"Nei borghi, tolto l'overtourism, restano alcolismo, maschilismo, razzismo". La visione di Christian Raimo conferma una pericolosa tendenza: trasformare esperienze personali in una condizione unica e innegoziabile

"Mi fermavo in questi luoghi semidisabitati, bellissimi, quasi senza presenze umane tranne i bar pieni di maschi vecchi, italiani bianchi, che bevevano male già alle 8 di mattina, l'unica donna era sempre e solo la barista, 20 o 30 anni, alla quale i maschi vecchi facevano battute di m...a, gli s'appiccicavano letteralmente addosso, etc...". L'affermazione dello scrittore ha provocato un acceso dibattito: fino a che punto una breve esperienza personale può riassumere dinamiche sociali complesse come quelle che caratterizzano le aree interne?

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nell'attuale società si insinua con crescente disinvoltura la tendenza a trasformare esperienze o percezioni personali in una condizione unica e innegoziabile.
È quanto ha fatto lo scrittore Christian Raimo, scrivendo sui social:
"Ho letto dell'osceno dibattito sul woke mentre ero in giro tra boschi e paesini italiani a camminare. Mi fermavo in questi luoghi semidisabitati, bellissimi, quasi senza presenze umane tranne i bar pieni di maschi vecchi, italiani bianchi, che bevevano male già alle 8 di mattina, l'unica donna era sempre e solo la barista, 20 o 30 anni, alla quale i maschi vecchi facevano battute di merda, gli s'appiccicavano letteralmente addosso, etc...
Quando non c'è l'overturismo questo resta di quello che chiamiamo l'Italia, i borghi, gli antichi mestieri: resta l'alcolismo, il maschilismo, il razzismo".
Lo stereotipo prende slancio nella società quando, una situazione – magari diffusa – viene raccontata come l'unica situazione; quando le diverse fibre che compongono un contesto vengono accorpate in un'unica trama narrativa; quando schegge più o meno grandi di realtà vengono trasformate in una verità assoluta.
Raimo ha quindi descritto una situazione inesistente? Assolutamente no (a meno che non si sia inventato tutto di sana pianta, ma non crediamo sia questo il caso). Ha tuttavia raccontato la sua personale esperienza come fosse una dinamica omogeneamente applicabile a tutte le realtà paesane distribuite lungo la Penisola. Una generalizzazione che sembra avere un solo fine: avallare la propria visione politica, senza al contempo individuare una prospettiva di futuro per quei luoghi.
Ovviamente non è così; come d'altro canto sarebbe sbagliato proiettare i paesi in un orizzonte mistico, mitologico, catartico, sempre capace di offrire una possibilità di riscatto o di appagare la nostalgia per un passato che sembra scomparso per sempre, assieme alle sue tradizioni (come se le aree interne fossero estranee al flusso storico, culturale e tecnologico).
Sarebbe un'altra faccia della stessa generalizzante medaglia. Lo spiegano bene gli antropologi Enza Maria Macaluso e Vito Teti in un interessante articolo scritto per Lucy sulla cultura (nel quale viene analizzata il dibattito tra Raimo e il poeta Franco Arminio).
"Sguardo ostile e sguardo amorevolmente paternalistico, in fondo, fanno lo stesso gioco: cancellano la realtà e la sostituiscono con un'immagine retorica già configurata in partenza, buona per confermare quello che si stava già pensando" e, aggiungerei io, cercando.
Se è tuttavia difficile eliminare del tutto quello che Italo Calvino chiamava "lo scomodo diaframma della mia persona", ossia le lenti culturali attraverso cui osserviamo il mondo, forse bisognerebbe provare ad accettare – prima di lanciarsi in affrettate sentenze o sublimazioni – la possibilità di incontrare nello stesso contesto (sia esso una metropoli o un piccolo paese) una commistione di sfumature; la coesistenza di attitudini dissimili.
"Il paese reale", continuano Macaluso e Teti, "contro ogni forma di paesismo (il mito del locale e del rurale nell'Italia attuale, la rappresentazione ideologica e mitologica del paese - il concetto di paesismo è stato proposto da Francesco Dalla Costa nel libro "Paesismo. Etnografia del rurale nella Marsica" n.d.r.), richiede lo sguardo lungo, lento, duraturo e compartecipe dell'antropologia. Non basta attraversare un paese per conoscerlo, né passarci un'estate o tre giorni di festival per coglierne un orizzonte di esistenza: serve il tempo che solo la ricerca sul campo può dare, la pazienza di tornare, di osservare le stagioni che cambiano, le voci che si sovrappongono, le contraddizioni che nessuna sentenza riesce a contenere".
Per chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente il tema, come L'Altramontagna invitiamo a leggere su Lucy sulla cultura l'articolo di Enza Maria Macaluso e Vito Teti.












