Ognuno aveva il compito di prendersi cura di un compagno/compagna in modo "segreto e silente". Una sfida capace di creare legami solidi, basati sulla fiducia, sulla condivisione e sulla collaborazione

"C’è stata sintonia e l’unione che si è creata nel gruppo è stata il motore dell’intero trekking. Anche nei momenti di difficoltà, di freddo, di stanchezza la voglia di collaborare di tutti ha supportato quelli più stanchi". Il progetto Echo Roots si conclude a Trento dopo un trekking di quattro giorni nel Lagorai, riservato a 15 ragazzi tra i 18 e i 25 anni e finanziato dal Piano Giovani 2025 del Trentino. Ogni giorno i ragazzi oltre a camminare hanno affrontato delle piccole, grandi sfide

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Echo Roots è stato creato come un'opportunità di crescita personale, un trekking di quattro giorni nel Lagorai riservato a 15 ragazzi tra i 18 e i 25 anni, finanziato dal Piano Giovani 2025 del Trentino. Insieme ai ragazzi anche un accompagnatore di media montagna e un videomaker. Obiettivo: creare una reale connessione con la natura, sviluppare un senso di appartenenza e responsabilità verso la comunità e il territorio. Cuore e mente del progetto sono Chiara Battocletti e Matilde Pedergnana, trentine, ventiquattrenni, appassionate di scoutismo e trekking. “Abbiamo deciso di condividere la magia della vita outdoor con un gruppetto di ragazzi, per creare un’opportunità di crescita e condivisione, nel rispetto della natura. Da qui il nome Echo Roots, che sottolinea l’importanza di riconnettersi con le proprie radici e con l'ambiente naturale”, spiegano.
Il progetto è iniziato con una giornata di conoscenza, in montagna, a luglio, e poi con il trekking vero e proprio. Si è camminato da malga Sorgazza a malga Valcion, da qui al bivacco Cengello, passando per il passo Cinque Croci e visitando il museo all’aria aperta della prima Guerra Mondiale, raggiungendo poi il bivacco Cengello e quindi malga Sorgazza. “Una parte fondamentale del trekking sono state le attività di riflessione personale, di dialogo e confronto. Non sono mancati i momenti di divertimento in serenità per conoscersi e apprezzare l’esperienza”, raccontano le due organizzatrici. “C’è stata sintonia e l’unione che si è creata nel gruppo è stata il motore dell’intero trekking. Anche nei momenti di difficoltà, di freddo, di stanchezza la voglia di collaborare di tutti ha supportato quelli più stanchi. E noi organizzatrici siamo state felici non solo della partecipazione, ma anche delle risposte positive di fronte alle nostre proposte, sia di attività più divertenti e di movimento, sia di quelle più riflessive e introspettive. È stato costante un clima di dialogo, di rispetto e non giudizio, c’è stata sempre collaborazione per preparare i pasti e montare tende e tutti i partecipanti si sono dimostrati molto determinati nel riuscire ad arrivare alla meta finale di ciascuna giornata”.

