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Sport | 03 agosto 2025 | 18:00

Cuore, ghiaccio e destino: Gregorio Gios, l'anima dell'Altopiano che sogna le Olimpiadi. "L'hockey ci fa sentire uniti, ad Asiago è parte integrante della comunità"

Gregorio Gios, uno dei maggiori talenti dell'hockey su ghiaccio italiano, è la perfetta espressione del legame viscerale tra lo sport del ghiaccio e l'Altopiano dei Sette Comuni dove Gregorio è nato e cresciuto: "L'hockey da queste parti è una vera e propria tradizione che si tramanda di generazione in generazione. Mio nonno prima e mio papà poi hanno giocato qui, è un’eredità che sento dentro". E così, con il sogno olimpico sullo sfondo, Gios ha deciso di rinunciare a ingaggi importanti in club prestigiosi per rimanere della "sua" Asiago

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Poche cose riescono a unire una comunità, a renderla viva e coesa come lo sport: in alcuni (fortunati) territori finisce per penetrare nel DNA stesso delle persone fino a diventare sinonimo, forma e sostanza, di un semplice luogo geografico.

 

Nel caso dell’Altopiano dei Sette Comuni, quel potere lo incarna l’hockey su ghiaccio.

 

E non è questione solo di sport, di competizioni, di gioco; si tratta di qualcosa di più misterioso e profondo: è una passione che unisce generazioni, un metronomo che connette i cuori della comunità in un battito sincronizzato e condiviso.

 

Gregorio Gios, 26 anni compiuti a giugno, è la perfetta espressione di questo legame viscerale, e molto di più: atleta, studente, sognatore, asiaghese doc. Negli occhi e nella voce del giovane talento dell’Hockey Club Asiago si percepisce la gioia genuina di chi è profondamente legato al suo territorio e al suo sport.

 

“Qui l’hockey è sport nazionale”, racconta divertito Gios a L’AltraMontagna. “Ogni volta che giochi ti rendi conto di rappresentare qualcosa di più di una squadra, è una sensazione difficile da raccontare, perché non si limita solo al campo da gioco: l’hockey qui si vive tutti i giorni, 12 mesi all’anno”.

 

E allora non sorprende che, con le Olimpiadi ormai in vista, Gregorio abbia deciso di rifiutare proposte importanti di club prestigiosi e seguire il cuore, per rimanere a giocare e vivere nella sua Asiago. In quella che chiama, semplicemente, “casa”.

 

 

PALESTRA A CIELO APERTO

 

L’inverno è ancora lontano, ma l’estate di un giocatore di hockey professionista è un periodo di lavoro se non frenetico, intenso: “È il momento dell’anno in cui ci si allena di più racconta Gregorio in un raro momento di riposo -; una volta che comincia la stagione, le partite sono talmente tante e gli impegni così ravvicinati che rimane a malapena il tempo per gli spostamenti e il recupero fisico. Quindi durante l’estate è fondamentale spingere al massimo per arrivare al top della forma ai primi appuntamenti della stagione”.

 

Tanta palestra tra pesi e macchinari, ma anche attività all’aperto sotto gli occhi vigili del preparatore fisico: “L’Altopiano è il mio campo di allenamento preferito: se non diluvia, faccio qualche bel giro in bici o corro all’aria aperta. La cyclette? Una mezza tortura, quando sei circondato dalle nostre belle montagne”.

 

Salite, montagne, ma anche ghiaccio: “Qui l’hockey è una vera e propria tradizione che si tramanda di generazione in generazione. Mio nonno prima e mio papà poi (oggi presidente della FISG, ndr) hanno giocato qui, è un’eredità che sento dentro. La squadra è un simbolo che unisce tutti: l’attaccamento e l'affetto della gente è impressionante, non solo per la passione del tifo al palazzetto ma anche per il modo in cui le persone ti fermano e ti salutano per strada”.

 

 

IL “BOCIA” DIVENTATO LEADER

 

In molti pensavano che il promettente difensore azzurro, dopo una stagione inizialmente complicata dai problemi fisici, ma conclusa con un fantastico crescendo di prestazioni, fosse destinato a cambiare aria dopo la “retrocessione” dell’Asiago in Alps Hockey League. E invece lui ha deciso di fare una scelta per certi versi controcorrente: seguendo non il portafoglio, ma il cuore.

 

“Sì, avrei potuto andare altrove, anche all’estero. Ho avuto alcune offerte e sono molto contento di vedere come squadre di altissimo livello internazionale mi abbiano contattato, a dimostrazione del fatto che evidentemente hanno riconosciuto in me delle qualità sportive e umane. Ci ho pensato molto, ma alla fine ho preso la mia decisione”.

 

Gregorio è cresciuto nel vivaio giallorosso, poi ha girato il mondo tra Finlandia e Stati Uniti prima di tornare in Italia: ma le radici sono sull’Altopiano. “Qui ad Asiago sono cresciuto, sono stato fin da bambino tifoso della squadra, con questi colori ho mosso i primi passi nell’hockey prosegue Gios -: oggi ho 26 anni, dopo essere stato ‘il bocia’ adesso sento di essere pronto a diventare un punto di riferimento e un leader. Ho fatto una scelta di cuore, qui avrò tanto spazio in campo, maggiori responsabilità e occasioni di crescita. Potrò proseguire gli studi di Ingegneria Industriale a Trento con più facilità, continuare a vivere e ad allenarmi su questo Altopiano. Qui sto bene. Sono a casa. Quando la indosso, la maglia dell’Asiago non pesa: vestirla è un onore. È un po’ come giocare per la Nazionale”.

 

 

SOGNI A CINQUE CERCHI

 

A proposito di Nazionale, a febbraio 2026 (e ormai mancano meno di 200 giorni) arriverà l’appuntamento olimpico al quale l’Italia torna protagonista dopo 20 anni dall’ultima volta. “Beh, per un atleta partecipare alle Olimpiadi è un vero e proprio sogno. A maggior ragione sapendo di giocare in casa, a Milano, di fronte al pubblico italiano. Sto lavorando duro giorno dopo giorno per convincere lo staff tecnico a puntare su di me, voglio guadagnarmi la mia occasione e culminare il mio sogno giocando le Olimpiadi con la maglia della Nazionale".

 

Sul tema degli “oriundi” italo-canadesi, polemica già rovente, ma destinata ad infuocarsi ulteriormente, Gregorio è chiaro: “Ci sono sempre stati, ma per noi, cresciuti nelle giovanili, la maglia azzurra è la prima maglia, non un piano B. Ci teniamo davvero. Poi le scelte sui convocati le fanno gli allenatori, rispetteremo quelle decisioni: io penso a dare il massimo per convincerli e mi preoccupo di quello che posso controllare”.

 

Il senso di appartenenza di Gregorio per la maglia azzurra si è forgiato nella “trafila” tra giovanili e squadre nazionali. “Ci sono i valori tecnici, ma contano anche le motivazioni e la voglia che uno mette in campo: da quel punto di vista siamo in tanti a voler dare tutto per questi colori e per la nostra nazione”.

 

Con lo sguardo rivolto al futuro, Gios spera che l’hockey possa crescere in termini di popolarità, magari portando alla nascita di “nuoveAsiago: “È uno sport bellissimo, ma ancora poco conosciuto in Italia. Insegna sacrificio, lavoro di squadra, rispetto”, dice. Questione di cuore.

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