"Un'astronave a 1.500 metri di quota: dalla clinica per i tumori, al campo di golf; dagli impianti di risalita all'eliporto". La migrazione verticale è anche una questione di classe, lo racconta Andrea Membretti nel suo nuovo libro

"Non è un trattato di sociologia né un testo teorico, ma un viaggio attraverso diverse categorie di persone che si sono fatte montanari. Un racconto, basato su dati scientifici e una lunga esperienza diretta sul campo, che intende parlare a chiunque si interessi di montagna, specialisti e non". Il 14 novembre esce nelle librerie "Diventare montanari. Viaggio tra i nuovi abitanti delle terre alte", il terzo volume della collana L’Altramontagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Non è un trattato di sociologia né un testo teorico, ma un viaggio per incontrare diverse categorie di persone che si sono fatte montanari. L'utilizzo di dati sociali (frutto di ricerche che ho condotto personalmente in questi anni) serve per offrire una narrazione, uno spaccato, inevitabilmente legato al mio punto di vista, dei territori in cui sono andato e delle storie che ho raccolto. Il libro vuole essere il più possibile divulgativo, nel senso migliore del termine, ed è rivolto chiunque si interessi di montagna e dei fenomeni sociali, culturali e demografici che stanno avvenendo”.
Uscirà a breve nelle librerie il nuovo libro a firma di Andrea Membretti, Diventare montanari. Viaggio tra i nuovi abitanti delle terre alte. È l’esito di anni di studio e osservazione compiute in prima persona dall’autore, tra lussuosi resort turistici, scuole per aspiranti montanari, centri di accoglienza migranti e molto altro. Sarà possibile trovare il libro nelle librerie a partire dal 14 novembre, ma è già disponibile in pre-ordine a questo link.

Pubblicato dalla casa editrice People, il volume è anche il terzo della collana firmata L’Altramontagna e impegnata nella divulgazione delle terre alte con sguardi e prospettive ancora inediti.
Andrea Membretti, membro attivo del comitato scientifico de L’Altramontagna, insegna Sociologia del Territorio all’Università di Pavia e all’Università di Milano-Bicocca. Negli ultimi anni si è occupato di mobilità interna e internazionale da e verso la montagna, in relazione ai fenomeni del cambiamento climatico e della crisi dei modelli urbani tradizionali. È tra i fondatori dell’associazione Riabitare l’Italia ed è attualmente coordinatore del progetto Vivere e Lavorare in Montagna - Scuola di Montagna con l’Università di Torino.
In occasione dell’uscita del libro, abbiamo chiesto all’autore le riflessioni che hanno mosso il suo sguardo di ricercatore e qualche aneddoto da questi anni di lavoro sul campo.

