Contenuto sponsorizzato
Storie | 22 agosto 2025 | 12:00

"Svegliarsi con due gradi, pioggia, e davanti una tappa da 40 chilometri con 2600 metri di dislivello non è facile. Ma faceva parte del progetto". Francesco Tomè attraversa le Alpi di corsa

Sessantuno giorni, 2.500 chilometri, 165.000 metri di dislivello. Sono i numeri di 'Endless Peaks', la grande avventura del giovane atleta fiorentino classe 2000 che questa estate ha attraversato di corsa l’intero arco alpino; dal passo di Vrata, in Croazia, fino al Colle di Cadibona, in Liguria, dove la catena alpina si unisce all’Appennino. Il viaggio diventerà un documentario, sostenuto dal Club Alpino Italiano e prodotto da Crimps Film

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Sessantuno giorni, 2.500 chilometri, 165.000 metri di dislivello. Sono i numeri di Endless Peaks, la grande avventura di Francesco Tomè, giovane atleta fiorentino classe 2000 che questa estate ha attraversato di corsa l’intero arco alpino; dal passo di Vrata, in Croazia, fino al Colle di Cadibona, in Liguria, dove la catena alpina si unisce all’Appennino.

 

Un’impresa sportiva che va oltre i numeri e la sfida personale: “Come tutti i miei progetti - afferma Tomè - è pensata fin dall’inizio come un’occasione di racconto e divulgazione, il cinema è il mio modo di esprimermi”. Il viaggio diventerà infatti un documentario, sostenuto dal Club Alpino Italiano e prodotto da Crimps Film.

 

Studente dell’Accademia di Belle Arti di Brera e fotografo, avevamo già incontrato Francesco per presentare il suo primo documentario indipendente La restanza (in questo articolo). Da anni intreccia la sua passione per l’ultratrail con quella per la cinepresa. La corsa per lui non è mai soltanto la ricerca dei limiti del corpo; ma, come il cinema, è anche un modo di esplorare la montagna come luogo di bellezza, fragilità e incontro.

 

La sua passione, prima di arrivare a specializzarsi negli ultra trail, l’aveva portato sulla strada dell’alpinismo, nel 2020, insieme all’alpinista e amico Francesco Bruschi, a concatenare tutta la catena delle Alpi Apuane in 11 giorni. Quindi, nel 2021, sempre insieme a Bruschi, aveva percorso da Firenze a Courmayeur in bici, per poi salire il Monte Bianco.


Credits: Crimps films

All’arrivo, ad accoglierlo ad Altare, nel savonese, c’erano amici, abitanti del paese, rappresentanti del Cai e delle istituzioni locali. Un piccolo grande segnale di quanto questa traversata non appartenga solo a Francesco, ma a tutti coloro che vedono nel Sentiero Italia un’infrastruttura di conoscenza, di educazione alla sostenibilità e di valorizzazione dei territori.

 

Abbiamo contattato Francesco a due giorni dal traguardo, e ancora l’emozione fatica a cristallizzarsi in parole. Ciononostante, il giovane atleta ci ha concesso qualche sguardo a ritroso nella sua impresa, non solo in questi 61 giorni, ma anche negli anni di preparazione che li hanno preceduti.

 

 

Com’è stato l’arrivo?

 

L’arrivo è stato bellissimo, un vero calore di festa. Poi c’erano gli abitanti del paese, il presidente della sezione Cai locale, una cinquantina di persone in tutto. Tutti i miei amici si erano organizzati per esserci, nonostante il posto sia piuttosto fuori mano: da Firenze sono quattro ore di macchina. Mi ha fatto davvero felice. E poi c’era il cocomero fresco, che è la cosa che dopo ogni tappa ho desiderato di mangiare [ride]. A parte gli scherzi, l’emozione è stata immensa. A dire la verità, anche adesso, faccio fatica a rendermi conto di quello che ho fatto. Leggere i messaggi e i commenti delle persone mi ha aiutato a capire la grandezza di questa impresa. Sono molto, molto contento.


Credits: Crimps films

E il viaggio invece? Dal punto di vista emotivo com’è stato? Hai sentito pressione sulle spalle?

 

Questi due mesi sono stati un insieme di mille sentimenti. Ho 25 anni e per questo tipo di attività sono molto giovane: di solito imprese del genere si affrontano in età più adulta. In tanti momenti ho sentito la mancanza dell’estate vissuta con gli amici, delle corse brevi in montagna, insomma di una vita più normale da ragazzo. In più, con il film e gli sponsor, sentivo anche la responsabilità di portare a termine il progetto non solo per me ma anche per loro, per la fiducia che mi avevano dato. Quella da un lato era motivo di pressione, ma dall’altro anche una motivazione in più. C’è stata la felicità di trovarmi ogni giorno in posti incredibili, che talvolta riesce anche a farti dimenticare la solitudine e la fatica. Le giornate erano lunghe: iniziavo alle 5 del mattino e finivo verso le 22. È stato un viaggio molto denso, impegnativo, ma pieno di emozioni e di bellezza. Ne vado davvero fiero.