Due giorni dopo essere tornati è stata organizzata una serata di confronto. “Attraverso la tecnica 'Five Fingers Feedback' abbiamo fatto una verifica dell’esperienza trekking, chiedendo a tutti i partecipanti di raccontare “una cosa che ti è piaciuta”, “una cosa che hai imparato”, “una cosa che è andata male”, “un momento in cui hai sentito molto la dimensione comunitaria-di gruppo”, “qualcosa che avrebbe meritato più spazio e un consiglio che ci daresti se riuscissimo a riproporre il progetto il prossimo anno”, spiegano Matilde e Chiara. Che poi aggiungono: “Tutti i partecipanti hanno apprezzato in primis l’aspetto comunitario, la sintonia, l’armonia, le relazioni e la gentilezza che hanno caratterizzato i giorni passati insieme. Fare fatica, camminare per tre giorni con zaini pesanti sulle spalle e soprattutto abbinare al trekking delle attività che li hanno spinti a riflessioni sia personali che collettive, non è pesato, anzi è stato percepito come un’occasione di crescita. Sono stati felici di riuscire a dedicare del tempo a loro stessi, di aver visto paesaggi come quelli che il Lagorai sa regalare, di aver a imparato a gestire la tenda e a cucinare con il fornelletto, ma anche di essere riusciti ad adattarsi in situazioni di poco comfort”.
Ogni giorno i ragazzi oltre a camminare hanno affrontato delle piccole, grandi sfide. Ad esempio ognuno aveva il compito di prendersi cura di un compagno/compagna in modo “segreto e silente”, cercando di aiutare senza farsi notare. E per tutti è stato difficile individuare nel gruppo il proprio “aiutante”. C’è stato un laboratorio di fotografia e di storytelling, si è discusso su persone che ipoteticamente avrebbero potuto creare una società ideale, sui valori di ognuno e sulla realizzazione dei propri sogni, scrivendo poi una lettera a se stessi. Concludendo, poi, con una sorta di mandala, con fili e legnetti.

“Il progetto mirava a generare un impatto significativo sui giovani partecipanti, sulla comunità locale e sul territorio”, concludono le due organizzatrici. “Per i partecipanti, uno dei risultati principali è stato il rafforzamento delle competenze trasversali, fondamentali per la crescita personale e professionale. Grazie all’esperienza del trekking e alle attività di gruppo, i ragazzi hanno migliorato il problem-solving, la resilienza e la gestione dello stress e degli imprevisti. Attraverso momenti di riflessione personale e confronto, hanno sviluppato una maggiore consapevolezza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie potenzialità, rafforzando l’autostima. Inoltre hanno appreso competenze tecniche legate alla vita all’aria aperta, come la preparazione dello zaino, la gestione dell’equipaggiamento, il campeggio e la cucina outdoor, che hanno stimolato una connessione più autentica con l’ambiente montano”, spiegano.
Ma non basta. “Un ulteriore risultato molto significativo è stato l’aver creato dei legami solidi tra i partecipanti, basati sulla fiducia, sulla condivisione e sulla collaborazione. Il gruppo, eterogeneo per provenienza e livello di esperienza, è diventato sin da subito un luogo di inclusione e dialogo, dove ogni giovane ha avuto l’opportunità di esprimersi e portare il proprio contributo. Questo elemento è stato potenziato dal fatto che i partecipanti sono stati selezionati non solo in base alla motivazione, ma anche sulla base delle loro passioni e competenze specifiche, come la fotografia, la musica o la scrittura, per incentivare il protagonismo di ciascuno. Durante il trekking, ogni partecipante ha avuto la possibilità di assumere un piccolo ruolo di responsabilità, diventando così protagonista attivo del progetto e sviluppando un forte senso di appartenenza e partecipazione”, spiegano le due organizzatrici.

La dimensione educativa è stata centrale nell’intero percorso. I ragazzi sono stati sensibilizzati sull’importanza della sostenibilità ambientale e del rispetto per la natura ed è stato promosso un dialogo aperto e costruttivo che ha permesso ai partecipanti di esplorare temi importanti come la convivenza, la diversità e la gestione dei conflitti. Il trekking ha rappresentato quindi non solo un’esperienza di crescita individuale, ma anche un’occasione per apprendere valori fondamentali per una cittadinanza attiva e consapevole.
Ora manca solo l’appuntamento finale di restituzione, fissato per sabato 4 ottobre, alle 19, al Cafè de la Paix a Trento, dove l’esperienza sul Lagorai sarà narrata da testimonianze dirette, foto e video, per valorizzare il percorso intrapreso e a coinvolgere la comunità. Sarà anche un’occasione preziosa per promuovere il Pgz (Piano Giovani di Zona) e le opportunità che esso offre, incentivando la partecipazione di altri giovani e associazioni del territorio a futuri progetti.
Fotografie di Andrea Santoni













