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Cultura | 05 febbraio 2025 | 20:00

Alla disperata ricerca di montagna nei testi di Sanremo 2025: un'analisi tragicomica delle canzoni in gara

Capire quanta (poca) montagna, o anche solo quanta natura è possibile incontrare nei testi della kermesse musicale più seguita d’Italia, può aiutarci a comprendere se e come alcuni dei temi che trattiamo si stanno radicando nell'immaginario collettivo. Una prima, parziale risposta? Poco, pochissimo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Prima di iniziare ci teniamo a rassicurarvi: non preoccupatevi, non siamo nuovamente impazziti. Sappiamo bene che tanti di voi lettori non apprezzeranno del tutto un contenuto come questo, lo abbiamo già capito da alcuni commenti ricevuti lo scorso anno, in occasione della nostra prima analisi tragicomica dei testi di Sanremo alla disperata ricerca di montagna.

 

Ma abbiamo scelto di ripercorrere questa assurda avventura al limite della follia per due motivi principali. Il primo è che ci divertiamo un sacco, e già questo basterebbe per giustificare l’operazione: concederci un po’ di leggerezza ogni tanto ci aiuta ad affrontare le altre, decisamente più importanti, sfide informative quotidiane. Il secondo è che, volente o nolente, “Sanremo è Sanremo”: un fatto culturale, popolare, che rappresenta uno specchio della contemporaneità. Senza contare che anche l'Accademia della Crusca ha passato in rassegna i testi delle canzoni in gara per valutare le scelte linguistiche, come riportato da Ansa

 

Capire quanta (poca) montagna, o anche solo quanta natura sia possibile incontrare nei testi della kermesse musicale più seguita d’Italia, può aiutarci a comprendere se e come alcuni dei temi che trattiamo si stanno radicando nell'immaginario collettivo. 

 

Una prima, parziale risposta? Beh, poco, pochissimo, almeno stando ai testi sanremesi di quest’anno! Di montagna, praticamente, nemmeno l’ombra, mentre mare (citato ben 12 volte!) e città la fanno indubbiamente da padroni. Ma a voler ben vedere, un po’ di montagna c’è sempre, basta cercarla.

 

Speravamo con tutto il cuore di trovarla nel ritorno di Marcella Bella, che a 53 anni da “Montagne verdi” - un brano d’amore che nasceva, in fondo, da un addio di una ragazza alle sue montagne - ricalcherà nuovamente il Palco dell’Ariston. Quale cocente delusione! Il suo brano parla di diamanti e mine vaganti… nessuna traccia delle corse di una bambina nei pascoli alpini (oggi avvolti probabilmente dai rovi).

 

 

Il primo brano sanremese che ci sentiamo di citare è allora quello di Willie Peyote, che non parla affatto di montagna, ma in compenso sembra descrivere proprio noi che analizziamo i testi in cerca di riferimenti alle terre alte:

 

Ma che storia triste

Avevo aspettative basse

So già come finisce

Visto da dove si parte

 

Sì, lo sapevamo fin dall’inizio come si sarebbe conclusa questa ricerca osservando bene da dove si parte, cioè dai temi normalmente trattati nella musica italiana contemporanea. Sono lontani i tempi di Pierangelo Bertoli, che con i Tazenda a Sanremo 1991 cantava di quella luna che spunta dal monte, tra volti di pietra e strade di fango…

 

 

Ma torniamo a noi, alla nostra seconda grande speranza dopo la delusione di Marcella Bella: Brunori Sas. Dario Brunori, grande cantautore calabrese, aveva da tempo annunciato il titolo della sua prima canzone sanremese: “L’albero delle noci”. Avevamo esultato, immaginando antiche storie di paesi d’Appennino, o magari un accenno al nostro amato nocino. Niente di tutto questo, purtroppo. Si tratta di una bella canzone sull’essere genitori, con due strofe però che facciamo nostre (anche perché quel noce, probabilmente, vegeta a San Fili, un paese montano della provincia di Cosenza dove Brunori vive). Una strofa è decisamente forestale (per la gioia del nostro Luigi Torreggiani) e una nivologica (per quella del nostro Giovanni Baccolo):

 

Sono cresciute veloci

le foglie sull’albero delle noci

 

Sono cresciuto in una terra crudele

dove la neve si mescola al miele

 

Ma restando in tema forestale, nei testi di Sanremo 2025 abbiamo scovato una vera chicca botanica: in ben due canzoni, sembra quasi incredibile a dirsi, è citata l’edera, pianta rampicante sempreverde tipica di molti boschi delle nostre colline e montagne che da sempre genera un odio ingiustificato, come ha raccontato in questo recente articolo la nostra ForestPaola. 

 

 

Ma l’entusiasmo iniziale per l’insolita doppia citazione dell'edera si è presto smorzato analizzando per bene la prima delle due canzoni: "Fango in Paradiso", di Francesca Michielin. Già, perché la cantante parla di un’edera, è vero, ma… di plastica e piantata in balcone. I boschi popolati dalla pianta rampicante ingiustamente odiata da tutti sono ancora una volta lontanissimi dall'immaginario del brano musicale (e su questo ci starebbe proprio bene una riflessione antropologica del nostro Pietro Lacasella).

