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Sport | 14 novembre 2025 | 06:00

Lo skialp per la prima volta alle Olimpiadi: "Non c’entra però niente con lo scialpinismo classico, ma era un compromesso necessario". Franco 'Franz' Nicolini riflette su passato, presente e futuro dello disciplina

Dai primi Mondiali di scialpinismo fino a Milano-Cortina 2026: "I due aspetti, quello sportivo e quello esplorativo, continueranno a convivere: uno servirà all’altro, e così questo rapporto si manterrà. Si pensi a Bargiel, il polacco che ha effettuato la discesa integrale dell’Everest: lui viene dalle gare di scialpinismo"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

“Mi sono avvicinato all’agonismo per via della preparazione fisica degli atleti dello scialpinismo, una preparazione svolta in maniera scientifica. Il mio modo ‘naturale’ di pensare la montagna mi portava a ricercare sofisticati metodologie di allenamento per le mie avventure. La conclusione a cui ero giunto era che, per poter pianificare e realizzare le avventure che mi ero prefissato, avevo bisogno di una preparazione superiore alle difficoltà che avrei dovuto affrontare”.

 

Una delle novità della prossima edizione dei Giochi olimpici invernali sarà l’introduzione dello skialp, lo scialpinismo. La storia di questo sport, inteso come disciplina agonistica - il cosiddetto “scialpinismo Race” -, è relativamente breve; sulle spalle, però, porta tutta l’eredità della tradizione esplorativa che lo ha preceduto di oltre un secolo.  

 

A ben guardare ci si rende conto che, parlando di scialpinismo, il confine tra l’agonismo e l’esplorazione è piuttosto sottile, e che anzi, molto spesso, le due facce sono complementari. Gli atleti che gareggiano, spesso e volentieri, non si limitano alle competizioni; e anzi, queste sono talvolta percepite come una forma di preparazione per l’esplorazione in ambienti d’alta quota.

 

Lo sa bene Franco Nicolini, guida Alpina di professione e istruttore di Soccorso Alpino. Già dieci anni prima di iniziare la sua carriera ventennale da scialpinista agonistico, “Franz” si è affermato come uno degli atleti più completi della storia dell’alpinismo. Il suo curriculum spazia in tutti i campi: specialista in concatenamenti - tutti gli 82 quattromila delle Alpi in 60 giorni -, skyrunner d’eccezione ed arrampicatore, con all’attivo circa 850 ascensioni su roccia e ghiaccio, in pareti europee e extra europee. Ha aperto vie nella Valle del Sarca, sulle scogliere del Garda e del Gruppo di Brenta. Nel mondo, ha ripetuto vie ed effettuato concatenamenti dall’Alto Atlante, in Marocco, alla Patagonia, fino al Kun Lun Shan, in Cina. Memorabile la salita e discesa in sole 13 ore del Cho Oyu, 8200 metri.

 

Per quanto riguarda la sua carriera agonistica, Nicolini ha vissuto gli albori e l’evoluzione della disciplina, che oggi, dopo oltre vent’anni, ha finalmente trovato posto alle Olimpiadi.

 

“Siamo partiti da una squadra nazionale negli anni 2000, di cui io ho fatto parte dal 2000 al 2005. Siamo andati a Serre Chevalier, in Francia, con il primo campionato del mondo nel 2002: un traguardo importantissimo. Da lì è nata la Coppa del mondo attraverso la nuova federazione, l’International Ski Mountaineering Federation (Ismf), che oggi raccoglie oltre 30 nazioni. L'ultimo traguardo, il più bello, non potevano che essere le Olimpiadi. Ai miei tempi ce l'avevano promesso: sono passati 20 anni, ma finalmente ci siamo arrivati”.

Dal 2011 “Franz” gestisce con la sua famiglia il Rifugio Tosa Pedrotti, nelle Dolomiti di Brenta. Vive a Molveno con la moglie Sandra e i figli Elena e Federico, che hanno deciso di seguire le sue orme.

 

In occasione dei Giochi, ci sembrava importante capire cosa aspettarci dalle competizioni di skialp nella prossima sede olimpica di Bormio, l’importanza di questo traguardo per la disciplina ed i limiti delle specialità introdotte. Sarà anche l’occasione per riflettere sul futuro dello scialpinismo: sport o esplorazione? Ce ne parla Franco Nicolini.