Montanari si nasce o si diventa? Si può parlare di una classificazione “per censo” delle migrazioni verticali?
Chiaramente il focus del libro è su quelli che diventano montanari: sicuramente lo si può diventare, talvolta si è addirittura costretti a diventarlo. Mi piace citare lo storico Luigi Zanzi, che diceva che nessun popolo è nato montanaro, in montagna tutti ci sono arrivati. Dalla pianura o altrove, nei secoli e nei millenni passati, come ci insegna la vicenda della lunga colonizzazione alpina. Quindi direi che montanari soprattutto si diventa, perlomeno nel tempo: poi ovviamente per una quota di persone ci si nasce, ma soltanto perché lo si è diventati nelle generazioni precedenti. Il libro affronta il tema con un riferimento alle classi sociali: investigando i nuovi abitanti individuo quindi una upper class di super ricchi, una middle class, il ceto medio, e una under class, che è quella essenzialmente dei migranti internazionali. Il mio interesse in questa narrazione non è solo e tanto sulle motivazioni individuali (già si è parlato molto di chi sceglie di andare a vivere in montagna come scelta personale, nei vari testi sui “montanari per scelta”). A me, da sociologo, interessa piuttosto la dimensione collettiva, dentro cui si sviluppano le traiettorie dei singoli. Volevo capire e raccontare quanto questo fenomeno migratorio verticale sia legato all'appartenenza sociale, ovvero di classe, delle persone. Ciascuna classe sociale, infatti, si muove verso la montagna per motivi particolari e con modalità e risorse differenti.
Quali ragioni inducono alla migrazione una classe piuttosto che l’altra?
Le classi alte, le persone più benestanti, in montagna trovano una forma di esclusività diversa rispetto a quella permessa dalla pianura e delle grandi metropoli. Assistiamo ad una particolare forma di “secessione dei ricchi", che scelgono di non vivere più nei grandi agglomerati urbani la gran parte del loro tempo, ma vi fanno ritorno solo periodicamente, come centri di interesse e di affari, spostando la loro residenza “in alto”. La classe media urbana ha invece spinte differenti: cerca di scappare dagli effetti dei cambiamenti climatici (ondate di calore, inquinamento atmosferico eccetera), da una dimensione di vita in cui non si ritrova, ma si muove anche per questioni economiche: per avere una casa autonoma e più confortevole a un prezzo minore rispetto a quello delle metropoli, o per motivi lavorativi, per trovare un lavoro più stimolante, magari auto imprenditoriale o da remoto. E poi ci sono quelli più poveri, la “sotto classe”. Nel libro parlo dei migranti internazionali - i “montanari per necessità” - ossia quelli che spesso finiscono in montagna perché è l’unica possibilità che hanno di lavorare (per esempio nell'agricoltura, nel turismo, nei servizi, in tutti i settori in cui manca la manodopera locale), e anche dei “montanari per forza, i rifugiati, che sono stati messi in montagna nei centri di accoglienza temporanea senza possibilità di scelta.

Ci racconti di Crans-Montana?
Crans-Montana è un'astronave a 1.500 metri di quota su di un altopiano affacciato sulla valle del Rodano, nel Vallese. È un comune svizzero di poco più di 10mila abitanti, che si trova in una bellissima posizione, assolata e con servizi di tutti i tipi: dalla clinica per i tumori, al campo di golf; dagli impianti di risalita fino ai 3.500 metri del ghiacciaio, all'eliporto se ti vuoi muovere con l'elicottero. Tutta una serie di opportunità che possono soddisfare i bisogni di mobilità, di salute, di svago e lavoro di persone molto benestanti. È un modo di vivere la montagna, lontanissimo da altri che ho analizzato anche in questo libro, però nel contempo interessante, che vale la pena di essere raccontato. Sono persone che, come anche altre categorie sociali, temono ad esempio gli effetti del cambiamento climatico e quindi vogliono spostarsi a vivere più in alto, e possono farlo perché lavorano da remoto o perché fanno i pendolari un giorno o due alla settimana su Londra, Parigi o Milano. Ci sono anche elementi in comune con altre classi sociali - quali appunto il desiderio di lasciare le metropoli - ma nel contempo la loro appare come una dinamica di “autosegregazione”, di arroccamento.
Credi che gli abitanti della lussuosa località svizzera siano consapevoli del loro status?
Crans-Montana è un luogo dalle grandi contraddizioni, non solo sociali ma anche ambientali. Un luogo dove, nonostante l’esposizione in pieno sole, lo sviluppo degli impianti fotovoltaici è ancora ridotto al minimo, con una dipendenza in gran parte da fonti di energia non rinnovabile. È un luogo dove ci sono degli sprechi notevoli, per esempio d'acqua (si irrigano degli enormi campi da golf, insieme a vasti parchi e giardini), si utilizza una quantità enorme di energia e di risorse idriche per il funzionamento degli impianti di risalita e per l’innevamento artificiale. L'impatto ambientale è notevole eppure spesso chi abita lì è convinto di vivere nella natura, in un luogo incontaminato, in maniera sostenibile e green. Quindi è un luogo affascinante proprio nella sua contraddittorietà, a partire dalla dimensione sociale e, appunto, di classe che lo caratterizza; perché ci dice che la montagna può anche essere lo spazio dove i ceti molto benestanti si arroccano, in una “seconda città” ad alta quota, pur vivendo sempre in connessione con il resto del mondo laggiù in basso. Ma ovviamente escludendo di fatto tutti quelli che non possono permettersi quegli immobili e quello stile di vita.

