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Ambiente
Di Pietro Lacasella | 08 aprile | 10:05

Giù il fiume a scavare la valle e su, a destra e a sinistra, i versanti delle montagne che, come feritoie di un castello, stringono il cielo. Ecco, nelle montagne esterne rispetto ai grandi flussi turistici, nelle valli vittime dello spopolamento, quando i versanti non sono interrotti da vertiginosi precipizi rocciosi, spesso è il bosco a farla da padrone. Il bosco si stende sui declivi come una lunga coperta verde. Occupa ciò che può occupare, avanza fin dove può avanzare.

 

Boschi compatti, fitti fitti, che sanno di selvatico; che sanno di wilderness, che sanno di assenza. Assenza umana. Eppure scavando sotto l'epidermide, infilandosi sotto quella coperta verde e lunga, si scoprono tracce antropiche; si possono osservare i segni di un passato non così lontano in cui l'uomo ha provato a dialogare con quei versanti, con quei boschi; ha provato ad addomesticarli, ricavando risorse preziose.

 

È il caso del Canale di Brenta, incuneato tra i declivi del Massiccio del Grappa e quelli dell'Altopiano dei Sette Comuni. Anche qui, boschi fitti e compatti nascondono storie. È sufficiente inoltrarsi di pochi metri tra gli alberi per respirare la connessione antica che univa uomini e territori e che, in misura minore, ancora li unisce. Ma le tracce di questo legame si intravedono anche prendendo quota: mulattiere selciate, masiere (i muretti a secco), terrazzamenti per ricavare un po' di orrizzontalità in quel mondo che precipita, piccoli nuclei abitativi, opere per la raccolta e il deflusso dell'acqua, pascoli magri, castagneti, boschi da legna, le risine di avvallamento dei tronchi, le piazzole dei carbonai. 

 

Dietro a quei boschi c'era un mondo. Un mondo senz'altro duro, difficile, di fatiche, che sarebbe sciocco osservare con occhio nostalgico. Piuttosto da quel mondo, che era caratterizzato da spazi stretti, che era segnato da vincoli orografici entro cui gli uomini dovevano muoversi senza sfruttare più di quanto l'ambiente riusciva loro a garantire,... Ecco, oggi che la nostra impronta ecologica affonda sul pianeta, da quel mondo bisognerebbe mutuare la capacità di non oltrepassare certi limiti.

 

Ecco, a questo serve inerpicarsi sui sentieri che si inoltrano in boschi solo all'apparenza selvaggi. Serve a riflettere e ad acquisire uno sguardo rinnovato sulla vita di tutti i giorni.

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