 

 

Com’era lo skialp quando hai iniziato a gareggiare?

 

Dal 2000 in poi, lo scialpinismo ha iniziato a strutturarsi come disciplina. In principio sono nate le “Vertical” (specialità di sola salita un dislivello tra i 500 e 700 metri da effettuarsi nel minor tempo possibile). Le gare più vecchie e datate si tenevano in Trentino: c’era il Trofeo Pilati (che poi è diventato il Trofeo Cestari) e il Trofeo Cermis. Erano appuntamenti talmente importanti che al loro interno si era formato un campionato chiamato Coppa delle Dolomiti. In Lombardia c’erano le gare organizzate in Valtellina, un po’ meno numerose, ma addirittura era nata la Coppa delle Alpi, che raggruppava le gare valtellinesi. In Valle d’Aosta si correvano moltissime notturne, come il Trofeo Bozzetti-Bionaz, e c’erano parecchie gare, tra cui il famosissimo Mezzalama. La cosa ha funzionato per parecchi anni e ha continuato a progredire: c’erano sempre più praticanti dello scialpinismo, soprattutto nella versione agonistica.

Perché a quei tempi, già esperto alpinista, hai deciso di iniziare con le competizioni?

 

La mia generazione è stata quella che ha iniziato per necessità, perché alla fine non eravamo professionisti: eravamo dei dilettanti che correvano in Coppa del Mondo. Dovevamo allenarci dopo il lavoro, sostanzialmente. Per farlo, la cosa più veloce e semplice era utilizzare le piste. Così è nata questa frequentazione: prima da parte degli agonisti, poi anche dei semplici appassionati. Fino a un certo punto, fino a certi numeri, il sistema ha tollerato la cosa. Poi è esploso il fenomeno e sono iniziati i divieti di frequentazione delle piste. A quel punto è nata l’esigenza di creare spazi e regolamenti ad hoc per riportare lo skialp sulle piste, ma non si è mai davvero riusciti a concretizzare questa soluzione.

 

 

Come è cambiato lo scialpinismo agonistico da allora?

 

Fino al 2020 è stato un continuo progredire: le aziende ci credevano, gli atleti erano bravi. Abbiamo avuto campionati del mondo, grandi risultati e atleti fortissimi, tra cui i miei figli stessi. Quando ho smesso di gareggiare, sono diventato allenatore, e poi loro hanno continuato: Chicco (Federico Nicolini) è ancora in attività. Siamo andati avanti con questo sistema classico fino al 2020. In quegli anni l’Ismf ha inventato una disciplina anomala: la “Sprint”. È una gara che si svolge su un circuito di 80-100 metri di dislivello, in cui tra salita e discesa c’è anche un tratto a piedi. L’idea è quella di riassumere, in forma breve, una gara di scialpinismo di montagna. Non c’entra però niente con lo scialpinismo classico che avevamo fatto fino ad allora, è una sorta di concentrato, ma era un compromesso necessario in ottica Olimpiadi. Ad ogni modo, la preparazione per una gara così non può essere la stessa di una gara di lunga distanza: richiede tutt’altro tipo di allenamento.

Perché certe specialità hanno preso piede? Quali specialità entreranno alle Olimpiadi?

 

Un po’ per comodità, un po’ perché molti giovani ne hanno approfittato - potendosi allenare meno ma comunque ottenere buoni risultati - questa disciplina ha preso piede. La Federazione Internazionale, e non solo, sapendo che la Sprint era l’unica gara ‘compatibile’ con il format olimpico, l’ha fatta crescere a dismisura. Talmente tanto che negli ultimi tre anni, in squadra nazionale, non si organizzano più gare di endurance o di lunga distanza: quasi esclusivamente Sprint. Qualche Vertical resiste (per fortuna, perché lì si vede il vero valore dell’atleta) ma le gare Individual - in cui i concorrenti affrontano un percorso che include più salite e discese e il dislivello minimo è di circa 1.300 per circa un'ora e mezza-due ore di gara - sono molto diminuite, quasi abbandonate. Sicuramente i Giochi Olimpici hanno giocato un ruolo centrale in questa trasformazione. Alle Olimpiadi si gareggerà in due specialità: la Sprint, gara individuale di pochi minuti su un circuito, e la Staffetta, in cui due atleti si alternano sullo stesso tracciato, sempre molto breve.

