"Un pezzo di Firenze in mezzo alle montagne": da Castagno d'Andrea, sull'Appennino, storie di "una Toscana diversa"

Un viaggio nell'Alto Mugello, al Castagno d'Andrea, piccolo paese appenninico e crocevia di storie millenarie: dalle travi che hanno sostenuto Firenze all'arte di Andrea del Castagno, passando per Dante e gli Etruschi, fino ai nuovi abitanti che oggi ripopolano queste valli. Un contributo, condiviso da un lettore con la redazione, che dimostra la vitalità delle terre alte

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Un viaggio nell'Alto Mugello, al Castagno d'Andrea, dove un lettore ci racconta come un piccolo paese appenninico sia un crocevia di storie millenarie: dalle travi che hanno sostenuto Firenze all'arte di Andrea del Castagno, passando per Dante e gli Etruschi, fino ai nuovi abitanti che oggi ripopolano queste valli. Un contributo, condiviso da Davide Longaretti con la redazione, che dimostra la vitalità delle terre alte del nostro Paese.
«Questa è una Toscana diversa, un pezzo di Firenze in mezzo alle montagne. Tutte le travi degli edifici storici della città arrivano da qui». Siamo al Castagno d’Andrea (750 metri d'altitudine), frazione montana del comune di San Godenzo, in Alto Mugello.
Più precisamente ci troviamo al Caffè Falterona, cuore pulsante del piccolo centro abitato, e stiamo conversando con Michele: nato e cresciuto a Firenze, ora vive a Milano ma mantiene un forte legame con questo luogo, che è il paese d’origine della sua famiglia. Nel 2019 la sorella, il fratello e un amico hanno deciso di lasciare la città per rilevare il vecchio bar del paese, riconnettendo i fili di una storia che si era interrotta con la precedente generazione. Oltre al locale, gestiscono anche un piccolo negozio d’antiquariato pieno di oggetti d’ogni provenienza e fattezza. All’ombra dei grandi tigli che dominano la graziosa piazza, ascoltiamo questa storia fatta di scelte controcorrente e apprendiamo con piacere che l’attività va piuttosto bene. Sono molte – ci dicono – le persone che giungono qui per visitare questi territori o per percorrere i cammini che attraversano le montagne soprastanti.
Il Castagno d’Andrea, infatti, è una tappa obbligata di molti “itinerari lenti” che si sviluppano lungo questa zona dell’Appennino dal momento che il paese sorge ai piedi del complesso Monte Falterona e Monte Falco (1650 metri, principale elevazione dell’Appennino Tosco-Romagnolo) ed è una delle porte d’accesso al Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna.
Ma non è solo la collocazione del luogo ad essere significativa. Sebbene agli occhi del visitatore moderno possa sembrare insolito, il passato di questo piccolo borgo appenninico racchiude molte storie sorprendenti: a dimostrazione del fatto che territori oggi marginali sono stati in epoche passate centri di vita e di scambio.

Come spesso accade, è innanzitutto nel toponimo che si sono depositati alcuni elementi rilevanti della storia del Castagno d’Andrea. Il primo riguarda indubbiamente la vocazione rurale di questa terra ed esprime la funzione fondamentale tradizionalmente rivestita dai castagni per l’economia del paese: alberi estremamente versatili da cui era possibile ricavare farina per la cucina, nutrimento per i maiali, foraggio per il bestiame, legname da travatura e per gli attrezzi da lavoro.
Quella dei castagnini è stata a tutti gli effetti una civiltà, con i suoi saperi e i suoi manufatti, i suoi riti e i suoi ritmi: un mondo in gran parte oggi scomparso a seguito della distruzione del paese ad opera delle truppe tedesche nel 1944 e dello spopolamento del dopoguerra. Ne rimangono alcune tracce nel riconoscimento “Marrone del Mugello Igp”, ma soprattutto nelle maestose marronete che cingono l’abitato, nei castagni secolari ritorti e segnati dal tempo, nei vecchi essiccatoi che si incontrano fra le case in arenaria. Fu il poeta Dino Campana, a inizio Novecento, uno degli ultimi illustri testimoni della “civiltà dei castagnini”, che egli tratteggiò brevemente nei Canti Orfici: «Castagno, casette di macigno disperse a mezza costa, finestre che ho visto accese».
Il secondo elemento, invece, ci porta lontano dai silenzi di questo borgo appartato per catapultarci tra le strade vibranti della Firenze di metà Quattrocento. È nella città dei Medici, infatti, che si compie la breve ma intensa parabola pittorica di Andrea di Bartolo di Bargilla, più noto al pubblico come Andrea del Castagno dal nome del paese natale. Contemporaneo di Piero della Francesca, Beato Angelico e Paolo Uccello, questo giovane artista lasciò il proprio segno grazie a numerose opere caratterizzate da uno stile di grande modernità, drammatico e fortemente espressivo. Manifestazione di un temperamento sanguigno, se si vuol dar credito al Vasari che nelle sue Vite parla dello «sciaurato Andrea dal Castagno, la pittura e disegno del quale fu per il vero eccellente e grande, ma molto maggiore il rancore e la invidia che e’ portava agli altri pittori». Anche se – a ben vedere – la descrizione del celebre biografo si basa sulla notizia di un presunto omicidio commesso da Andrea ai danni del collega e amico Domenico Veneziano: un episodio successivamente smascherato come “falso storico” dalla consultazione dei registri mortuari dell’epoca, dai quali si evince che in realtà Veneziano sopravvisse quattro anni alla morte del Castagno.

