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Di Pietro Lacasella | 26 febbraio | 07:20

Un giorno, durante il lockdown, mi ha scritto un ragazzo baldanzoso. Aveva da pochi mesi attraversato le Alpi con gli sci d'alpinismo per andare a Davos, in occasione del Word Economic Forum, con l'obiettivo di chiedere ai maggiori esponenti della politica internazionale di ascoltare non solo gli umori dei mercati, ma anche i segnali lanciati dai cambiamenti climatici.

Un'azione simbolica che, in quanto tale, era diventata un potente amplificatore; un megafono capace di offrire forza al messaggio.

 

Ci siamo scritti, quindi, ma ricordo vagamente la conversazione.

 

Qualche mese più tardi, quando l'estate ci ha allontanati, per qualche settimana, dal pensiero asfissiante della pandemia, ci siamo stretti la mano per la prima volta a un evento organizzato a pochi passi da casa sua, chiamato "Ci Sarà un Bel Clima".  Fino all'ultimo non ero convinto di andare. Conoscevo soltanto lui (tra l'altro virtualmente), l'evento aveva luogo tra i monti che si affacciano sul Lago Maggiore, a diverse ore di viaggio da casa mia, e mi sentivo soffocare sotto il peso di un'estate decisamente colma di impegni. Ma l'entusiasmo di quel ragazzo, e soprattutto quella sigla  - "Ci Sarà un Bel Clima" - infondevano speranza in un periodo di profondo sconforto politico e sociale.

 

Dopo le manifestazioni oceaniche dei Fridays For Future, che erano finalmente riuscite a portare il tema dei cambiamenti climatici anche nei principali portali di informazione, il discorso pubblico aveva preso una via monodirezionale: quella del Covid-19. Se la forza delle piazze era quella di aggregare, la pandemia costringeva all'isolamento. Nel giro di poche settimane, il forte slancio collettivo ha lasciato spazio all'individualismo, trasformandoci in tanti Giovanni Dogo nel deserto dei Tartari.

 

Insomma il desiderio di socializzare, di confrontarsi nuovamente su una delle sfide più articolate del nostro tempo, mi ha convinto a partire per il Lago Maggiore.

"Che alto!" Ho pensato appena ho incontrato quel ragazzo. Per il resto era tale e quale il suo profilo social: baldanzoso e loquace.

Grazie a quell'incontro ho riacquistato fiducia, perché la fiducia aumenta quando si ha la sensazione di essere meno soli. Quell'iniziativa ha avuto il merito creare dei punti di connessione, di fare rete, di ricostruire dalle fondamenta una collettività che andava sbriciolandosi.

 

Sono trascorsi altri mesi, altre fasi di lockdown, altre iniziative. Poi, un pomeriggio di luglio, mentre ero sdraiato su una spiaggia croata a prendere il sole, sono stato travolto da due notizie dolorose: il crollo del ghiacciaio della Marmolada, e un brutto incidente che aveva coinvolto quel ragazzo baldanzoso mentre scalava una parete delle Alpi occidentali. Così uno sportivo, forte trail runner e alpinista, a cui sembrava risultassero facili quasi tutte le attività che praticava, pareva destinato a rimanere paralizzato dalla vita in giù per sempre.

 

Anche dentro di me si era incrinato qualcosa, perché quel ragazzo si era rivelato nel tempo una voce autorevole e sicura nella lotta al cambiamento climatico. Avrebbe trovato nuovamente la forza di sacrificare alcuni aspetti della sua vita privata in favore della collettività? Avevo paura di no, ma le cose sono andate diversamente, perché quel ragazzo - e non oso immaginare con quanta fatica, dolore e frustrazione - fin dal giorno successivo all'incidente ha iniziato a ribaltare i pronostici; ha provato a offrire un aspetto tangibile alla speranza. 

 

"Ci Sarà un Bel Clima" è diventata un'associazione di cui fanno parte alcune tra le menti più preparate sui diversi scenari che si stanno profilando a causa dell'innalzamento delle temperature. Da questa associazione è inoltre nata un'iniziativa, gli "Stati generali dell'azione per il clima", finalizzata a creare aggregazione tra le diverse realtà che oggi operano sul territorio nazionale per domandare alla politica un necessario cambio di passo.

Ancora una volta l'interesse soggettivo viene in parte sacrificato per finalità di respiro sociale.

 

Quel ragazzo, remando contro le previsioni, è inoltre tornato a camminare. E se ci è riuscito è anche e soprattutto grazie alla determinazione che lo accompagna in ogni sua azione, scelta e incertezza. Quel ragazzo si chiama Giovanni Ludovico Montagnani, e ogni volta che il morale si abbassa fino a rasentare il suolo, ammetto, penso a lui e alla sua storia. 

 

Storia che se volete, lo stesso Giovanni ha di recente raccontato con un TedX. 

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