Tu ti sei occupato molto di migranti internazionali. Ti viene in mente qualche caso emblematico che racconti nel libro?
Tutto è partito dall’incontro che ho avuto con un ragazzo dei Balcani in Appennino abruzzese, ormai molti anni fa. Lui, da solo, doveva curare duemila pecore, sperduto sui monti della Laga. Un caso evidente di sfruttamento della manodopera migrante, perché il costo è vicino allo zero e ci si può permettere, come in quel caso, di lasciare una persona da sola in mezzo alle montagne senza neanche il telefono, andando a vedere una volta alla settimana se è ancora vivo e a portargli qualcosa da mangiare. Nel libro, racconto queste storie biografiche in relazione ai dati anche quantitativi sul fenomeno della presenza straniera nelle nostre montagne: non solo quella dei lavoratori stagionali ma anche il fenomeno dei centri di accoglienza dei migranti, sia nelle Alpi che negli Appennini; per esempio il caso di Pettinengo, nel biellese, e del lavoro di accoglienza svolto da un intero paese di media montagna. Realtà che mirano ad inserire i migranti in percorsi di formazione, lavori socialmente utili: pulizia dei sentieri, taglio del bosco, tessitura, produzione del miele. Questi “montanari per forza” (perché di fatto sono stati portati a essere montanari da un insieme di fattori che non dipendono dalla loro volontà) danno un loro contributo e in qualche modo animano la montagna, certo non senza criticità, a partire dall’isolamento che spesso caratterizza la loro vita nei piccoli paesi in quota, senza mezzi di trasporto privati, ad esempio. E poi gli immigrati stranieri sono anche quelli che consentono la vita dei super ricchi proprio in località come Crans-Montana, che si basano proprio sulla manodopera internazionale (compresa quella italiana, ma soprattutto dal sud-est asiatico, dall’Africa o dall’Ucraina), che è indispensabile per tenere in piedi questi resort.
Come cambiano gli equilibri di classe nelle terre alte rispetto alla città?
Le disuguaglianze sociali ed economiche - in crescita esponenziale a livello globale come italiano - si ripresentano in montagna in modo simile a quanto accade nelle grandi metropoli, ma nel contesto montano sono state sinora meno studiate e raccontate, in qualche misura oscurate da narrazioni a tratti idilliche e romantiche sui neo montanari. Ci sono alcuni film importanti che hanno narrato questi nuovi scenari di “divaricazione sociale” (penso ad esempio a Sister, di Ursula Meier, uscito già nel 2012), o articoli accademici (come quelli del geografo svizzero Manfred Perlik sulla “gentrificazione alpina”), ma questo tema non ha ancora raggiunto l’interesse di pubblico che merita. La mia disciplina, la sociologia, da decenni si concentra essenzialmente sulle grandi città e ha “lasciato” l’analisi della montagna ad altri saperi, come quello antropologico. A mio avviso, invece, c'è lo spazio ed è il momento per uno sguardo (anche) sociologico sulle aree montane; che si giova sicuramente anche dell'etnografia, dell'antropologia: io non sono per i confini rigidi tra le discipline. Purtroppo la sociologia non è ancora riuscita a trovare la via per una comunicazione diffusa su questi temi, che sia interessante anche per i non esperti, in forma narrativa. Il libro cerca di andare in questa direzione: racconta le storie di questi nuovi montanari anche da una prospettiva autobiografica, la mia; quella di un ricercatore che ha intrapreso un viaggio di conoscenza e studio che è anche umano ed esperienziale, in questi mondi così distanti tra loro. Così la mia storia e il mio vissuto finiscono con l’intrecciarsi ai dati e alle informazioni che ho raccolto nel tempo, contribuendo, io credo, a metterli in una luce diversa, meno asettica e sicuramente più accessibile.













