Una parte della città ha comunque conservato una sua stabilità. Storicamente, dagli anni '60 in poi, l'espansione di Niscemi è sempre stata indirizzata verso est e sud-est, proprio perché si sapeva che questa zona di ciglio era difficile. Prima di parlare di delocalizzazione dobbiamo capire se si può intervenire tecnicamente".

Tra i tecnicismi e le conoscenze scientifiche, il timore di perdere ogni punto di riferimento rompe talvolta la voce di Gianfranco. Toccando il centro storico, vengono colpiti i luoghi del passeggio e della vita sociale. C'era una zona chiamata "Belvedere", da dove si vedeva il tramonto sulla piana fino al mare. "Molti matrimoni sono stati celebrati lì", racconta. "Probabilmente non potremo più fruirne. Il vero lutto è questo: quando ti muore una città sotto i piedi è un po’ come perdere l’orientamento".

Contenuto sponsorizzato