 

 

Credi si stia prendendo una strada scorretta?

 

Qualcuno non sarà d’accordo con me, perché la direzione agonistica attuale sta lavorando quasi solo sullo sprint, dimenticando che un’intera generazione di atleti - la penultima, diciamo - ha praticamente abbandonato la nazionale: chi per scelta, chi perché non si adattava a questo nuovo format. Una parte dello scialpinismo è stata così relegata fuori dalle gare di Coppa del Mondo, costretta a dedicarsi soltanto alle grandi classiche. L’anno scorso, per esempio, mio figlio Federico e Davide Magnini hanno vinto il Sellaronda con un tempo strepitoso. Sono gare bellissime, certo, ma l’atleta rimane in qualche modo defraudato della possibilità di competere anche in Coppa del Mondo.

Qual è dunque lo stato di salute di questo sport?

 

Allora, le aziende fino al 2020 ci hanno creduto tantissimo. Negli ultimi tre o quattro anni, però, hanno cominciato a dubitare dello skialp agonistico; al contrario, lo scialpinismo turistico rimane a livelli altissimi. La gente ci va: gli piace fare scialpinismo. Per molti è un modo per fare attività fisica all’aria aperta; per l’amatore è un allenamento sicuro, con tutta l’attrezzatura di protezione. È cambiata anche la mentalità: è un modo di vivere la montagna più sportivo, più consapevole, con attrezzatura leggera e moderna. A mancare, però, sono proprio gli atleti agonisti. Tutta la recente evoluzione del settore ha fatto sì che molti si ritirassero: chi perché non ama lo Sprint, chi perché le grandi classiche - come il Mezzalama - costano troppo (l’iscrizione è arrivata a 1200 euro). Da qualcosa però bisogna ripartire. E allora, ricominciamo da queste Olimpiadi. Poi si potrà correggere il tiro: per i Giochi in Francia del 2030 è già stato annunciato che si organizzeranno tutte le discipline dello scialpinismo: Vertical, Individual, Sprint e Staffetta. È un passo avanti enorme, e io sono convinto che da qui in avanti vedremo un ritorno delle specialità più classiche.

 

 

Quale futuro per lo scialpinismo? Diventerà solo agonismo o rimarrà anche esplorazione?

 

Bruno Detassis mi diceva che, ai suoi tempi - lui era del 1910, quindi parliamo di parecchi anni fa - la mattina si alzavano e facevano ginnastica. Molti alpinisti, anche bravi, non l’hanno mai fatta. Questo per dire che l’alpinismo non è solo sport: è anche interpretazione, esercizio mentale, coraggio. Nello scialpinismo è un po’ la stessa cosa. Prima del 2000 si praticava scialpinismo classico e ci si allenava solo così. Poi abbiamo capito che per migliorare bisognava anche andare in pista, e siamo diventati tutti più bravi dal punto di vista atletico. La pista, secondo me, è un passatempo, un modo per allenarsi quando in montagna il tempo è brutto. Lo scialpinismo classico, invece, richiede non solo forza fisica, ma anche testa, coraggio, capacità di valutare le condizioni. Un buon allenamento in pista può costruire il “motore” che ti porta in cima, ma serve anche la consapevolezza del rischio e della valutazione: quella non deve mancare mai. Secondo me i due aspetti, quello sportivo e quello esplorativo, continueranno a convivere: uno servirà all’altro, e così questo rapporto si manterrà. Molti atleti, soprattutto francesi, finita la carriera agonistica si sono dedicati allo scialpinismo classico e ai concatenamenti con gli sci. Si pensi a Bargiel, il polacco che ha effettuato la discesa integrale dell’Everest: lui viene dalle gare di scialpinismo. Una volta concluso il periodo agonistico, il loro “motore” resta, e viene sfruttato per andare oltre, verso la montagna vera. In fondo, è quello che abbiamo fatto tutti.

 

 

Foto in apertura di International Ski Mountaineering Federation

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