"Se uno pensa alla vita in rifugio si aspetta di stare come nella baita di Heidi: no, non c’entra niente". Alessandro Marinello racconta lo Scarpa sull’Agner, a un anno dall'apertura

"Avevo un'azienda, venti dipendenti, molte certezze. Ho venduto le quote, chiuso il rapporto collaborativo con gli altri due soci e ho mollato tutto per andare a vivere in rifugio. A un certo punto prendi la palla al balzo, chiudi un'epoca e se ne apre un'altra, dove inizi a seguire un tuo sogno nel cassetto che da tempo coltivi". Alessandro Marinello, insieme alla compagna Lucia Melison, un anno fa ha preso in gestione il Rifugio Scarpa. La zona dopo gli anni Settanta è finita un po' nel dimenticatoio, ma ora che il rifugio è aperto anche fuori stagione, la gente ha un motivo in più per salire

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La zona dopo gli anni Settanta è finita un po' nel dimenticatoio, ma ora che il rifugio è aperto anche fuori stagione, la gente ha un motivo in più per salire. È un territorio fatto da persone che girano attorno al rifugio con aspettative, con richieste, con necessità diverse.
“Il 21 giugno festeggiamo un anno dall’apertura. Uno se pensa alla vita in rifugio si aspetta di stare come nella baita di Heidi; no, non c’entra niente. Le risorse sono limitate, è una scelta fatta anche di sacrifici. A me han portato qui la passione e un sogno coltivato per quindici anni”.
Se penso al paese di Frassenè, un ricordo molto vivido si fa largo tra i miei pensieri. Ero lì, al bar “della Gigia”. Mentre bevevo il caffè, è entrata una signora anziana, salutando con familiarità. Origliando, sento che racconta di essersi svegliata presto per andare a vedere l’alba sull’Agner. Io non sapevo nemmeno cosa fosse l’Agner, ma ho pensato che fino ad allora mi era sempre mancato qualcosa. Parlando con Alessandro Marinello (gestore insieme alla compagna Lucia Melison del Rifugio Scarpa), oggi ho avuto la stessa sensazione.

A un anno dall’apertura, cosa significa gestire un rifugio?
Ogni rifugio ha una sua identità, una sua caratteristica, no? Ha un suo stile, e una delle prime cose da fare è quella proprio di capire qual è il carattere del rifugio: quali sono le sue caratteristiche, quali sono le sue peculiarità, quali sono anche i punti deboli. Poi è importante conoscere il territorio; non tanto dal punto di vista alpinistico o escursionistico, ma conoscere la comunità che gravita attorno al rifugio. C'è chi abita quel territorio tutto l'anno, ci sono quelli che hanno la seconda casa, e poi c'è chi passa in modo occasionale. È un territorio fatto da persone che girano attorno al rifugio con aspettative, con richieste, con necessità diverse.
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Che tipo di rapporto si instaura con il paese?
Un rifugio sta in piedi quando ci sono dei clienti che arrivano, questo è un dato di fatto. Quindi l’attenzione a dove parcheggiano le persone, il rispetto a quando e come arrivano nel paese è importante; quindi è nostra abitudine cercare di sensibilizzare il pubblico al momento dell’arrivo. Poi c’è sempre chi vuole fare a modo suo, ma ho notato che da questo punto di vista i giovani sono molto attenti e ricettivi. Un’altra cosa positiva che noi abbiamo visto è che il bar del paese, il negozio del paese ecc., se c'è giro ne sono avvantaggiati a loro volta. La gente arriva sotto, parcheggia, prende un caffè, fa una colazione, magari si compra un panino giù nella bottega. Non solo, c’è chi ha la seconda casa in paese che mi racconta, ora che teniamo aperto anche fuori stagione, che hanno un motivo in più per salire. Quindi il fatto che il rifugio sia aperto di più fa scaturire delle altre piccole dinamiche che nel paese possono essere positive.
Com’è la giornata-tipo del rifugista?
Ci si alza al mattino e si viaggia su due binari: la gestione della parte impiantistica e quella di gestione della clientela. Anche qui si tratta di una questione molto stagionale. Se è inverno, gli ospiti si alzano per le 8, ma d’estate inizi con le colazioni anche alle 5. Fortunatamente ho Francesco e Lucia che si occupano della parte di cucina, mentre io posso dedicarmi delle scorte di gasolio, acqua e alimentari. Ci sono le immondizie, da differenziare e portar giù, anche questo richiede tempo. Se è estate si va a far legna. Con i ragazzi, quest’estate abbiamo anche rimesso in ordine e segnato un sentiero. Poi si pensa alla cena, alla sistemazione delle camere e dei bagni quando la gente se ne va, per i clienti successivi. Arrivano le 10-11 di sera che si tirano le somme della giornata e, se c’è la fortuna di trovare una bella compagnia - come spesso succede - fuori la chitarra e si gioca, si canta, si sta insieme; a volte si balla anche. Il rifugio riesce a creare un momento di festa con nulla. La montagna, l’ambiente del rifugio, hanno un potere di aggregazione, una capacità di unire le persone che è davvero difficile da far capire ora a parole, ma è unico.
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Come hai preso la decisione di aprire un rifugio?
Io avevo un'azienda, venti dipendenti, molte certezze. Ho venduto le quote, chiuso il rapporto collaborativo con gli altri due soci e ho mollato tutto per andare a vivere in rifugio. A un certo punto prendi la palla al balzo, chiudi un'epoca e se ne apre un'altra, dove inizi a seguire un tuo sogno nel cassetto che da tempo coltivi. Non è una cosa che nasce da oggi a domani, ecco, è fatto di sacrifici. Purtroppo le risorse sono limitate, ma questi sacrifici ovviamente non devono pesare. Una cosa stupenda però è che il tempo assume una dimensione diversa. Su in rifugio c’è il giorno e c’è la notte, vedi una dimensione dove la quotidianità assume un ritmo diverso.
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Ma perché proprio lo Scarpa?
Beh vedi, ci sono rifugi turistici dove in un quarto d’ora arrivi, che hanno uno specifico tipo di clientela, e ci sono rifugi alpinistici, dove uno ci arriva con gli sci o scarponi e ramponi. Quindi devi trovare un rifugio che ti appartiene. Come prima esperienza, piuttosto che un rifugio di sola stagione estiva e approvvigionamenti in elicottero, io ho preferito un rifugio dove ci potesse essere una possibilità di tenere aperto più possibile durante l’anno. Poi un posto è bello nel momento in cui mantiene anche le sue caratteristiche. Le caratteristiche del rifugio Scarpa sono quelle di essere un luogo dove uno può respirare il silenzio, ancora piuttosto rurale. È una zona che dopo il boom degli anni Settanta è finita un po' nel dimenticatoio; di conseguenza questo è un rifugio, chiamiamolo così, di seconda mano. Carattere che però qui diventa un valore aggiunto; almeno per me. In fin dei conti, devi trovare un posto che si adatti alla tua persona. Io non appena ho visto lo Scarpa me ne sono innamorato; ora incrociamo le dita. Abbiamo sperato andasse bene, e fin ora così è stato. Ci vuole anche un po' di fortuna. Fortuna e passione ovviamente: il sogno ad un certo punto va messo in pratica, altrimenti rimane nel cassetto.
Fotografie in copertina di Stefano Chiarello