Eppure non solo di travi di castagno e di arte è fatto il filo che collega questo paese rannicchiato tra i monti alla grande storia della città medicea. Errando tra le sterminate foreste di faggi che sormontano il Castagno, si scoprirà che anche l’acqua ha un ruolo importante in questa vicenda.
«Per mezza Toscana si spazia un fiumicel che nasce in Falterona, e cento miglia di corso nol sazia. Di sovr’esso rech’io questa persona», con queste parole nel XIV canto del Purgatorio il Sommo Poeta si presenta a due anime che, stranite dalla presenza di un vivo nell’aldilà, gli domandano chi egli sia. Il riferimento è alla Valle dell’Arno, dalla quale Dante dichiara di provenire e che egli identifica a partire dal luogo noto come Capo d’Arno, una sorgente collocata a 1350 metri di quota che dà l’abbrivio al celebre fiume. Venendo dal Castagno, lo si incontra dopo aver superato la zona umida della Gorga Nera e dopo aver valicato il passo delle Crocicchie, che mette in comunicazione l’Alto Mugello con il Casentino.
Fa una certa impressione pensare che anche Dante passò attraverso questi boschi, ai quali si riferisce anche in altri passaggi della Commedia con precise descrizioni di luoghi in essi contenuti. In particolare, fu durante il periodo dell’esilio che egli si recò a San Godenzo, presso la magnifica abbazia romanica del paese, dove prese parte a un “convegno di fuoriusciti” per progettare il rientro a Firenze e la rivalsa sui guelfi bianchi. La geografia verticale di questi territori divenne così appiglio per l’immaginazione, offrendo spunti narrativi e allegorici per rappresentare scene dell’oltremondo e per tessere un legame tra il trascendente e la quotidianità dei propri lettori.
Ma, ben prima della Divina Commedia, anche le genti d’Etruria avevano ravvisato in questi luoghi impervi e solitari una possibilità di contatto con il divino. A custodire per oltre due millenni le tracce di questa storia è stata l’acqua di un piccolo stagno apparentemente anonimo, fino al ritrovamento fortuito di una statuina votiva da parte di una giovane pastorella nel 1838. Vennero così effettuati degli scavi che riportarono alla luce centinaia di oggetti votivi, monili e armi risalenti al VI-IV secolo a.C. che consentirono di individuare in quel sito – poi ribattezzato Lago degli Idoli – uno snodo viario e un importante luogo di culto per le popolazioni etrusche.
Torniamo ora al Caffè Falterona, perché un ultimo racconto si dipana inaspettatamente davanti ai nostri occhi. Lo si intuisce dai volti di alcuni avventori, la cui presenza non passa certo inosservata: sono i volti di giovani africani e del Sudest asiatico, profughi che hanno trovato rifugio tra le mura di un vecchio albergo riadattato a Centro di Accoglienza. Il loro arrivo al Castagno ha portato una piccola (grande) rivoluzione in paese: per far fronte all’emergenza l’ex cinema parrocchiale è stato trasformato in bazar per beni di prima necessità, sono stati creati nuovi posti di lavoro alla mensa di San Godenzo e alla Misericordia e addirittura sono nati dei bimbi dopo anni che qui non se ne vedeva uno. Le motivazioni e le traiettorie che hanno portato quassù questi uomini e queste donne sono molto lontane da quelle dei ragazzi del bar, ma in fondo il loro destino non è poi tanto diverso. Sono i nuovi montanari dell’Appennino fiorentino: gli uni per scelta, gli altri per caso e per necessità.
Testo e foto di Davide Longaretti