 

Non mi aspetto niente di sensato

Da chi l’edera la compra già finta

e poi in estate la tiene su un balcone in un vaso

 

A tirarci un po’ su di morale ci ha pensato però Gaia, con “Chiamo io chiami tu”. La cantante si riferisce per fortuna all’edera vera, quella fatta di cellulosa e lignina! Evviva! Grande rivincita per l’ingiustamente vessata Hedera helix:

 

Come i rami contorti dell’edera

Ci aggrappiamo a una scusa ridicola

 

A confermare una certa importante presenza del mondo vegetale nei testi di Sanremo 2025 abbiamo trovato anche la canzone della bravissima Giorgia, intitolata “La cura per me”. No, non si tratta di un testo dedicato alla “terapia forestale”, ma di una canzone d’amore che parla di salire sugli alberi per osservare il cielo (e qui la nostra Sofia Farina potrebbe deliziarci con qualche suggerimento su come individuare l’arrivo del maltempo nonostante la copertura delle fronde):

 

No che non ho voglia

Non ho voglia di rincorrerti

Seguire la tua ombra e salire fino sugli alberi

Guardando il cielo sapendo che lo stai guardando

Ora anche tu

 

Ma se Giorgia ci invita a salire sugli alberi… a Sanremo ci sarà anche chi ci farà addirittura cadere giù dalle piante: Lucio Corsi, con la sua “Volevo essere un duro”. E noi vorremmo proprio vederla, sui social network de L’AltraMontagna curati dalla nostra Valentina Ciprian, un’immagine di Giorgia che si arrampica su un albero mentre Lucio Corsi crolla da un ramo:

 

Vivere la vita

È un gioco da ragazzi

Me lo diceva mamma ed io

Cadevo giù dagli alberi

 

Ma ora basta vegetali! 

 

Saliamo su verso l’alta montagna con un nuovo riferimento, dopo quello di Brunori Sas, alla neve. Lo fa Irama nella sua “Lentamente”, brano in cui si tratta anche di crudeltà. E qui potrebbe essere Michele Argenta a raccontarci quanto crudele sia l’idea di continuare a finanziare impianti e piste dove la fredda neve, a causa della crisi climatica, è destinata a diventare un lontano ricordo:

 

Non ti ricordi che

Sei stata tu crudele, crudele, crudele

Fredda come la neve, la neve, la neve

 

Ma le alte vette, con le loro pareti scoscese, sono anche teatro di un altro elemento tipico della montagna: l’eco. Che bella quella scena in cui Heidi e Peter urlano verso le pareti per giocare con l’eco, ve la ricordate? Quella Heidi che, a 50 anni dall’uscita del cartone animato, “se potesse esistere oggi nel mondo alpino, sicuramente non abiterebbe più lì”, come ha scritto il nostro Mauro Varotto in un bellissimo articolo. Eco è il titolo della canzone sanremese di Joan Thiele:

 

E ti giuro se il tempo è una linea che cambia

Sarò la tua eco e poi mai la distanza che corre tra il mondo e le cose

 

 

E a proposito di cose… tra i testi di Sanremo abbiamo trovato un brano che non parla direttamente di montagna, ma che forse è quello più legato al senso profondo dell’andar per monti camminando, pedalando o arrampicando. “Il ritmo delle cose” di Rkomi ha una strofa che parla di stanchezza (quindi in un certo senso anche di fatica) e libertà. Una strofa che meriterebbe una riflessione del nostro Marco Albino Ferrari:

 

Forse solo la stanchezza

Ti porta dentro quella stanza

Che hanno chiamato libertà

 

Siamo arrivati alla fine e… sì, avete perfettamente ragione, ci siamo terribilmente arrampicati sugli specchi anche quest’anno. La montagna a Sanremo non c’è! Punto e basta. Facciamocene una ragione e, se proprio vogliamo, riflettiamo sui perché. 

 

O forse in realtà c’è eccome, ma va cercata proprio dove nessuno pensa mai di trovarla, come nel brano “La mia parola” di Shablo feat Guè, Joshua e Tormento, che meriterebbe un editoriale del Direttore Luca Pianesi

 

È una street song

Per dare quello che ho

Brucerò fino alla fine

Chiuso tra cemento e smog

 

 

Nelle strade di città, tra il cemento e lo smog, dove sbocciano la netta maggioranza dei testi che abbiamo analizzato, c’è qualcosa che, rimanendo nella metafora musicale, stona. Ed è forse proprio da queste stonature che oggi molto spesso nasce e cresce, con i suoi pro e i suoi contro, la “voglia di montagna” che accomuna tanti italiani: è importante tenerlo sempre presente. 

 

Non ci resta che augurarvi buon Sanremo!

 

PS - Ascoltando le canzoni nei giorni del Festival ricordatevi che Sanremo è una località marittima, ma in una regione, la Liguria, tra le più montuose d'Italia (69% del territorio). E che non troppo distante dalla città dei fiori si trova la Bocchetta di Altare, nota anche come Colle di Cadibona, il valico che, convenzionalmente, rappresenta il punto di congiunzione tra Alpi e Appennini.

 

La montagna, in Italia, c’è sempre… basta cercarla.

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