 

 

Hai avuto un team di persone che ti seguiva passo passo?

 

Sì, ho avuto un grande supporto da amici e persone che hanno creduto nel progetto. Con mio padre abbiamo organizzato i turni e fatto un calendario. Alla fine di ogni tappa qualcuno mi aspettava con il van, oppure quando ero in rifugio venivano a portarmi i cambi e gli asciugamani. C’era da prenotare il rifugio, da capire se vi si potesse accedere in macchina… insomma, l’organizzazione è stata enorme anche per questo, al di là dei 2500-2600 chilometri percorsi.


Credits: Francesco Tomè

Quali sono le tappe che ti sono rimaste più impresse?

 

Sicuramente la Val Maira e la Val Varaita offrono scenari selvaggi e meravigliosi. Però, se devo dire la mia preferita, direi quella che mi ha portato al rifugio Oberto, davanti alla parete est del Monte Rosa. Una tappa durissima, con 45 km e 3400 metri di dislivello su terreno tecnico; ma alla fine mi si è aperto davanti uno scenario incredibile, tanto da far scomparire la fatica. Poi il Col du Malatrà, dove ero con Giovanni, il mio allenatore. Arrivi a questo colle e appena lo superi ti trovi di fronte le Grandes Jorasses: è stato un momento speciale e sono lieto di averlo condiviso con lui. Anche le Tre Cime all’alba, senza turisti, sono state un altro momento magico. In generale ho attraversato posti incredibili, che ora non saprei nemmeno come raccontare.

 

 

E le difficoltà principali?

 

A est ho trovato sentieri poco segnati, dove era impossibile correre. Poi la solitudine: in certe giornate si è fatta sentire davvero tanto. Non conoscevo quelle montagne, e trovarmi lì da solo mi faceva sentire piccolo, quasi inutile. C’è stato il maltempo: svegliarsi con due gradi, pioggia, e davanti una tappa da 40 km con 2600 metri di dislivello non è facile. Ma faceva tutto parte del progetto: partire ogni giorno e non fermarsi, e così è andata. Una delle giornate più difficili, però, è stata quella in cui ho saputo della morte del presidente della mia squadra di trail a Firenze: ero molto legato a lui, alla partenza avevo promesso di dedicare a lui l’impresa e non aver fatto in tempo mi ha distrutto. Quella tappa ero solo, e ho corso tutto il giorno in lacrime.


Credits: Francesco Tomè

Come si è sviluppato il progetto?

 

È nato tutto tre anni fa, grazie a un amico canadese, David Orr. Lui aveva attraversato gli Appennini e un pezzo delle Alpi, dall’Etna al Monte Bianco. Mi sono detto: perché non fare cime ancor più severe, perché non le Alpi intere? Trovare gli sponsor non è stato facile: all’inizio molti mi hanno detto di no. Poi sono arrivati Cai, Grivel, Poggio del Farro e altri che hanno creduto nel progetto. Con l’aiuto del Cai e di vari amici runner esperti, ho studiato il percorso, organizzato le tappe e pianificato tutto. Nel frattempo, insieme al mio allenatore e al fisioterapista, ho lavorato per un anno e mezzo sul rinforzo muscolare, così sono partito preparato. È stato importante valutare anche i fattori esterni: il sole, la pioggia, il freddo, che logorano. Ho curato molto il recupero, mangiando sano, senza integratori chimici, solo con prodotti naturali. E ovviamente riposando il più possibile. Ho scelto di partire da est anche per ragioni di meteo: se fossi partito dalla Liguria a giugno avrei trovato troppa neve nelle Marittime.

 

 

Qual era l’obiettivo per te? Hai già pensato a quelli che verranno?

 

Volevo realizzare un progetto sportivo ma anche un film, perché il cinema è il mio modo di esprimermi. Documentare l’impresa era parte integrante dell’idea fin dall’inizio. Il documentario Endless Peaks sarà un mix tra le mie riprese personali e quelle fatte dai ragazzi di Crimps Film, che mi hanno seguito in alcuni tratti. Ora sto già lavorando a un’idea sulle Apuane, da fare in ottobre: una traversata di circa 120-130 km con 12.000 metri di dislivello, non stop, concatenando le vette principali e passando dalle cave. Vorrei farne un documentario che unisca sport e sensibilizzazione contro la distruzione delle montagne da parte delle estrazioni di marmo. Lo farò insieme all'associazione Apuane Libere. Il mio obiettivo è sempre questo: ispirare le persone, far scoprire la bellezza della montagna e sensibilizzare sui temi ambientali.


Credits: Francesco Tomè

Immagini in apertura di Francesco Tomè

Contenuto sponsorizzato