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“Dove non ci sono già frutteti e vigneti oggi arriva il bosco” così scompaiono alcune rare specie di uccelli

L’agricoltura intensiva, lo sfalcio con mezzi meccanici, l’eccessivo uso di fertilizzanti e pesticidi, uniti al progressivo abbandono della montagna stanno minando il delicato equilibrio fra produzione agricola e biodiversità, instauratosi in secoli di evoluzione.  Ciò sta mettendo in serio pericolo alcune specie di uccelli che potrebbero scomparire dal Trentino

Di Tiziano Grottolo - 02 settembre 2019 - 10:21

TRENTO. Dagli studi degli esperti emerge una fotografia in chiaroscuro per quanto riguarda la conservazione dell’avifauna trentina, in particolare per quelle specie legate ad ambienti agricoli, che continua a veder ridurre drasticamente il suo habitat ad opera dell’uomo.  Le specie più minacciate sono proprio quelle che vivono in media e alta quota, nei prati da sfalcio e da pascolo.

 

Aspetti che emergono con maggior virulenza proprio nell’arco alpino dove lo spopolamento delle zone montane, che mal si coniugano con le attuali esigenze economiche, e l’abbandono di pratiche agricole e di allevamento tradizionale combinate con l’affermarsi delle monocolture intensive, il largo uso di pesticidi e la forte urbanizzazione dei fondovalle stanno modificando profondamente il paesaggio e gli habitat delle varie specie impoverendo la flora e la fauna autoctone.

 

Quel che è peggio è che tutto ciò sta avvenendo troppo in fretta, o perlomeno a ritmi che queste specie non riescono a reggere. Sì perché i metodi che l’uomo ha di approcciarsi all’ecosistema incidono pesantemente sulla biodiversità. Nel corso dei secoli infatti le attività antropiche hanno modificato il paesaggio originale, queste trasformazioni però sono avvenute nel corso dei secoli dando, nella maggior parte dei casi, il tempo a flora e fauna di adattarsi. Così laddove prima c’erano le foreste si sono insediati prati, campi e pascoli che si sono rivelati essere un ottimo habitat per diverse specie di uccelli.

 

Negli ultimi sessant’anni però le pratiche agricole si sono evolute e intensificate al punto da causare la progressiva scomparsa di molte di queste specie.

 

Fra queste c’è il re di quaglie, rallide migratore e visitatore estivo, minacciato non solo in Trentino ma anche a livello globale. Oggi questa specie è sparita dai fondovalle e dalle basse quote dovendo adattarsi ad altitudini più elevate. Tra i principali fattori che mettono in crisi il re di quaglie ci sono i cambiamenti colturali, lo sfalcio con mezzi meccanici e l’eccessivo uso di fertilizzanti. Questa specie sopravvive nelle Alpi orientali solamente dove la gestione dei prati viene svolta con pratiche tradizionali.

 

Se la passano male anche alcuni passeriformi come l’averla piccola, un tempo molto diffusa, ma che sopravvive nei pascoli di media quota. Questo volatile, così come la bigia padovana, è messo in crisi tanto dall’intensificarsi delle pratiche agricole, quanto dal progressivo abbandono della montagna e dal conseguente rimboschimento naturale.

 

Anche la situazione delle altre specie appare piuttosto critica, l’ortolano, ad esempio è ormai prossimo all’estinzione.

 

“Laddove non arrivano frutteti e vigneti oggi arriva il bosco – spiega Paolo Pedrini conservatore della Sezione di zoologia dei Vertebrati del Muse  – e il paesaggio si evolve in qualcos’altro con l’arrivo di altre specie”.

LE FOTO. Ecco alcune delle specie specie di uccelli che rischiano di scomparire dal Trentino
Zigolo giallo (Emberiza citrinella). Ph. Mauro Mendini/Arch. MUSE
Bigia padovana (Sylvia nisoria). Ph. Giacomo Assandri/Arch. MUSE
Averla piccola (Lanius collurio). Ph Mauro Mendini/Arch. MUSE
Re di quaglie (Crex crex). Ph. Karol Tabarelli de Fatis/Arch. MUSE
Ortolano (Emberiza hortulana) Ph. Restlesslars/Wikipedia
Tabella che mostra le specie maggiormente a rischio/Arch. MUSE

 

Il processo in questione è un po’ lo stesso che consente il ripopolamento dei grandi carnivori in Trentino come orsi, lupi e linci che stanno riconquistando nuovi spazi.

 

“Se le specie che vivono in contesti agricoli tradizionali o in ambienti umido-paludosi sono in declino – continua Pedrini – tutte quelle che si adattano ad ambienti forestali traggono giovamento da questa situazione di rimboschimento”.

 

Escludendo la Tempesta di Vaia, che comunque ha in parte devastato gli habitat boscosi e forestali in cui vivono questi uccelli, ora picchi, civette nane e capogrosso e affini non sembrano interessati dal calo del numero degli esemplari, anzi pare stiano prosperando.  

 

Quello che emerge dal lavoro degli esperti che stanno monitorando la situazione dunque, è un resoconto a due facce: da un lato alcune specie prosperano ma dall’altro altre potrebbero scomparire per sempre dal nostro territorio.

 

Per cercare di contrastare questo fenomeno e dove possibile ricreare le condizioni necessarie alla proliferazione di queste popolazioni vengono messi in campo una serie di strumenti come la promozione di pratiche agricole compatibili, in questo senso si punta anche a sensibilizzare gli agricoltori stessi su queste tematiche.

 

“La gestione degli ambienti prativi è quindi il fattore chiave per garantire la conservazione di questa specie” specifica l’esperto del Muse. Inoltre il sistema delle Reti delle riserve avrebbe in seno gli strumenti per mettere in moto una serie di maccanismi in grado di aiutare questi volatili a rischio di estinzione.

 

Nel frattempo continua l’incessante attività di monitoraggio degli esperti del Muse e del personale delle stazioni di inanellamento e monitoraggio che seguono l’avifauna trentina: “Faremo tutto il possibile per migliorare le azioni volte alle conservazione delle specie minacciate” conclude Pedrini.

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